SU PIAZZA GARIBALDI VOGLIO DIRE LA MIA!

COMITATO COMASCO SALVIAMO LA COSTITUZIONE

È ufficialmente nato ieri, 16 maggio, il Comitato Comasco “Salviamo la Costituzione”, con sede presso le Acli in via Brambilla 35. Presentazione ufficiale il prossimo 27 maggio, primo appuntamento pubblico il 2 giugno, con la distribuzione in piazza dell’Appello e l’avvio di una raccolta di firme.

 

Nasce anche a Como il Comitato “per la difesa dei valori costituzionali e contro le attuali  proposte di modifica e revisione”, la cui presentazione ufficiale alla città è attesa per il prossimo 27 maggio. Promosso a difesa della nostra Costituzione repubblicana frutto dell’esperienza della Resistenza, il Comitato si propone di far conoscere i contenuti ispiratori della nostra Carta Costituzionale e di evitare frettolosi cambiamenti, a difesa dei valori espressi dalla nostra Legge fondamentale. Tutti gli interessati alla proposta possono far pervenire le adesioni sia di organizzazioni (denominazione, sede, indirizzo mail) che di privati cittadini (nome e cognome, professione, mail) alla sede del Comitato, presso le Acli di Como in via Brambilla, 35 tel. 031-3312726 fax 031 3312750; mail: presidenza@aclicomo.it. Le adesioni dovrebbero pervenire entro il 25 maggio, prima della presentazione ufficiale del 27. Il Comitato sarà presente in Piazza il 2 giugno per la distribuzione dell'Appello e la raccolta delle firme.

WALTER BELLO A COMO

Como 24 febbraio 2005 ore 20.30

Circoscrizione 6 - via Grandi

Incontro con Walden Bello

Organizzato da Como Social Forum

 

Walden Bello è uno dei più autorevoli e rispettati critici del modello di globalizzazione economica, capace di combinare con successo i ruoli di intellettuale, tecnico e attivista. Nato a Manila, Filippine, nel 1945, ha studiato a Princeton e ha combattuto fermamente la dittatura di Marcos. Nel 1995 ha fondato il Focus on Global South, con sede a Bangkok, che continua a dirigere; è docente di Sociologia e pubblica amministrazione all’Università delle Filippine di Manila. Collabora con le più prestigiose testate giornalistiche del pianeta.

Negli ultimi mesi è stato fatto oggetto, insieme ad altri esponenti dei movimenti del Sud Est asiatico, di minacce di morte per la sua attività politica.

 

In Italia sono stati editi (da Baldini Castoldi Dalai Editore di Milano):

Deglobalizzazione

Un saggio sulle istituzioni (l'Organizzazione mondiale per il commercio, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale) che dominano il palcoscenico dell'economia mondiale e governano come una vera e propria autorità egemone gli scambi commerciali e i flussi finanziari che percorrono il pianeta, da est a ovest, passando per le predominanti economie del Nord a quelle meno sviluppate del Sud, e sui diversi movimenti e organizzazioni che da più di due decenni lottano per ribaltare questo stato di cose, per fare sì che il Sud del mondo si riappropri delle sue risorse e trovi il modo di domare quel flusso di investimenti speculativi che ne destabilizza le economie.

Il futuro incerto

Una raccolta di brevi saggi, di testimonianze sulla globalizzazione vista dal Sud del mondo, sul ruolo del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).  «È un libro – ha dichiarato l’autore - sull'esercizio del potere nelle relazioni internazionali e sul modo in cui questo esercizio genera diseguaglianze, crisi e, infine, resistenza. è un libro sull'esercizio del potere da parte degli Stati Uniti, sul suo impatto sull'economia globale e sulle politiche mondiali e sulle risposte che ha provocato nelle altre società, popolazioni e comunità.» (con prefazione di Anuradha Mittal)

La vittoria della povertà

Il saggio affronta i temi della povertà globale alla luce della profonda crisi finanziaria asiatica, spiegando la fragilità di quelle economie e identificando i contorni di una crisi molto poco regionale, causata da un progresso drogato da capitali stranieri, piuttosto che da oculati investimenti locali. Definisce storicamente il tempo delle ideologie liberali, e delle strategie di contenimento, la crisi del debito e il reaganismo anni Ottanta, che hanno trasformato la questione Nord-Sud del mondo in un chiaro problema tra la ricchezza degli Stati Uniti e la nuova povertà globale.

 

 

Numerosi suoi articoli (in inglese) sono raggiungibili dal sito

http://www.nadir.org/nadir/initiativ/agp/free/bello/

 

Suoi articoli sono comparsi su “il manifesto”.

Tra gli altri questo, del gennaio 2003, sul tema della guerra.

 

«Possiamo fermare la guerra»

Parla Walden Bello: le manifestazioni influenzano i governi occidentali  MA. FO.,

Walden Bello, direttore del gruppo di analisi politica Focus on the Global South, tenta un primo bilancio. Con l'abitudine sistematica che dev'essere della sua formazione di sociologo economista, Bello guarda il Social forum asiatico in prospettiva: «Lo spirito di Porto Alegre si è generalizzato e approfondito», dice - tra un intervento sul tema «movimenti e alternative» e un seminario sul prossimo round di negoziati del Wto sul commercio. «La spinta iniziale a questo Forum asiatico è venuta da Porto Alegre, ma poi è tutta energia locale che si è messa in moto: le 15 mila persone che si sono registrate, oltre alle centinaia che non si sono prese la briga di iscriversi, sono un evento senza precedenti». Non sarà da attribuire anche alla particolare tradizione di democrazia partecipativa dell'India? L'economista filippino che lavora in Thailandia assente: «E però è la prima volta, anche per l'India, che vedi interagire tradizioni politiche diverse come quella gandhiana e quella marxista, i verdi e il femminismo, le ong e i movimenti popolari di massa». Non è un processo facile, «ci sono sempre i tentativi di egemonizzare e i presenzialismi, come ovunque, ma il Forum è aperto, e in effetti qui hai visto la democrazia diretta al lavoro. Il processo di costruzione del consenso è altrettanto importante del risultato finale. Forum come questo sono luoghi di confronto, costruzione di reti e piattaforme, scambio di idee e strategie: farne una sorta di partito sarebbe un errore. Del resto sarebbe impossibile». La settimana di Hyderabad dunque è una vera novità politica sulla scena dell'Asia - e l'India è candidata a ospitare il prossimo Forum mondiale (osservatori brasiliani erano qui, e del segretariato del World social forum. Viene da chiedersi perché non ci fossero italiani a questo evento senza pari, gli italiani che vanno a decine a Porto Alegre: ma forse i movimenti asiatici spiazzano troppo rispetto ai no global di casa nostra. Peccato).

Dunque, cosa viene dopo? «Vedremo generalizzarsi qualcosa che è già cominciato, la moltiplicazione di forum regionali e locali, cioè incontri di movimenti e persone diverse ma che condividono spirito, obiettivi e valori anche nelle differenze», risponde Walden Bello, «anche perché siamo in una congiunzione di momenti difficili: l'economia globalizzata è in crisi, e una guerra incombe. E però aumenta anche l'alienazione del resto del mondo verso gli Stati uniti». Riassume: «Il paradigma dominante neoliberale è in crisi e non mantiene le promesse: negli ultimi dieci anni la povertà e le diseguaglianze sono aumentate, l'ambiente è devastato». Per Walden Bello non c'è dubbio: il Fondo monetario, la Banca mondiale e il Wto non sono riformabili. Vanno distrutte: è quello che chiama «deglobalizzare». L'obiettivo è costruire un nuovo sistema di governance: democratico, che soddisfa i bisogni dei più, cioè produce eguaglianza e giustizia. Un sistema che promuova l'equilibrio tra le comunità umane, e tra queste e la natura. «Deve rispettare il principio della sussidiarietà: quando una produzione può essere fatta localmente va fatta localmente, perché spostarla altrove distrugge le comunità». E poi, «un nuovo sistema di governance globale non può imporre ricette uguali per tutti come fa il Fondo monetario». Si tratta dunque di rafforzare il sistema degli accordi internazionali, una pluralità di istituzioni alla pari che interagiscono. Insiste: la corporate globalization sembra vincente ma non lo è, e il progetto imperialista statunitense è in crisi. «Nella crisi dell'imperialismo c'è l'opportunità per la nostra liberazione», dice: quanto a lui, con Focus è impegnato a lanciare la prossima campagna, quella per impedire il lancio di un nuovo round di negoziati mondiali del commercio al prossimo vertice del Wto a Cancùn, Messico.

L'imperialismo sarà in crisi, ma gli Usa stanno per lanciare una nuova guerra, questa volta in Iraq. Chiedo: il movimento contro la «globalizzazione delle multinazionali», che era rimasto senza parole dopo l'11 settembre, riuscirà a opporsi? «E' vero, ma uno degli sviluppi dell'11 settembre è proprio che il movimento antiglobalizzazione ormai è in gran parte fuso con quello per la pace. L'abbiamo visto con la marcia di Firenze in novembre, e con le dimostrazioni contro la guerra sempre più numerose negli Stati uniti. Questo crea una pressione sui governi: il caso della Germania è un buon esempio. In generale credo che le relazioni all'interno dell'Alleanza atlantica tra Usa ed Europa non saranno più le stesse. Certo, tutto questo forse non riuscirà nell'immediato a impedire la guerra in Iraq. Nei prossimi mesi però potrebbe cambiare molto. Sospetto che gli Stati uniti arriveranno in Iraq ma vi resteranno impantanati, e questo creerà le condizioni per un forte movimento anti-guerra in Usa: anche perché gli imperi tendono sempre a espandersi oltre le proprie capacità, come se avessero perso il senso delle dimensioni. Non hanno una strategia per fermare il conflitto in Palestina. La guerra al terrorismo in sud-est asiatico non dà risultati. Tutto questo alla fine avrà un effetto. Già ora vedi che metà dell'America Latina è in rivolta contro gli Usa - parlo dell'elezione di Lula in Brasile e del fenomeno Chavez in Venezuela. In Corea del Sud la protesta contro la presenza militare americana, una volta tabù, ormai è pubblica e generalizzata: è una grande novità. Non riusciremo a impedire l'attacco all'Iraq ma forse potremo impedire altre guerre».

 

Su “Internazionale”, n. 446, del 19/25 luglio 2002 è stato pubblicato l’articolo Genova. Un anno dopo. A Genova è stato scontro tra capitalismo e comunità globale”.

 

 

E’ tra i firmatari del manifesto di Porto Alegre 2005, chi si riporta qui di seguito.

Manifesto di Porto Alegre

Dopo il primo Forum sociale mondiale tenutosi a Porto Alegre nel 2001, il fenomeno dei Forum sociali si è esteso a tutti i continenti, fino a toccare i livelil nazionali e locali. Ha fatto emergere uno spazio pubblico planetario della cittadinanza e delle lotte.

Ha permesso di elaborare proposte di politiche alternative alla tirannia della globalizzazione neoliberista promossa dai mercati finanziari e dalle multinazionali, delle quali il potere imperiale degli Stati uniti costituisce il braccio armato. Per questa diversitá e per la solidarietá tra gli attori e i movimenti sociali che lo compongono, il movimento altermondialista è ormai una forza che ha peso a livello mondiale.

Nella ricchezza infinita di proposte espresse nei Forum, ce ne sono un gran numero che sembrano raccogliere un larghissimo consenso tra i movimenti sociali. Tra queste, i firmatari del Manifesto di Porto Alegre, che parlano a titolo strettamente personale e non pretendono in alcun modo di parlare a nome del Forum, ne hanno identificate dodici che sono al tempo stesso il senso e il progetto per la costruzione di un altro mondo possibile. Se fossero applicate, permetterebbero ai cittadini di cominciare a riappropriarsi tutti assieme del loro futuro.

Questa soglia minima è sottoposta all'approvazione degli attori dei movimenti sociali di tutti i paesi. A loro spetterá, a tutti i livelli, - mondiale, continentale, nazionale e locale - di condurre la battaglia necessaria perché divengano realtá. Non ci facciamo nessuna illusione sulla volontá reale dei governi e delle istituzioni internazionali di mettere in opera spontaneamente queste proposte, anche quando, per opportunismo, si appropriano del loro vocabolario.

A. Un altro mondo possibile deve rispettare il diritto alla vita per tutti gli esseri umani con nuove regole in economia.

Bisogna dunque:

1. Annullare il debito pubblico del paesi del Sud, che è giá stato pagato molte volte e che costituisce, per gli stati creditori, i centri della finanza le istituzioni finanziarie internazionali, il mezzo privilegiato per mettere la maggior parte dell'umanita' sotto la loro tutela e mantenerla nella miseria.

2. Mettere in opera tasse internazionali sulle transazioni finanziarie (in particolare la Tassa Tobin sulal speculazione sulle monete), sugli investimenti diretti all'estero, sui profitti consolidati della transnazionali, sulle vendite di armi e sulle attivita' a forte emissione di gas serra.

3. Smantellare progressivamente tutte le forme di paradiso fiscale, giudiziario e bancario, che sono allo stesso tempo dei rifugi della criminalita' organizzata, della corruzione, dei traffici di ogni genere, della frode e dell'evasione fiscale, delle operazioni criminalid elle grandi imprese, o dei governi.

4. Fare del diritto di ogni abitante del pianeta a un lavoro, alla protezione sociale e alla pensione, e nel rispetto dell'eguaglianza tra uomini e donne, un imperativo delle politiche pubbliche, nazionali e internazionali.

5. Promuovere tutte le forme di commercio equo rifiutando le regole del libero scambio della Wto e mettendo in campo meccanismi che permettano, nel processo di produzione dei beni e servizi, di andare progressivamente all'allineamento verso l'altro delle norme sociali (come sono state cosegnate nelle convenzioni dell'Oit) e ambientali. Escludere del tutto l'educazione, la salute, i servizi sociali e la cultura dal campo di applicazione dell'Accordo generale sul commercio dei servizi (Gats) della Wto. La convenzione sulla diversitá culturale attualmente in discussione all'Unesco deve fare esplicitamente prevalere il diritto alla cultura e alle politiche pubbliche di sostegno alla cultura sul diritto del commercio.

6. Garantire il diritto alla sovranità e alla sicurezza alimentare di ciascun paese o raggruppamento di paesi attraverso la promozione della cultura contadina. Tutto questo comporta la soppressione totale delle sovvenzioni all'esportazione di prodotti agricoli in primo luogo da parte di Usa e Ue e la possibilità di tassare le importazioni al fine di impedire pratiche di dumping. Allo stesso modo ciascun paese o raggruppamento di paesi deve poter decidere l'interdizione della produzione e dell'importazione di organismi geneticamente modificati destinati all'alimentazione.

7. Proibire ogni forma di brevettabilitá delle conoscenze e del vivente (umano, animale e vegetale) cosí come ogni forma di privatizzazione dei beni comuni dell'umanitá, l'acqua in particolare.

B. Un altro mondo possibile deve incoraggiare il "vivere insieme" nella pace e nella giustizia a scala dell'umanitá.
Occorre dunque:

8. Lottare, in primo luogo nelle diverse politiche pubbliche, contro tutte le forme di discriminazione, di sessismo, di xenofobia, di razzismo e di antisemitismo. Riconoscere pienamente i diritti politici, culturali ed economici (compreso il controllo delle loro risorse naturali) dei popoli indigeni.

9. Prendere misure urgenti per mettere fine al saccheggio dell'ambiente e alla minaccia dei cambiamenti climatici aggravati dall'effetto serra e risultanti in primo luogo dalla moltiplicazione dei trasporti e dallo sfruttamento delle energie non rinnovabili. Cominciare a mettere in opera un altro modo dello sviluppo fondato sulla sobrietá energetica e sul controllo democratico delle risorse naturali, in particolare l'acqua potabile, a scala planetaria.

10. Esigere lo smantellamento delle basi militari dei paesi che ne dispongono fuori dalle loro frontiere, e il ritiro di tutte le truppe straniere, salvo mandato espresso dell'Onu.

C. Un altro mondo possibile deve promuovere la democrazia dal locale al globale.

Bisogna dunque:

11. Garantire per legge il diritto all'informazione e il diritto di informare: mettendo fine alla concentrazione dei media in gruppi di grande dimensione; garantire l'autonomia dei giornalisti nei loro rapporti con gli editori; e favorendo la stampa senza fine di lucro, soprattutto i media alternativi e comunitari. Il rispetto di questi diritti implica la messa in campo di contro-poteri cittadini, in particolare nelal forma di Osservatori nazionali e internazionali dei media.

12. Riformare e democratizzare profondamente le organizzazioni internazionali, tra cui l'Onu, e far prevalere i diritti umani, economici, sociali e culturali contenuti nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Questa prioritá implica l'incorporazione della Banca mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e della Wto nel sistema e nei meccanismi di decisione delle Nazioni Unite. In caso di persistenza di violazione della legalitá internazionale da parte degli Stati uniti, bisognerá trasferire la sede delle Nazioni Unite da New York in un altro paese preferibilmente del Sud.

Aminata Traoré, Adolfo Pérez Esquivel, Eduardo Galeano, José Saramago, Francois Houtart, Boaventura de Sousa Santos, Armand Mattelart, Roberto Savio, Riccardo Petrella, Ignacio Ramonet, Bernard Cassen, Samir Amin, Atilio Boron, Samuel Ruiz Garcia, Tariq Ali, Frei Betto, Emir Sader, Walden Bello, Immanuel Wallerstein.

 

Fai camminare i diritti I Ds promuovono la legge di iniziativa popolare zeroseianni

È stata depositata il 2 dicembre in Cassazione la proposta di legge di
iniziativa popolare "Il diritto delle bambine e dei bambini all'educazione e
all'istruzione dalla nascita fino a sei anni".

Tale proposta di legge, promossa dai Democratici di sinistra e dalla
Consulta Ds per l'infanzia e l'adolescenza "Gianni Rodari", riprende,
portandola su un terreno più avanzato e innovativo, una bandiera che è stata
un forte tratto di identità della sinistra e un importante elemento di
crescita del Paese.

Oggi solo il 7,4% dei bambini frequenta il nido, con grandi differenze tra
nord e sud. L'Italia è agli ultimi posti. L'Europa ci chiede entro il 2010
di dare risposta al 33%.
È un'iniziativa strategica per superare le disuguaglianze che sono tanto più
ingiuste quanto più si radicano nei primissimi anni di vita. Per affermare
che è un diritto di tutte le bambine e i bambini poter accedere
all'educazione, all'istruzione. Per sostenere i loro genitori nella
conciliazione tra i tempi e le tipologie di lavoro e le loro funzioni di
cura e di educazione. Per dire con chiarezza che la solitudine dei bambini e
delle famiglie di oggi si combatte con un decisivo intervento del pubblico.
Il nostro Paese è quello che spende meno per i bambini e le famiglie. I Ds
con questa legge vogliono operare concretamente perché non sia più così.

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