TESTIMONI DI GENOVA 

Testimonianza di Claudia Galli, impegnata nella scuola e nei movimenti pacifisti, legata ai Valdesi

 

Cari amici e amiche, sono trascorsi otto giorni dai fatti di Genova. Otto giorni inquieti, che ho vissuto con paura e sgomento.

Mentre cercavo, con Adriana, di raggiungere il pulmann per rientrare a Como dopo gli scontri, un ragazzo giovane, che piangeva, ci ha fermate e, tra i singhiozzi, ci ha detto: "Se racconto io quanto è successo, nessuno mi crederà. Parlate voi, testimoniate voi, che siete due signore distinte".

 

Ecco il racconto di una "signora distinta". Per quel ragazzo che piangeva, per me, per voi, per tutti quegli uomini e quelle donne che a Genova c'erano e che, nell'incredibile dolore del contesto, si sono aiutati vicendevolmente scegliendo di non reagire con la violenza alla violenza.

 

Sabato 21 luglio, insieme ad Adriana, a Mariateresa Lietti e ad altre amiche (alcune con le figlie adolescenti), ho deciso di andare a manifestare a Genova. Non credo sia fondamentale adesso dirvi il PERCHE' della mia adesione al corteo; importa però precisare il COME ho inteso dare voce alle mie ragioni: in modo radicalmente pacifico e nonviolento. Condividendo con le altre questa scelta di fondo, raggiunta Genova ("ospiti" di un pulmann della Funzione Pubblica CGIL di Como) ci siamo aggregate alle DONNE IN NERO e al gruppo della MARCIA MONDIALE DELLE DONNE PER LA PACE CONTRO LE GUERRE E LE POVERTA'. Arrivate alla piazza dalla quale era prevista la partenza del corteo, accanto a migliaia e migliaia di uomini e donne di ogni età e delle più diverse "appartenenze" politiche e culturali (bandiere e striscioni di Rifondazione Comunista, dei Verdi, di Mani Tese, del WWF, della CISL veneta, della FIOM, della LIPU...) ho visto con inquietudine insinuarsi alcune decine di ragazzi vestiti di nero, col casco in testa, il fazzoletto sul viso e le spranghe in mano. Le forze dell'ordine, schierate in assetto antiguerriglia, non sono intervenute a disarmare e isolare questo gruppo. Ho perso presto di vista le Tute Nere, "distratta" dalla varietà e dalla vivacità dei manifestanti. Dopo avere sfilato per circa due ore (senza incontrare nessun poliziotto o carabiniere: nel mio settore il "servizio d'ordine" era garantito esclusivamente da alcune donne che si tenevano per mano ai lati delle altre), abbiamo cominciato a ricevere telefonate da amiche, fidanzati, mariti e parenti che, preoccupati, ci raccontavano quanto stava succedendo in testa e in fondo al corteo. Noi rassicuravamo tutti e tutte: si trattava senz'altro di disordini marginali, che non riguardavano in alcun modo la massa pacifica dei dimostranti. Intorno alle 15.30, il corteo, che si snodava su due corsie separate da una siepe, si è fermato. Abbiamo cominciato a intravedere, in lontananza, i fumi dei lacrimogeni. In pieno accordo con il gruppo di Rifondazione Comunista di Salerno che ci seguiva immediatamente dietro, abbiamo alzato le mani e, seduti o in piedi, abbiamo iniziato a gridare con tutta la nostra forza e il nostro convincimento: "NONVIOLENZA". La paura cominciava ad insinuarsi: alcune amiche hanno bagnato un fazzoletto o un foulard e lo hanno legato sul volto per difendersi da possibili lacrimogeni. Io no; conservavo una certa calma e, credevo, molta lucidità. Con una punta di ironia, riflettevo sui pregiudizi culturali legati alla formazione marxista: come si poteva pensare che le forze dell'ordine di un Paese democratico attaccassero dei manifestanti pacifici, disarmati e "innocenti"? Dopo pochi istanti, nell'altra corsia, alla mia sinistra, sono comparse decine e decine di poliziotti che, in direzione opposta alla marcia dei manifestanti, "spezzavano" il corteo. Alcuni camminavano battendo i manganelli sugli scudi, creando uno "sfondo sonoro" di guerra; altri picchiavano i dimostranti che non riuscivano a scappare.

Erano a pochi metri da me. Qualcuno di loro si è avvicinato alla mia corsia, oltrepassando la siepe, pestando alla cieca donne e uomini con le braccia alzate. Stava iniziando a diffondersi il panico: le persone scappavano, alcune cadevano, la "spinta" di migliaia di migliaia di manifestanti che correvano disperati sembrava schiacciarmi. Ma ancora non volevo "arrendermi": con Adriana ed alcuni anziani militanti di Rifondazione, gridavo alla gente di calmarsi. Stavo per andare verso i poliziotti, per dire loro di smetterla, di guardarmi, di ascoltarmi. Se lo avessi fatto, probabilmente oggi sarei con le ossa rotte. Paradossalmente, sono stata "salvata" dalle decine di lacrimogeni che hanno iniziato a sparare dal cielo (un elicottero, a bassissima quota, "bombardava" il mio settore) e dai lati. Senza alcuna protezione, ho inspirato quelli che credevo essere gas letali. Non ho più visto nulla: Adriana (con una sciarpa in bocca) mi ha afferrato per la maglietta e mi ha trascinato via correndo. Non riuscivo più a respirare, ansimavo, ascoltavo soltanto i miei polmoni impotenti e il mio cuore impazzito. Non ricordo niente di quei dieci minuti di fuga. Adriana si è presa cura di entrambe, ha attraversato la folla tenendomi stretta; ad un certo punto si è resa conto che eravamo ormai lontane dal caos. Mi ha gettato una bottiglia di acqua in faccia, mi ha obbligata a bere. Sono tornata in me. Dove erano le amiche, Mariateresa e le altre? Dov'era quell'uomo anziano di Rifondazione che aveva protetto Adriana e me col suo corpo massiccio per difenderci dalla calca? Abbiamo deciso di allontanarci dal corteo e di cercare, tramite cellulare, di avere notizie. Abbiamo individuato una via laterale e l'abbiamo percorsa. Siamo state fortunate. Dopo dieci minuti dal nostro passaggio, quella stessa strada è stata "bloccata" dalla polizia che impediva ai manifestanti di sfuggire al massacro. Appurato che nessuna di noi era ferita - Anna, Ierta, la figlia di Cristina erano cadute ma mani note e ignote le hanno risollevate e aiutate a scappare - ci siamo date appuntamento a Marassi, dove ci attendeva per le ore 19 il nostro pulmann. Avevamo a disposizione tre ore per raggiungere il punto di incontro. Persa la cartina di Genova durante gli scontri, il senso di orientamento di Adriana e la solidarietà della gente del posto ci hanno guidate -malgrado continui "mutamenti di rotta" dovuti ai blocchi della polizia e ai lacrimogeni personalemente scorti o segnalati dall'amicizia solidale dei genovesi- a percorrere circa sei chilometri a piedi, a scollinare una montagna e a giungere finalmente a Marassi.

 

Due sole riflessioni.

 

Uno di voi mi ha detto che era sbagliato andare a Genova. La morte di Carlo e il teppismo brutale da hooligans della politica delle Tute Nere dovevano fermarmi. E' legittimo avere opinioni diverse. Ma non è legittimo quanto è accaduto: a duecentomila persone nonviolente (e rimaste tali anche durante l'aggressione della polizia) è stato negato il diritto di affermare il proprio impegno ambientalista, le proprie convinzioni politiche e/o religiose.

 

Un deputato della maggioranza ha dichiarato, in una seduta parlamentare, che lo slogan intorno al quale ci siamo riuniti a Genova ("Un altro mondo è possibile") è stato la vera causa degli episodi di violenza, in quanto "portatore di una pericolosa utopia". Per la prima volta nella mia vita, avverto l'imperativo etico di difendere, in Italia, la democrazia.

 

Grazie per avermi ascoltata

 

 Claudia Galli

 


 

Vorrei dare a tutti voi il mio modesto contributo sui fatti che sono accaduti a Genova, soprattutto il giorno Venerdì 20.

Il mio viaggio verso Genova è iniziato giovedì 19 al porto di Ancona quando ho assistito allo sbarco di circa 1.000 manifestanti Greci. Lo sbarco è avvenuto senza il ben che minimo incidente, salvo una bottiglia vuota di plastica lanciata dal ponte della nave verso il mare e tutti i manifestanti sono stati identificati. Inspiegabilmente tre pulman su 18 non sono stati lasciati partire per Genova, o meglio, sono stati bloccati subito dopo. Inutile chiedere spiegazioni. Nonostante le richieste di chiarimento di un avvocato parlamentare europeo, il questore non ha detto del perché del blocco dei pulman. Dopo molte ore si è saputo che a bordo del pulman erano stati trovati dei caschi. Passa il tempo e i caschi si trasformano, secondo le dichiarazionio della polizia, in mazze e spranghe. I 150 manifestanti vengono caricati in blocco sulla nave e picchiati selvaggiamente. Piccolo particolare: la polizia italiana ha picchiato cittadini greci in territorio greco in quanto la nave era di nazionalità greca!!!. Dopo due giorni il questore di ancona decide di dare spiegazioni sull'accaduto attraverso i quotidiani locali (!!!!) ebbene la spiegazione è stata questa: circa 30 minuti prima dello sbarco un fax proveniente dal ministero dell'interno avvisava che sulla nave potevano esserci dei teppisti. Non potendoli identificare fu deciso di rispedire indietro i sospetti. Strana spiegazione in quanto TUTTI i manifestanti sono stati identificati al momento dello sbarco e fra le persone rispedite a bastonate a casa c'erano anche TRE parlamentari greci!!!!

 

CASO BLACK BLOCK.

Al G8 ero accreditato come fotografo per un mensile marchigiano. Alla partenza della manifestazione del Genoa Social Forum (GSF) c'erano più di 50.000 persone. Siamo partiti dallo stadio Carlini alle ore 12.00 circa e il corteo doveva dirigersi verso la Stazione Brignole (circa 1,5 Km). Il corteo all'inizio procedeva con lentezza. Io mi trovavo davanti la testa del corteo insieme ad altri giornalisti veri (circa un centinaio). Appena usciti dallo stadio sono arrivate le voci che i Black Block erano gia in azione. Abbiamo visto del fumo alzarsi nella zona Stazione Brignole. Io ed un altro fotografo c siamo precipitati a veder cosa stava succedendo. Abbiamo visto tre macchine bruciate, cassonetti bruciati, banche e negozi devastati. Uno spiegamento di polizia imponente. Alcuni abitanti di Genova, avendoci identificato come giornalisti, ci hanno detto che un centinaio di Black Block stavano mettendo a ferro e fuoco la piazza e la polizia neanche interveniva. Ci dicono che sono stati spinti sotto il tunnel della stazione attraverso delle piccole cariche di polizia ma nessuno li ha fermati. Superiamo una barricata e ci incamminiamo verso il carcere di Marassi. La devastazione era totale, macchine bruciate, negozi assaltati, cittadini umiliati da un manipolo di persone (massimo 200) che la polizia non si è degnata neanche di fermare o di seguire per capire che cosa cavolo stavano combinando.

Eravamo in 6 fotografi a seguire questi pazzi di saccheggiatori. Quando sono arrivati al carcere di Marassi lo hanno assaltato e neanche qui un poliziotto di guardia. Con gli altri fotografi ci siamo chiesti più volte perché la polizia ha permesso che un manipolo di ragazzi distruggessero un intero quartiere operaio abitato da gente semplice?? Perché tutta quella violenza della polizia scatenata contro il corteo pacifico del Genoa Social Forum e non una manganellata a quei pazzi di Black Block. A chi doveva giovare il lavoro "sporco" che hanno fatto i Black Block. Penso che sia ora che la Polizia dia una spiegazione del perché ai Black Block è stata data CARTA BIANCA!!!!

 

Caso omicidio CARLO GIULIANI

Sono arrivato nel luogo dell'omicidio qualche minuto dopo (mi ero fermato a soccorrere un ferito). Il corpo del ragazzo era a terra è circondato dai Carabinieri. Ho chiesto ad un carabiniere di poter vedere il corpo del ragazzo mi ha urlato che eravamo stati noi ad ammazzarlo (pur essendomi qualificato come fotografo mi trattava da manifestante) tirandogli in testa un estintore. Ho ripetuto più volte di vedere il corpo e lui mi ha risposto sempre che eravamo stati noi con un estintore. Poi un poliziotto ha urlato contro un povero cristo che stava guardando accusandoli di essere stato lui ad ucciderlo. Sono partiti due o tre poliziotti per arrestarlo!!!! Sono passati alcuni minuti e ad un tratto di estintore non si parla più ma diventa una pietra la causa della morte del ragazzo. Domanda: se non c'erano le immagini filmate, il ragazzo accusato a caso dalla polizia della morte del manifestante che fine avrebbe fatto? La cosa pazzesca è che la Polizia e i Carabinieri hanno coperto colui che ha sparato incolpando un ragazzo a caso. Quasi un caso Sacco e Vanzetti del 2001!!!!!! 

 

FINALE

Dopo l'incursione della Polizia alla sala stampa del GSF il Berlusconi ha detto che il GSF e i Black Block erano tutta una famiglia. ECCO a chi ha giovato il lavoro "sporco" che i Black Block hanno fatto senza che la Polizia li fermasse. A genova c'erano tutti i servizi segreti del mondo è mai possibile, credibile, che la polizia non sia riuscita a capire dove erano questi Black Block. Non sapevano chi erano e dove erano? E' credibile quello che hanno detto? Penso proprio di no! hanno messo i missili terra aria per difendersi da eventuali attacchi aerei da fantomatici terroristi mediorientali e la Polizia, i nostri difensori, non sono riusciti a tenere a bada 200 Black Block. Mi dispiace ma non ci credo, penso che sotto ci sia stato un piano studiato a tavolino per sputtanare il movimento del Genoa Social Forum.

Scusate lo sfogo.

 

Giacomo Scattolini

 


 

Conferenza stampa per "ristabilire la verità dei fatti" organizzata lunedì 23 luglio dai rappresentanti di alcune delle associazioni lariane che hanno aderito al Genoa Social Forum e che hanno preso parte alla manifestazione di Genova.

 

Enzo D'Antuono, presidente dell'Arci provinciale ha spiegato la volontà di ristabilire democrazia e verità a partire dalla corretta cronaca di quanto avvenuto a Genova.

 

Concordi le testimonianze dei presenti: per tutti l'insensato furore distruttivo dei Black Bloc è stata lasciato esplodere indisturbato dalle forze dell'ordine che mai si sono scontrate direttamente con le tute nere e che, invece, hanno a loro volta esercitato un'altrettanto ingiustificata e cieca violenza nei confronti dei manifestanti pacifici.

 

Celeste Grossi delle Donne in nero ha raccontato lo stridente contrasto fra la manifestazione a favore dei migranti colorata, allegra e ironica alla quale hanno preso parte 50 mila persone senza che si verificasse nessun incidente e l'aggressione con cariche e lacrimogeni della piazza dove si erano concentrati i pacifisti.

Drammatiche, poi, le sequenze degli avvenimenti di sabato quando le Donne in nero si sono trovate in uno spezzone di corteo chiuso tra un muro e il mare e, sedute per terra con le mani alzate di fronte ad una carica della polizia sono state fatte bersaglio di candelotti lacrimogeni lanciati da un elicottero che le sorvolava a bassa quota.

Le donne sono state così disperse mentre intorno la polizia picchiava selvaggiamente chiunque tentasse di scappare.

"Con gli occhi brucianti terrorizzata mi sono rifugiata al Centro stampa del Genoa Social Forum essendo giornalista — ha continuato Celeste Grossi — e posso assicurare che lì si entrava solo accreditati e c'erano solo colleghi che lavoravano, l'ufficio legale del Forum e l'infermeria. Qui ho assistito ad una scena terribile: è arrivata un'ambulanza carica di feriti, aveva i finestrini posteriori infranti e quando si è aperto il portellone abbiamo capito che all'interno era esploso un lacrimogeno".

"Sono riuscita a parlare con il questore di Genova — aggiunge la rappresentante delle pacifiste comasche — e gli ho raccontato che un gruppo di donne sedute per terra con le mani alzate, alcune con le proprie figlie, sono state aggredite dalla polizia".

 

Concorde anche la testimonianza di Nicoletta Pirotta del Coordinamento comasco della Marcia delle donne contro la guerra, le violenze e la povertà "Io non ho visto nessun Black bloc, l'unico nero che ho visto è stato quello delle divise di cinque poliziotti che si sono avvicinati urlando coperti da una maschera e ci hanno spinte nel punto dove venivano lanciati i lacrimogeni. È stato un incubo: una compagna anziana supplicava di non lasciarla sola, siamo entrate in un vicolo laterale con le mani alzate, ci hanno fatto passare, ma un ragazzo ritenuto sospetto è stato massacrato di botte sotto i nostri occhi".

Le cariche non avvengono per caso, questo è un chiaro segnale della volontà di soffocare il movimento che sta nascendo, proprio per questo è il momento di tornare a riempire le piazze. Eugenio Secchi del Prc di Como.

 

Marco Servettini della Rete di Lilliput critica l'organizzazione del Genoa Social Forum, ma è allibito dal comportamento della polizia: "iI un paio di occasioni abbiamo fatto un cordone con le mani dipinte di bianco alzate per isolare i Black bloc, ma la polizia non ha fatto niente per fermarli. Noi, assieme ad altri gruppi pacifisti, stavano facendo una festa un piazza Manin, qui è arrivato un piccolo gruppo di tute nere e dopo qualche tempo ha fatto irruzione la polizia. Ormai i teppisti erano già andati via quando le forze dell'ordine ci hanno caricati e moti di noi che hanno tentato di scappare sono stati picchiati eppure eravamo in uno spazio che ci era stato concesso dal comune, la polizia sapeva chi eravamo e cosa stavamo facendo".

 

In piazza Manin c'era anche Emilio Novati della cooperativa Equo Mercato di Cantù che all'arrivo della carica della polizia ha alzato le mani, mentre i banchetti del commercio equo e solidale venivano sfasciati e molti che erano con lui erano colpiti a manganellate.

 

"Noi eravamo al Carlini insieme alle tute bianche - ha spiegato Cecco Bellosi, che a Genova è andato con i ragazzi della casa alloggio per malati di Aids di Tirano che in assemblea avevano deciso di partecipare alla manifestazione -. I Black bock erano organizzati, sfasciavano tutto, ma non si sono mai scontrati con la polizia, quelli che si sono scontrati erano ragazzi che hanno subito le cariche e si sono ribellati con sassi e bastoni, la polizia ha sparato loro contro. Un ragazzo è morto e la camionetta della polizia gli è passata sopra, per questo molti erano arrabbiati. Io dico non condivido il loro comportamento ragionamento freddamente e con la testa, ma comprendo le ragioni di questa reazione. Black bloc e polizia avevano lo stesso obiettivo e forse agivano in modo concordato: fare passare sotto silenzio il fatto che c'erano 200 mila ragazzi che protestavano pacificamente".

 

Enrico Leoni delle Acli comasche è stato costretto a camminare per tre chilometri con le mani alzate per non essere picchiato dalla polizia e Luigi Nessi, rappresentante delle Acli e consigliere comunale dell'Ulivo a Como lamenta: "Ho visto i Black bloc che per un'ora e mezza hanno sfasciato un supermercato, una banca e una pompa di benzina, la gente sui balconi gridava e chiamava la polizia, ma nessuno è intervenuto a fermarli. Gli unici interventi della polizia che ho visto sono stati quelli nei confronti dei manifestanti in corteo. Io porto la mia testimonianza da cattolico, lì c'erano altri cattolici che digiunavano e pregavano con mons. Bettazzi, mi chiedo perché i cattolici comaschi non sentano i bisogno di riflettere su queste cose".

 

Matteo Mandressi della segreteria della Funzione pubblica della Cgil comasca che ha aderito alla manifestazione nonostante il suo sindacato, la Cgil non lo abbia fatto ha dichiarato che i fatti di Genova sono stati il primo passo verso la militarizzazione da parte di un governo fascista e di polizia.

 

Per Ardjam Pacrami del Coordinamento Lavoratori Stranieri della Cgil "il corteo parlava tutte le lingue del mondo e di tutte le generazioni, ma il primo linguaggio che ho sentito appena arrivato a Genova è stato quello degli elicotteri che lanciavano lacrimogeni, mentre i genovesi ci dimostravano solidarietà rifornendoci di acqua. Qual è la vera Genova?"

 

Riccardo Bernasconi dei Giovani Comunisti che ha riferito di avere visto gruppi di ragazzi incappucciati che trasportavano casse di molotov e le gettavano nei negozi mentre l camionette sfrecciavano ad alta velocità e si disinteressavano completamente di quanto avveniva e di avere visto manifestanti picchiati dalla polizia mentre venivano trasportati verso le autoambulanze.

 

Valter Merazzi, direttore dell'Istituto di Storia contemporanea Pier Amato Perretta che, essendo stato separato dal gruppo con cui aveva partecipato alla manifestazione e non potendo tornare a Como per la mancanza di treni partenti da Genova, è stato indirizzato alla scuola di via Diaz indicato come luogo accogliente per trascorrere la notte. Merazzi ha poi trovato un'altra sistemazione, ma in via Diaz dopo qualche ora è stato massacro.

 


 

Questo é il racconto di come noi tre (Marcello, 54 anni, Daria, 45 anni, e Chiara, 20 anni)abbiamo vissuto Genova, da martedí sera a sabato.

Martedí sera

Chiara, che é di Genova e ci ospita, ci porta a vedere le grate che si stanno chiudendo attorno al centro storico. Lei é allibita di come la citta sia svuotata di persone e riempita di poliziotti.

Mercoledí

Molti dibattiti, ricchissimi di stimoli, dal mattino alla mezzanotte. Risalta la presenza  predominante quantitativamente e qualitativamente delle donne, protagoniste in tutte le tematiche.  C’é un’atmosfera di indignazione per come stanno rovinando il mondo, ma anche di soddisfazione per le prime grandi vittorie che il movimento ha ottenuto: la sconfitta delle case farmaceutiche nella causa contro il governo del Sud Africa, per esempio, o la crescita del consumo critico che ferisce col boicottaggio le multinazionali. É bello vedere come ormai il movimento abbia superato la fase della pur sacrosanta denuncia, e faccia proposte concretamente operative  in tutti i campi.

Giovedí

Al mattino, continuano i dibattiti, con episodi di intolleranza verso esponenti DS. Purtroppo si ripete una ben nota situazione, in cui venti persone che pongono la propria emotività al di sopra di tutto riescono a privare duecento altre del diritto di sentire che ha da dire chi la pensa diversamente. Non ci piace per nulla questa voglia di autocelebrarsi e basta.

Al pomeriggio, il corteo dei “migrantes” : un’esperienza di allegria in una città spettrale.  Nel corteo c’é una banda di ottoni trascinante. Le poche persone che sono rimaste nelle case lungo i percorso, solidarizzano con il corteo, e, per fare uno sberleffo al Berlusconi, espongono mutande a tutt’andare, tra gli applausi di noi che passiamo.   Marcello, che ha presenti i cortei di trenta anni fa,  é colpito dalla differenza con allora. L’allegria, la fantasia dei vestiti, dei travestimenti, il tipo di musica, il fatto che, quasi senza organizzazione, tutto sembra andare per il meglio da sé.  Di polizia ce n’é tantissima, ma non prende nessuna iniziativa.

Venerdí

Decidiamo di stare con la Rete Lilliput, a Piazza Manin. Quando arriviamo, c’é la stessa atmosfera  colorata e allegra del corteo dei “migrantes” .  Ma in fondo, siamo tutti un po’ tesi perché  ci rendiamo conto che oggi puó anche succedere qualcosa. Infatti prima che ci si muova, veniamo informati che in caso di scontri, sulla destra della via che percorreremo c’é una via di fuga verso piazza Marsala, Si scende per via Assarotti sino alle grate, dove qualcuno attacca palloncini e manifesti. La polizia sta al di là, senza intervenire in alcun modo.  Ad un certo punto arriva un gruppo con parrucche rosa e viola,  va in piazza Marsala dove stanno vari gipponi e varie decine di poliziotti, e c’e’un momento di disordine quando “i rosa” tirano bottiglie d’acqua contro le grate, che si quieta subito.  Si sparge la voce che i black bloc hanno cominciato a devastare, e che stanno arrivando alle nostre spalle.  Il pezzo di corteo dove siamo noi si sposta in Piazza Marsala, dove i poliziotti nel frattempo si sono schierati sullo sbocco di una strada che va nella direzione da cui potrebbero arrivare i neri, ma rivolti verso di noi che stiamo dentro la piazza. La nostra idea é di fare da interposizione pacifica tra polizia e neri. Ci sediamo per terra, e si parla di una fabbrica in Thialandia che lavora per la Prenatal, dove le operaie stanno lottando per i diritti sindacali, e ci si chiede di collaborare al boicottaggio. Vista la situazione di tutta tranquillità, i poliziotti si tolgono il casco, e si rilassano. Noi li applaudiamo per questo gesto di pacificazione, qualcuno parla con loro.  Ci arrivano notizie che i neri stanno scendendo dalla strada da cui noi siamo entrati nella piazza, e si decide di andarcene risalendo verso la circonvallazione per una parallela a via Assarotti. A metà qualcuno nota che c’ é un cassonetto pieno di libri di scuola: io vedo un trattato di pedagogia, qualcuno trova una storia della letteratura italiana in quattro volumi rilegati e se li prende. Scherziamo sul fatto che quelle sono armi improprie, perché se li prendi sul naso te lo sfasciano.  La strada risale verso la circonvallazione, e finisce contro un muraglione di trenta metri, con una stretta scala metallica a zig zag che porta al viale soprastante.  Da lí cominciano a scendere i neri. La polizia non fa nulla per bloccarli in quella discesa, dove sono vulnerabili, in fila indiana, impacciati nei movimenti. Noi andiamo in una strada laterale, perché Chiara, l’unica genovese del nostro gruppo, ci dice che di lí si puó scappare.  Facciamo un cordone disarmato all’inizio della laterale. I neri si fermano davanti a noi per aspettare di essere scesi tutti dalla scala: sono varie diecine.  Per qualche secondo, c’é l’impressione che stiano recitando, tanto sono inverosimili. Caschi neri di gomma dura con creste, mantelli , scarponi, pantaloni: sembravano i cattivi di Guerre Stellari. E poi una scena incredibile tra due di loro, inglesi. Uno si rivolge all’altro con tono da SS o da istruttore dei marines dicendogli qualcosa che non si capisce, ma che é un rimprovero. L’altro si mette sull’attenti, urla “Yes, sir!” e si butta per terra a fare veloci fl;essioni sulle braccia, mentre il primo lo bastona  violentemente sulla schiena. Finite le flessioni, si rialza, fanno insieme un danza di guerra, poi il capo dá l’ordine di rientrare nei ranghi.  Proprio un comportamento da veri anarchici! Sembravano la banda di “Arancia meccanica”!. Quanto a noi, ci insultano, in particolare un italiano con in mano una pezzo di tondino di ferro di qualche centimetro di diametro e quasi un metro di lunghezza. Uno ci dice “We guarantee your safety” , altri ci porgono dei sassi da tirare. Noi non reagiamo, e loro scendono verso i poliziotti. Nel passare, incendiano il cassonetto dei libri, e adesso capiamo  che non si era trattato di qualcuno che voleva liberarsi dei libri vecchi, ma di materiale infiammabile predisposto evidentemente in precedenza per essere usato. Naturalmente la polizia non poteva immaginare una tale raffinata astuzia...o no?

Noi saliamo velocemente per la laterale, e, giunti alla circonvallazione, ci accorgiamo che i neri ci seguono, indisturbati dalla polizia. Una ragazza del gruppo ci dice che anche prima avevano fatto cosí, di seguire un corteo pacifico, per farsi aprire la strada, e poi attaccare quando volevano loro, coinvolgendo tutti. Allora ci dividiamo in due pezzi, sperando che smettano di seguirci, e ci dirigiamo, guidati da Chiara, verso la spianata del Castelletto.  Per strada, si unisce a noi un signore sui 50 anni, vestito con giacca e pantaloni, pesante accento meridionale, che é d’accordo con tutto ció che ci diciamo: in quelle situazioni, non c’é come avere uno della Digos  nel gruppo per sentirsi a proprio agio!

Da una finestra al piano rialzato sporgono le teste di due vecchiette in lacrime: madre 90 enne e figlia, terrorizzate. La figlia ci scongiura: “Cercate di non distruggere tutto!” Quando si rendono conto che non devasteremo la loro casa, la piú giovane ( si fa per dire) ci chiede disperata quel che deve fare. Cerchiamo di rassicurarle, e l’aria venerabile di Marcello ( che da un mese non si taglia la barba) e la sua fede al dito ( che lo qualifica come padre di famiglia) hanno un potere rasserenante sulle poverette.

Arriviamo al giardino del  Castelletto, dove tutto é calmo. C’é un gruppo di signore sferruzzanti che si preoccupano, ma viene rassicurato da Chiara. Si vede il fumo di un’auto che brucia piú in basso, in un ritaglio di strada che riusciamo a vedere, dei poliziotti sono schierati. Gli elicotteri volano intorno in alto, per vedere dove sono i neri (per  tenere i poliziotti lontani da loro.?)

Commentiamo la libertà di movimento dei neri, sia dai loro Paesi a Genova, che in Genova. Nel gruppo che abbiamo visto da vicino, Chiara ne ha riconosciuto un paio  che girano intorno ai Centri Sociali. Naturalmente per la polizia sono dei perfetti sconosciuti!

Arrivano due avvocati del Genoa Social Forum, che ci suggeriscono di tornare verso piazza Manin e da lí ai campeggi , se la via é libera: loro andranno a vedere in motorino,  e poi ci avviseranno per telefono.  Dopo dieci minuti arriva il via libera, e ci avviamo. Sulla circonvallazione ci sono macchine rovesciate e bruciate, cassonetti sventrati. A Piazza Manin ci sono altri non-violenti,e ci fermiamo un attimo. Vediamo arrivare la polizia , e ce ne andiamo. Poi sapremo che, quando hanno ben verificato che non ci fossero i neri in giro,  ha fatto delle cariche violente sulla gente inerme .

Noi tre, e tutti gli altri, abbiamo capito una cosa: i neri sono nemici irriducibili del movimento. Non importa se  ne rendono conto o meno. E, come individui,  hanno una visione nazista della vita: tutto si riassume in un  orizzonte di violenza, subita e fatta. La sola cosa che ci hanno detto é :” The State is violent, we are violent” . 

Torniamo a casa senza altri problemi. Chiara, che si era mantenuta lucida e controllata per tutto il pomeriggio, scoppia in un pianto di sfogo.  Ci attacchiamo alla TV . Quello che vediamo ci rattrista moltissimo, anche prima di sapere che c’é un morto.  Abbiamo nel cuore il corteo del giorno prima,  quello che speravamo fosse un modello anche per la giornata di oggi.

La sera Marcello decide di andare a piazza Kennedy, sede del GSF, per sapere cosa si farà il giorno dopo.  La strada che porta lá  dalla casa di Chiara é di quelle dove c’e’ stata piú battaglia, c’é ancora l’odore dei lacrimogeni. Si vedono le devastazioni, e i mezzi della nettezza urbani che rimuovo i cassonetti sfasciati e incendiati,. Il corteo del giorno dopo, se si farà, dovrà passare proprio per quella strada. Nella grande spianata sul mare dove c’é la sede def GSF c’e molta gente. Sul palco dove c’é stato il mercoledí il concerto di Manu Chao la gente prende il microfono e parla. Uno dice che “ c’era bisogno di un martire, e adesso lo abbiamo” e la gente reagisce furiosamente contro questa mentalitá . Un altro dice “voi che vi permettete il lusso di essere pacifisti non avete avuto le esperienze che ho io. La non violenza non porta a nulla”, e viene subissato di fischi. Piú in là, c’é Gad Lerner che vuole fare una diretta per La 7 sulla giornata. Sul palco c’e’tutto il direttivo del GSF, piú il sindaco di Genova. Molta gente seduta attorno. Marcello si trova per caso a essere seduto tra Franca Rame e Sergio Cusani. Appena inizia la trasmissione, con lo scopo dichiarato di informare chi non c’era su cosa é successo, un esagitato comincia ad insultare il sindaco,  e non si riesce a farlo smettere. Blocca tutto, e Lerner lo invita a venire a parlare, lui si rifiuta ma continua ad urlare, e viene a questo punto spintonato via in malo modo.  Dopo pochi minuti, saltano sul palco due ragazze sui 18 anni, che urlano che non si puó parlare cosí quando c’ é  stato un morto, che delle ricostruzioni non gliene frega un cazzo, e via cosí. La situazione degenera, altri salgono sul palco, qualcuno strappa i microfoni  e la trasmissione finisce. Marcello commenta la cosa con Franca e Cusani, e racconta la scena dei neri SS. Cusani dice che é una storia interessante, che andrebbe raccontata in TV.  Si porta dietro Marcello a cercare Lerner, che peró  ha altro a cui pensare.  Ci sono invece due della RAI 2 che vorrebbero registrare la dichiarazione, ma Marcello si rifiuta, perché non si fida .  Il taglio filogovernativo di RAI 2 é tale che potrebbero montare il pezzo in modo tale da far sembrare che tutto il movimento sia come quei delinquenti. Allora Cusani cerca se c’e’ Rai3, che é piú affidabile, ma non c’e’. Invece c’é Deaglio, direttore della Stampa, che sta a sentire interessato, si fa dare le coordinate, ma poi non si farà vivo.

Sabato

Daria  decide di non venire alla manifestazione, perché teme, in caso di cariche, di non riuscire a muoversi co rigflessi pronti ed agilità come é necessario in quei casi.  Chiara e Marcello vanno, e si trovano verso la testa del corteo.  Quando si arriva al punto dove si lascia il lungomare per andare verso l’interno, ci sono già gli scontri, ma il grosso del corteo non ne é ancora interessato.  In un momento di sosta,  compaiono tre neri, disarmati. Marcello scatta verso di loro, e con altri li blocca. I tre (ragazzini inglesi sui 18 anni al massimo) passano un brutto momento.  Mentre Marcello sta aggredendo verbalmente (che bello sapere l’inglese abbastanza da poterci litigare liberamente!)  uno di loro, a questo arriva u n cazzottone. Un altro viene sbattuto contro un pilastro dei portici, mentre il terzo non se la passa meglio.  C’é stata, per qualche secondo una atmosfera da linciaggio, anche perché , oltre al Nostro, c’era solo una ragazza che poteva parlare bene inglese con i neri. Ma la situazione é stata recuperata, ed é cominciata una discussione accesissima, ma non violenta, con questi qui. Che si sono rivelati dei ragazzini cretini, che non pensano a quel che fanno.  Dopo un quarto d’ora, erano lí con l’aria mogia mogia, senza sapere piú cosa rispondere, e sono tornati indietro, in direzione opposta agli scontri.

Qualche imbecille (tipicamente Francesco Merlo in prima pagina sul Corriere di Domenica) ha detto che il GSF era connivente perché non ha disarmato i neri e non li ha consegnati alla polizia. Secondo lui, noi, a mani nude, avremmo dovuto, il giorno prima, disarmare quel battaglione di neri, oppure prendere questi tre, attraversare le file dei loro compagni che tiravano sassi e molotov, attraversare la terra di nessuno tra loro e la polizia, e poi arrivare sino ai poliziotti per consegnarli?  La sera prima, sul palco di Lerner, uno dei Cobas ( che proprio non si possono definire  dei non-violenti) ha detto che loro ne hanno disarmati parecchi, e che c’erano anche dei ragazzini di 13 anni, stranieri, esagitati  peggio dei piú grandi.

 

Il corteo riparte, ed arriviamo senza incidenti alla piazza dove tutto si conclude.  Ma gli scontri continuano ad un chilometro dalla casa di Chiara, e verso sera, oltre al rombo onnipresente degli elicotteri, arriva anche qualche folata di lacrimogeni. Sentiamo l’elicottero tutta la notte, e non capiamo perché. Il giorno dopo sappiamo dell’assalto alla scuola Diaz, e ci viene da piangere dalla rabbia.

Marcello pensava, dopo 30 anni, e quattro di governo della sinistra, che la polizia fosse cambiata da quella che attaccava i cortei nel 68 , ma si deve ricredere. Peró c’é una differenza rispetto ai sentimenti che si provavano allora dopo gli attacchi. Allora anche nella sinistra c’era una logica per cui la violenza era in qualche misura inevitabile, anche se non considerata un valore dalla maggioranza di noi. Di conseguenza una sconfitta nella strada incideva, quanto meno simbolicamente, su un passaggio obbligato del percorso che volevamo compiere.   A Genova é stato chiaro che quel che é successo nelle strade non ha sconfitto nessuno di noi, perché i nostri obiettivi non sono la presa del Palazzo d’Inverno, ma cose come la riduzione del tempo di brevetto farmaceutico, o l’abolizione della Banca Mondiale. Non sono obiettivi piú piccoli, sono diversi, e  per questi fini é  irrilevante cosa succede in uno scontro di piazza.  Quelli sono affari dei neri e della polizia. Bisognerà stare molto piú attenti a non farcisi coinvolgere la prossima volta. Siamo stati ingenui, ma non siamo stati battuti.

 


Cari amici, allora io ero a Genova. Io ho visto. Non date retta ai giornali ed ai telegiornali. E' stata una cosa pazzesca, un massacro. E' difficile raccontare cio' che e' avventuto tra venerdi' e sabato. Per farlo mi aiuto con quello che ho visto io e quello che hanno visto altri carissimi amici presenti a Genova. Vi prego di avere la pazienza di leggere e' veramente la cronaca di un incubo che difficilmente sentirete sui grandi mass media. 

1.Io arrivo Giovedi' a Genova dopo la festosa manifestazionedei migranti, 50.000 persone. Ci sono i campi di raccolta, siamo tantissimi. Migliaia di persone assolutamente pacifiche, un clima meraviglioso (vi ricordate i campi scout?) si discuteva si cantava si stava bene insieme. Scout e militanti, volontari e professionisti e venerdi' mattina iniziamo le piazze tematiche in una citta' blindata:le varie associazioni si troveranno sparse nella citta' per fare un assedio festoso con danze, performance e slogan alla famosa linea rossa. A questo punto sul lungo mare arriva il famoso blak blok, alcuni di loro vengono visti parlare con la polizia, altri direttamente escono dalle loro fila.Parlano soprattutto tedesco. Iniziano a sfasciare tutto. Polizia e carabinieri stanno fermi. I Black block cercano di infilarsi nel corteo dei lavoratori aderenti ai COBAS e altri sindacati, di cui picchiano uno dei leader, vengono respinti a fatica. Poi i black blok puntano sulla prima piazza tematica (centri sociali), piombano armati fino ai denti. La polizia li insegue, i manifestanti si trovano attaccati prima dai black e poi dalla polizia che a quel punto inzia le cariche violentissime. I Black se ne vanno e piombano sulla piazza dove c'era la rete di Lilliput (commercio equo, gruppi cattolici di base, Mani Tese..ecc.). La gente facendo resistenza pacifica cerca di allontanarli. La polizia insegue: carica la piazza. La gente alza le mani grida pace! Volano lacrimogeni manganellate. Ci sono feriti. I Black se ne vanno e continuano a distruggere la città... 300-400 del Black Bloc vagano per Genova, chi li guida conosce perfetttamente la citta': il loro percorso di distruzione punta a raggiungere tutte le piazze tematiche dove ci sono le iniziative del movimento.. E' impressionante. Si muovono militarmente, si infiltrano, i capi gridano ordini, gli altri agiscono. E a ruota arrivano polizia e carabinieri Intanto nella piazza tematica dove c'e' l'ARCI e l'Associazione Attac ecc.: tutto va bene, nel primo pomeriggio si decide di andarsene dal confine con la linea rossa fino ad allora assediata con canti, scenette, ecc. La gente sfolla verso Piazza Dante, la polizia improvvisamente lancia lacrimogeni alle spalle,. Fuggi fuggi generale. Gli ospedali si riempiono di feriti. Molti pero' non vanno a farsi medicare in ospedale: la polizia ferma tutti quelli che ci arrivano. E' sera. La gente e' sconvolta, molti inziano a essere presi dalla rabbia. Dei black improvvisamente non si ha piu' notizia. Alla cittadella dove c'e' il ritrovo del Genoa Social Forum saremo diecimila.E' arrivata la notizia della morte del ragazzo. C'e' paura, i racconti di pestaggi violentissimi si moltiplicano. Ragazzi e suore che piangono. C'e' un sacco di gente ferita. Un anziano che piange con una benda in testa, è un pensionato metalmeccanico. C'e' Don Gallo della Comunita' di San Benedetto. C'e' la mamma leader delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina, quelle che da anni cercano notizie dei loro figli desaparecidos: dice che e' sconvolta per quello che ha visto con i suoi occhi, gli ricordano troppo l'Argentina della dittatura: non pensava fosse possibile in Italia Intervengono mio fratello, Luca Casarini delle tute bianche e Bertinotti (l'unico politico che ha avuto il coraggio di correre ) calmano tutti: ragazzi non uscite in piccoli gruppi, non accettate la sfida della violenza. Si decide che la risposta sara' la grande manifestazione del giorno dopo, saremo in tantissimi, pacificamente contro tutte le provocazioni e le violenze di black block e forze dell'ordine. Il senatore Malabarba racconta che e' stato in questura. Ha trovato strani personaggi vestiti da manifestanti, parlano tedesco ed altre lingue straniere. Confabulano con la polizia e poi escono dalla questura. Scoppia improvvisamente un incendio in una banca vicino alla cittadella. Gli elicotteri ci sono sopra: per piu' di 40 minuti non arriva ne' pompieri ne' niente. Di notte uno dei campi dove siamo a dormire, il Carlini, viene circondato dalla polizia. Entrate a perquisire, fate quello che volete. La gente piange: implorano di non essere ancora caricati. La polizia entra: nel campo non trova niente. 

2. Sabato: la grande manifestazione, siamo veramente una moltitudine. Il corteo parte, ci sono mille colori. Gente di tutto il mondo. Tutte le associazioni, il volontariato, i contadini, i metalmeccanici, i curdi, ....ecc. Canti, danze, mille bandiere. Piazzale Kennedy. Non ci sono scontri. Non c'e' niente. Sbucano i black Block La polizia improvvisamente, senza alcun motivo, spacca in due l'enorme manifestazione. . Si scatena la guerra. Cariche dovunque, manganellate. Sono impazziti. La polizia carica i metalmeccanici della FIOM, i giovani di Rifondazione. Iniziano inseguimenti per tutta Genova. Chi rimane solo è inseguito, picchiato. Decine di persone testimoniano di inseguimenti e pestaggi solo perche' riconosciuti come manifestanti. E' picchiato dalla polizia un giornalista del Sunday Times (sul numero di oggi racconta la sua avventura...) In un punto tranquillo della manifestazione, sul lungomare, improvvisamente da un tetto vengono sparati lacrimogeni che creano panico. Usano gas irritanti, producono dermatiti, non fanno respirare. I Black Bloc? compaiono e scompaiono, nessuno li ferma. Attaccano un ragazzo di Rifondazione. Gli spaccano la bandiera e lo picchiano. Attaccano a pietrate i portavoce del Genoa Social Forum. Spaccano vetrine ed incendiano. Sono armati fino ai denti: ma come ci sono arrivati nella Genova blindatissima? La testa della grande manifestazione è tranquilla, il Genoa Social Forum fa l'appello di defluire con calma, di non girare da soli per la citta'. Veniamo indirizzati verso Marassi dove ci sono i pulman di quelli arrivati la mattina. Siamo fermi li'. Non si puo' andare avanti: a piazzale Kennedy e' guerra. Siamo in tanti fermi, seduti per terra. Improvvisamente partono i lacrimogeni. Fuggi fuggi generale. Si cerca di tornare verso la cittadella del Genoa Social Forum: passano camionette della polizia da dove urlano: vi ammazzeremo tutti! La seconda parte del corteo non arriverà mai alla piazza dove era prevista la conclusione. Tutte le persone vengono caricate indistintamente sul lungo mare. Chi riesce scappa nei vicoli verso la collina, dove si scatena una vera e propria caccia all'uomo. Sabato notte, la manifestazione era ormai finita da alcune ore, la polizia irrompe nella Sede stampa del Genoa Social Forum. Picchiano tutti con una violenza impressionante. In particolare sono interessati alla documentazione (testimonianze, video, foto...ecc.) che raccontano quello avvenuto tra venerdi' e sabato: sono molti attenti a distruggere tutto. Vengono distrutti tutti i PC e tutto il materiale che trovano, viene arrestato l'avvocato che coordina il gruppo di avvocati presenti a Genova. Viene distrutto o portato via anche tutto il materiale che gli avvocati avevano raccolto per difendere le persone arrestate. Adesso non si sa piu' neanche quante sono e quali sono le accuse. Durante la perquisizione, fatta senza alcun mandato, a parlamentari, avvocati, giornalisti e medici e'impedito di entrare. Le famose armi comparse oggi in conferenza stampa ieri non si erano viste....rimangono i feriti e gli arrestati. Del black blok non si sa piu' niente. Vi assicuro, due giorni da incubo: black block e forze dell'ordine hanno fatto un massacro e volevano farlo. Poliziotti e carabinieri erano stati montati in modo pazzesco, fin da venerdi' mattina urlavano e insultavano.. Gli hanno veramente lavato il cervello. E poi oggi a sentire televisioni e leggere giornali: Dio mio sembra proprio un regime: dove hanno scritto la verita' che tutti noi che eravamo li' abbiamo visto? Divento poi matto a pensare che alcuni potranno ancora pensare: "voi contestatori, dite le solite cazzate..." Non fatevi imbrogliare, abbiate il coraggio di mettere in discussione i vostri convincimenti sulle meravigliose forze dell'ordine italiane e sugli apparati democratici del nostro Stato. A Genova veramente e' avvenuto qualcosa di pazzesco. Hanno inaugurato il nuovo governo.... Un'altra piccola cosa: sul giovane ammazzato. La sapete la prima versione della questura prima che comparissero i video? ammazzato da un sasso lanciato da altri manifestanti....... Se pensate che molta della documentazione raccolta da testimoni e' stata distrutta dopo l'irruzione alla sede del Genoa Social Forum di questa notte....ci rimangono le "sicure" versioni delle forze dell'ordine... 

 

Meditate e per favore fate girare, stampate, parlate, c'e' bisogno di raccontare la verita'. A vostri amici, parenti, colleghi di lavoro. Vi prego non voltatevi dall'altra parte. 

grazie 

Stefano Agnoletto

 

P.S. Mio fratello e' distrutto, mi ha detto: è pazzesco, sembra di essere nell' America Latina negli anni 70. Forse neanche lui aveva capito fino in fondo con chi aveva a che fare e che governo e responsabili delle forze dell'ordine potessero arrivare a tanto.

 


 

I corpi speciali:«È vero, li abbiamo massacrati»
di Enrico Fierro

Nell’inferno di Bolzaneto c’erano i Gom. In quella caserma di Genova trasformata in carcere e diventata un incubo per le decine di fermati, c’erano i Rambo del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria. Le testimonianze dei pestaggi arrivano a valanga nei giornali la gente randellata, i denti spaccati, i calci nei testicoli con gli anfibi d’ordinanza, le frasi e i gesti cattivi e umilianti, le risate degli aguzzini e le gratuite esplosioni di sadismo collettivo, le minacce di stupri con i manganelli agitati. «Basta, i Gom vanno sciolti e subito», lo chiede la Cgil, che ha parlato con chi quella sera maledetta c’era.
«Quella sera io c’ero e non ho visto violenze. Tutto andava bene», lo giura il ministro della Giustizia Roberto Castelli, diretto responsabile dei Gom, che chiede di essere sentito dai magistrati come testimone. A difesa, ovviamente. Perché anche sull’affaire Gom la linea del governo è chiara: difendere anche l’indifendibile. Negare l’evidenza di violenze e atteggiamenti bestiali documentata da testimonianze rese a stampa e tv con nome e cognome dalle vittime, con le denunce degli avvocati indipendenti. Senza paura.
Gli agenti della polizia penitenziaria che erano a Genova quella sera lo raccontano: sì, nella Bolzaneto è successo davvero quello che i giornali hanno scritto. Perché i 40mila agenti penitenziari non ci stanno a pagare un duro prezzo per colpa di quei mille Rambo. Tanti sono gli uomini dei Gom, il gruppo operativo mobile del corpo della polizia penitenziaria. Una sigla nuova, coniata il 25 maggio del 1997, quando in via Arenula si decise di sopprimere il vecchio «Scopp», il Servizio coordinamento operativo polizia penitenziaria. Sigle lunghe e complicate da leggere, dietro le quali si nascondono interessi, promozioni e posizioni di potere. Quando nacque il Gom nell’amministrazione penitenziaria fu polemica dura, la Cgil e altri sindacati si dichiararono contrari alla creazione di una struttura separata dal resto del corpo. Le associazioni del volontariato che operano nelle carceri lanciarono un grido di allarme.
Vivono in una caserma di via Di Brava a Roma, i mille del Gom, è lì che vengono addestrati. «Molte azioni alla Rambo, poca istruzione sull’ordinamento penitenziario e pochissima preparazione psicologica», dicono gli altri agenti della polizia penitenziaria. Che vivono male, malissimo l’esistenza di questi colleghi privilegiati. Se un agente destinato al duro lavoro nelle sezioni e nei bracci arriva a mala pena a due milioni al mese, un agente che ha la fortuna di arrivare al Gom («ci si arriva per raccomandazioni, per amicizia, perché si è simpatici a qualcuno», ti raccontano i lavoratori penitenziari) può raggranellare, tra missioni e indennità varie, anche sui quattro milioni.
Lavoro duro, certo, non più duro di quello fatto quotidianamente a contatto con i detenuti. I compiti del Gom (diretto dal generale Mattiello) sono la «custodia e il controllo, in condizioni di estrema sicurezza, di tutti i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, l’organizzazione e l’esecuzione di tutte le traduzioni che interessano detenuti ad altissimo indice di pericolosità, l’intervento negli istituti penitenziari per il mantenimento dell’ordine pubblico e della disciplina in occasione di tumulti o rivolte». Come nel carcere milanese di Opera.
Novembre 1988, durante una perquisizione alla ricerca di armi in alcune sezioni, succede l’inferno. Giuliano Pisapia parla di «violazione dei diritti dei detenuti, violenza gratuita sulle cose, umiliazioni, sottrazione di oggetti. E’ passato un uragano..». Solo un piccolo assaggio di Bolzaneto.
Sassari 3 aprile 2000, carcere di San Sebastiano, una normale operazione di trasferimento di un gruppo di detenuti dopo una manifestazione interna per le pessime condizioni di vita all’interno dell’istituto, finisce in un pestaggio di massa. La vicenda viene fuori grazie ad un esposto dei parenti dei detenuti.
Il Gom ha sempre avuto mano libera. Ma chi ha messo su questo gruppo che le cronache accusano di essere formato da picchiatori? La destra e il ministro Castelli, ieri hanno puntato l’indice contro l’ex Guardasigilli Oliviero Diliberto: il Gom è tuo. Che replica di non aver voluto lui, quel reparto era stato costituito ben prima che io arrivassi. Nessuno è disposto a riconoscere la paternità di quella strana polizia nella polizia.
Erano in 300, arrivati da tutta Italia, gli agenti penitenziari, una buona fetta inquadrata nel Gom, a Genova durante il G8. Il loro compito era quello di fare da ufficio matricola per gli arrestati che sarebbero stati poi trasferiti nelle carceri di Pavia e Alessandria. Due le caserme della polizia di Genova attrezzate a carceri di passaggio, una l’ormai tristemente famosa Bolzaneto. Qualche agente racconta anche delle riunioni preparatorie: «I nostri capi ci hanno parlato dei rischi che correvamo, ci hanno detto di stare attenti, nessuno ci ha detto come comportarci dopo, quando gli arrestati sarebbero stati portati in caserma. Diciamo che ci hanno lasciato mano libera. Comunque nessuno ci ha detto di non essere violenti». Tutti lì, nella Bolzaneto, una sorta di terra di nessuno. E pochissimi agenti, i più giovani, stretti nel carcere di Marassi la sera di venerdì 20 luglio, quando un gruppo di teppisti ha assaltato l’istituto tentando di sfondare la porta carraia.
I lavoratori della polizia penitenziaria della Cgil chiedono senza mezzi termini lo scioglimento del Gom. Per tutti parla Fabrizio Rossetti, della Funzione pubblica nazionale: «La magistratura accerti subito le responsabilità e il Gom sia sciolto». Non è una normale dichiarazione sindacale, la sua. «Se la magistratura dovesse accertare che a Bolzaneto ci sono state violenze e maltrattamenti, dovranno essere distinte le responsabilità istituzionali ed individuali di quanti hanno operato in quel contesto». «Il Gom va sciolto perché poco efficace e pericoloso nelle sue attività. E’ stato sempre difficile ricondurre le operazioni del Gom ad un centro di responsabilità unico e controllabile».
Non ha visto nulla, quella sera a Bolzaneto, il ministro Castelli. «Sicuramente non ho visto violenze», aveva giurato la sera di sabato parlando con le agenzie di stampa. Poi ha chiarito che lui in quella amena caserma non si è trattenuto «per tutta la notte», e che anzi, ora «intendo sentire dai responsabili del Dap esattamente cosa è accaduto, dopo di che prenderemo le nostre misure». E ieri sera il ministro ha tenuto un lungo vertice con i responsabili del dipartimento penitenziario, che ha prodotto un comunicato di netta smentita delle notizie pubblicate dai giornali. A Bolzaneto non c’è stato nessun pestaggio «sistematico e preordinato» da parte della polizia penitenziaria. «Gli agenti del Gom (tranne poche unità del personale femminile impiegate a supporto delle perquisizioni previste dalla legge) hanno operato esclusivamente all' esterno dell' edificio dove sono stati svolti, da parte di tutte le forze di polizia, gli adempimenti conseguenti agli arresti». Ministro e Dap escludono categoricamente «qualsiasi contatto tra gli arrestati e gli agenti della Polizia penitenziaria prima che le operazioni di identificazione e notifica dei verbali di arresto fossero concluse, si può affermare che, successivamente alla presa in carico degli arrestati da parte degli agenti della Polizia penitenziaria, non si sono verificati pestaggi sistematici e preordinati». Questa è la ricostruzione di via Arenula, il ministero della Giustizia ritiene «gravemente offensive» le notizie apparse sui giornali e minaccia querele. Forte di una verità, la presenza di Castelli ha Bolzaneto. Che non ha visto violenze e che «ribadisce l'apprezzamento per il lavoro svolto» dal Gom.

 


La testimonianza di Marco Revelli sul sito www.einaudi.it

 

http://www.einaudi.it/einaudi/ita/news/can1/5-233.jsp

 

 

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APPELLO PER LE MANIFESTAZIONI DI GENOVA 

 La Sinistra Giovanile, in quanto parte del Genoa Social Forum, condivide e sostiene l’appello per le manifestazioni di Genova e invita pubblicamente alla sua adesione e sottoscrizione tutti i canturini e, soprattutto, personalità locali del mondo della cultura, dell’arte , della scienza, dello spettacolo e dello sport!

 

Appello per le manifestazioni di Genova (G8 - 20/22 luglio 2001) 

E' questione di democrazia saper ascoltare quello che un numero crescente di persone di tutto il mondo chiede in merito al superamento degli squilibri esistenti nel pianeta. E' questione di democrazia saper vedere quello che milioni e milioni di persone soffrono a causa di scelte politiche ed economiche che allargano anziché ridurre la forbice tra poveri e ricchi. E' questione di democrazia saper rispondere delle innumerevoli ingiustizie, disastri ambientali, guerre e morti per fame che questa globalizzazione produce. E' questione di democrazia dare voce a chi denuncia che con questo modello di sviluppo, non è pensabile nessun futuro dignitoso né per i popoli affamati, né per le nostre società, sempre più al centro di fenomeni di esclusione sociale, ma anche sempre più arroccate in difesa di lussi e privilegi. Saremo con i centomila che verranno a Genova nei giorni del G8 per manifestare e per dire pacificamente che "un mondo diverso è possibile". Qualcuno vuole impedire che ciò accada. Esplicitamente o semplicemente non rispondendo a chi chiede di poterlo fare. Anche il diritto a manifestare è questione di democrazia. E la democrazia non si sospende. Mai. 

GENOA SOCIAL FORUM 

Sinistra Giovanile coordinamento del canturino

 

Tutti coloro che volessero avere ulteriori informazioni o partecipare alla manifestazione del 21 a Genova, possono chiedere della Sinistra Giovanile durante la Festa de l’Unità di Cantù, che si terrà dal 6 al 22 luglio, rivolgendosi agli inservienti del ristorante o del bar! Oppure scrivete a democraticisinistra@libero.it o a sgcomo@virgilio.it o chiaramente a me: vladimir@interfree.it

 

Se volete ulteriori informazioni visitate: 

www.sinistragiovanile.net 

www.unita.it 

www.genoa-g8.org 

www.repubblica.it 

www.dsonline.it 

www.areaperta.org 

e per i più estremisti ( non tirate le pietre, oltre che stupido perchè gli altri sparano, è controproducente ) visitate: 

www.no-global.org 

E' importantissimo far girare questo volantino!

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SEI MILIARIDI E MEZZO DI IPOCRISIA !!  

 Mi riesce difficile iniziare questo discorso , anche perchè non ho ben chiaro l'obiettivo finale. Però una cosa la so: sono arrabbiato! A scanso di equivoci, non sono un neo sessantottino contestatore a tutti i costi, un amante dell'opposizione sociale sempre e per forza, ma quando si sentono notizie di questo tipo, 6 miliardi e mezzo per 8 uomini ricchi e potenti e loro scorte, la reazione non può essere altrimenti. Non tanto per il costo in se, anche se sono convinto che di quella nave si poteva benissimo farne a meno, quanto per il fatto che gli 8 potenti, li alloggiati con tutte le comodità e i privilegi del caso, discuteranno dei problemi della povertà nel mondo, della gente che muore di fame, dei bambini malati di aids o coinvolti in qualche guerra, dello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici, dell'ambiente e in generale dell'economia mondiale, forse proponendo qualche soluzione, di tipo paternalistico e caritatevole, tanto per cercare di convincere qualcuno che sono stati 6 miliardi e mezzo non spesi male. Nel frattempo, mangeranno a volontà, avranno modo di divertirsi, di fare bagni in piscina, di fare free climbing, di rilassarsi, tra un incontro politico e l'altro, di osservare, anche un po' divertiti i contestatori globali con l'arroganza di chi sa già di aver vinto, comunque si concluda il g8. Poi, come sono venuti, torneranno a casa, la nave salperà per altri lidi, e chi muore di fame, che stupido, continuerà a farlo. Detto tutto questo, una domanda sorge spontanea (Lubrano docet), se gli 8 potenti hanno diritto a un trattamento privilegiato, i contestatori globali hanno diritto a manifestare, cosi' come prevede la nostra costituzione , oppure no? Si può sospendere la democrazia? Saluti globali Giuseppe Jennarelli, coordinatore della Sinistra Giovanile del canturino

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