SULLA GUERRA

Mesi fa mi sono iscritta alla mailing list di Areaperta per ricevere aggiornamenti e informazioni su incontri di politica locale dato che da anni lavoro in Cantù e dintorni ma non avrei mai pensato di inviare un mio contributo.

 

In momenti storici come questo sento tuttavia che non ci si può esimere dall'esprimere un giudizio, dal prendere posizione ,dal cercare un confronto con le opinioni degli altri per arrivare a farsene una . Ed è quindi unicamente per questo bisogno di interloquire con voi , ,che invio alcuni pensieri sparsi e "spettinati" sugli ultimi avvenimenti.

Non mi sono mai interessata molto di politica o meglio non possiedo un linguaggio " politico" in grado di esemplificare con nomi, fatti, circostanze delle affermazioni . Tuttavia nel corso di quest' anno con l'ultima campagna elettorale e i primi cento giorni del governo Berlusconi , dopo i fatti di Genova, e gli eventi internazionali dopo l'11 settembre, sento di essere profondamente coinvolta in tutto ciò che prima mi vedeva distrattamente interessata, e sento di dover esplicitare prima a me stessa e poi a chi me lo chiede una mia posizione. Ma che fatica dare una risposta convincente in non più di due minuti a chi ti chiede se sei filo-americano o nonostante quello che è successo se pensi che il terrorismo non abbia tutti i torti, se ti sta più simpatico l'occidente o l'Islam,.
Non è per niente facile orientarsi ricorrendo a schemi che pretendono di scindere nettamente alternative spesso incommensurabili come L'Occidente e l'Islam, L'America e il terrorismo, global e noglobal, berlusconismo o comunismo, pacifismo e bellicismo.Le opzioni sempre più spesso vengono ridotte a scelte obbligate tra due posizioni antitetiche o inconciliabili.
Se sei contrario al conflitto armato in Afganistan allora sei pacifista,, ma anche comunista o cattocomunista noglobal, antiamericano, rifiuti l'Occidente , sei buonista irresponsabile filoterrorista o filoislamico che poi è lo stesso.
Se invece sei convinto che questa guerra abbia delle buone ragioni per essere combattuta o non sia possibile farne a meno, allora sei anche un guerrafondaio, berlusconiano, di destra, hai senso storico, sai come affrontare i momenti critici con coraggio e responsabilità,difendi la libertà soprattutto la tua ,ti stanno simpatici Bush e l'America un po' meno i mussulmani e gli extracomunitari che se sparissero dall'Europa sarebbe meglio per tutti.
Nel dibattito politico ma anche nel linguaggio della gente di strada si avverte la tendenza a tracciare confini netti e profondi in un mondo che li ha perduti , ricorrendo al pensiero assoluto come antidoto al relativismo culturale che affligge l'Occidente in declino. Non c'è metodo più efficace per ricompattare un'identità confusa che evocare un nuovo o vecchio nemico.
Sembra che tutti abbiamo bisogno di una sottile linea rossa che ci divida su due fronti contrapposti , almeno sappiamo riconoscere "i nostri" e ciò è molto rassicurante. Ma intanto cresce anche tra di noi che fortunatamente non siamo ancora sotto bombe , missili e batteri , una guerra simbolica , verbale , emotiva che utilizza come armi slogan e linguaggi offensivi, violenti ed arroganti , anche tra chi si definisce sul fronte del pacifismo. Cresce la diffidenza nei confronti di ogni diversità perché il diverso è potenzialmente un nemico per un'identità instabile o confusa, incapace di confrontarsi di aprirsi al dialogo e,di condividere valori, di impostare alternative politiche su progetti anziché su ideologie.
Che posizione prendere allora ?tra pacifismo e sostenitori del conflitto armato, sia pure come necessità inevitabile?
Pacifista è per definizione colui che rifiuta ogni forma di violenza , chi crede nella mediazione pacifica conflitti, ma quando questo non è possibile, pena il soccombere, sono disposta ancora a definirmi pacifista? Come giudico le guerre di liberazione, la lotta partigiana la ,rivoluzione spagnola, il movimento zapatista , il comandante Marcos ecc.
Sembra che il problema del dichiararsi pacifista o meno per noi e per me, si ponga solo in certe occasioni , in genere quando un intervento armato coinvolge il nostro Occidente tranquillo compromettendo la nostra sicurezza opulenta.
E' successo questo per la Guerra del Golfo, , per il conflitto in Bosnia , lo è meno per tutte le numerose situazioni, teatro di violenza e di violazione di diritti umani che non ci toccano da vicino: la Palestina, il Sudan il Tibet la Cecenia, la Birmania lo stesso Afganistan prima dell'11 settembre ecc., ,
Come molti anch'io ho partecipato alla marcia della pace di Assisi quest'anno e non gli scorsi anni.
Sono consapevole di tutta l'ambiguità che c'è nel dichiararmi pacifista ,solo in momenti come questi perchè ritengo che l'impegno per la pace non debba essere professato solo in tempi di guerra.ma debba essere radicato in un impegno costante a denunciare situazioni di ingiustizia , di violazione dei diritti umani nel mondo come a casa nostra, nell'impegno sociale o politico, ma anche più semplicemente a partire da noi stessi dal rifiuto di ogni forma di soppruso nell'azione come nel linguaggio,.
E tutto questo richiede coraggio e fermezza , ma anche forza, non ha niente a che vedere col buonismo di comodo che si rinfaccia al movimento pacifista. Io personalmente mi ritengo pacifista , anche se penso che l'aggressività non sia sempre da reprimere, c'è infatti un'aggressività positiva che è quella che ci rende determinati, ma anche creativi e appassionati.

Ho sentito dire al ritorno dalla marcia: se tutti quelli che hanno partecipato avessero dato ai paesi in via di sviluppo il corrispondente di una giornata di lavoro il loro marciare sarebbe stato più credibile.
Lo slogan della marcia , deciso prima dell'11 settembre ,"Cibo acqua e lavoro per tutti" , non allude a estemporanee elemosine, ma" al tentativo di sostituire alla cultura della competizione selvaggia logiche di cooperazione , all'individualismo la solidarietà,alla separazione la condivisione , all'arricchimento forme di redistribuzione," di preferire ad un concetto di sicurezza nazionale armata , politiche di sicurezza comune.
Le quasi 300.000 persone del corteo, non mi sono sembrate tutte quante schierate sullo stesso lato del fronte. C'e forse qualche problema?
Sta di fatto che sotto lo striscione "PACE" hanno camminato insieme persone molto diverse per credo e provenienza , confuse insieme con o senza bandiere, slogan, tra silenzi e musiche accomunate più che da spirito antiamericano , da un'idea molto concreta di pace intesa come giustizia. E credo che la compostezza e insieme la festosità del clima abbiano fatto piazza pulita di ogni polemica politica che ha preceduto e accompagnato la manifestazione.
Intanto si è detto anche no a questa guerra che riteniamo essere una soluzione illusoria al problema del terrorismo, perché non contribuisce a ridurre le tensioni ma rischia di riprodurle per decenni.
Perché se è vero che bisogna fermare Bin Laden, è anche vero che uno sguardo prospettico sulla storia ci porta a considerare i processi, non gli eventi puntuali, come causa di conflitti.
E la collocazione dell'attacco a Manhattan e al Pentagono come "causa" di questo conflitto, senza nulla togliere alla gravità dell'atto terroristico senza precedenti, ci impedisce di rintracciare le ragioni ben più lontane e complesse, di tali atto. Ragioni che non possono unicamente essere ricondotte all'interpretazione della guerra attuale come scontro tra due civiltà o religioni. Ragioni che non possono giustificare ma che rendono meno fatalistico ciò che sta accadendo sotto ai nostri occhi.
In un articolo comparso su "Il Manifesto" del 15.10 si riportava a proposito l'intervento di Giorgio Parisi, candidato al Nobel per la fisica ,in cui appunto si ribadiva che ogni fenomeno in quanto tale è un derivato non un primum che genera indagine. Di per sé non è un'osservazione particolarmente significativa , nell'insieme delle cose che si sono scritte e dette su questo conflitto, ma mi sembrava interessante uno sguardo sul problema a partire da un paradigma interpretativo quello appunto scientifico - sistemico , diverso da quelli in genere utilizzati da opinionisti e politologi e politici così vincolati a logiche lineari di causa-effetto.
Questi atti di guerra avvengono nel ""nostro mondo, ma sono anche postumi di altri conflitti. "Dopo la seconda guerra mondiale sono morti per motivi bellici 50 milioni di persone. Di queste, 200.000 sono "nostre" cioè occidentali, i rimanenti sono dei "loro"il terzo mondo. C'è da stupirsi se c'è dell'odio contro di noi?"
Ma se è una guerra al terrorismo non contro l'Afghanistan in quanto tale, mi chiedo perché allora non si condividono con uguale determinazione anche altri tipi di guerre come per esempio la guerra ai finanziamenti illeciti contro un terrorismo radicato e oserei dire allevato, nella maggior parte dei paesi occidentali ,.
Sembra che molti governi , quello Italiano in primis, non intendano mettere in discussione l'esistenza di paradisi fiscali in cui notoriamente oltre che coltivare interessi privati si ripulisce il denaro proveniente da attività illecite, tra cui appunto le reti di finanziamento del terrorismo.
E se tra le ragioni di questa guerra tra la civiltà del bene contro quella del male, ci fossero anche e non per ultimi interessi economici (petrolio, traffici d'armi, di oppio, conquista di nuovi mercati, ridefinizione di un'assetto politico dopo il muro di Berlino ecc.)?
Non voglio cadere nella rete del pacifismo buonista, ma neppure condividere l'apologia di una guerra, che non persegue solo intenti di difesa e di tutela della libertà?
Chiudo questo ormai straripante monologo con un dubbio molto condiviso che ho trovato in un articolo di Ilvo Diamanti comparso non so più dove, in questo periodo.
Come e dove si collocherà chi è e si sente Occidentale , ne condivide i valori, i principi, le istituzioni, non ha incertezze sulla lotta dura al terrorrismo ma la tempo stesso , crede al dialogo aperto fra le culture? Chi pensa che l'islam è un realtà complessa , in mutamento e non sia destinata a produrre "mostri" e fondamentalismi ? (…) Mi dispiace ma di fronte ad alternative così schematiche non riesco a pormi che in modo relativamente ( e forse assolutamente) relativo. Senza , per questo sentirmi relativista."

Elena Bruno

20 Ottobre 2001 

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