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POSTDEMOCRAZIA |
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Dove dobbiamo guardare? E che cosa deve davvero preoccuparci? Mi rendo conto che rischio di essere ripetitivo, ma le questioni su cui insisto mi sembrano quelle decisive. E quindi le parole e gli esempi non bastano mai. Tanto più che si lotta contro il portato di un’antica tradizione che il sistema di comunicazione di massa continuamente rafforza. Il punto è su che cosa dobbiamo volgere gli occhi, che cosa dobbiamo guardare. E’ evidente che chi accetta di leggere un testo come questo già sa che è importante guardare certi fenomeni e non le ultime vicende sentimental-sessuali dell’attrice x o del principe (!!) y. Ma il problema si ripresenta sia pure ad un livello più elevato. Che cosa dobbiamo davvero seguire con attenzione: le scarpe di D’Alema, il rapporto tra Martinazzoli e Mastella e tra Occhetto e Di Pietro, oppure altri fenomeni? La mia risposta è che bisogna seguire anche certi processi in senso stretto “politici”, ovviamente, ma che il cuore dei problemi è in tutt’altre dinamiche e che è a questi fenomeni che bisogna prestare attenzione. Se, ad esempio, alziamo gli occhi dalle vicende più o meno disgraziate del nostro paese e guardiamo al panorama complessivo delle democrazie occidentali difficilmente possiamo evitare l’impressione che, sia pure in forme molto diverse, legate alle diverse storie dei diversi paesi, alcuni processi che tanto ci colpiscono in Italia stiano andando avanti in modo parallelo anche negli altri stati. La cosa che dovrebbe soprattutto preoccuparci è che molti di questi mettono radicalmente in crisi non solo la tradizionale concezione della democrazia, ma la sua stessa funzionalità. Basta pensare al peso delle lobby che riescono spesso a condizionare governi e parlamenti, alla crisi crescente dei deboli strumenti internazionali di controllo, che vengono attaccati in nome della stessa democrazia (non sono organizzazioni democraticamente elette!), alla sproporzione tra il livello globale di vari problemi, dalle migrazioni in corso alle tematiche ambientali, e gli strumenti statuali cui è connessa l’unica esperienza democratica che conosciamo. E siamo in mondo che per la stragrande maggioranza non conosce e non ha conosciuto la “nostra” democrazia, in un Occidente che solo pochi decenni fa è stato sul punto di cadere sotto il dominio di sistemi politici che esplicitamente, come quello nazi-fascista, contestavano alla radice il concetto stesso di “democrazia” comunque intesa. Non è allora privo di fondamento il senso di scoramento che spinge parti più consistenti della popolazione a non votare, a non informarsi, a esprimere un distacco crescente verso la partecipazione democratica quando non si arriva a posizioni di aperto rifiuto e di netta polemica. Con il risultato che, dalla Russia agli USA, con tutto quello che c’è in mezzo, il populismo sembra una forma politica via via più forte: chi dice non quello che pensa o quello che davvero ha intenzione di fare, ma quello che la gente si aspetta di sentirsi dire trova ascolto e successo. Pesa in questo il ruolo e la concentrazione dei mezzi di informazione che non è certamente un fenomeno solo italiano. Quello che è importante capire è che la crisi non nasce da fattori esterni al sistema democratico come l’abbiamo conosciuto, ma da elementi tutti interni alla stessa democrazia. Il nemico non è l’altro, non è al di là di una cortina di ferro o di bambù, giustamente cadute, ma è dentro di noi, nei processi che lo stesso sistema democratico incrementa. Per questo il termine che Colin Crouch ha utilizzato per un suo libretto “Postdemocrazia” sta avendo un crescente successo. Perché nel suo suono amaro e allarmante dice proprio che la democrazia ha il suo tarlo vero non più fuori di sé, come nel secolo precedente, ma al suo interno. La preoccupazione dovrebbe essere molto maggiore di quella che si avverte in giro: Soprattutto bisognerebbe riconoscere la portata dei problemi evitando di risolvere tutto in termini soggettivi. I partiti politici e i soggetti politici sono certamente inadeguati, ma i problemi non si risolvono sperando nell’arrivo di una generazione di “puri e duri”. La destra ha già mostrato dove porta l’esaltazione dei “non politici”. E la storia ha nel passato esempi ben catastrofici di che cosa ha comportata questo illusoria speranza. Per spiegare quello che penso vi propongo un gioco: leggete con partecipazione questi giudizi, formulati come una domanda retorica: Si
può reggere uno stato che non ha un buon sovrano, o peggio che ce l’ha
stupido, ignorante, attento solo ai propri interessi, un sovrano che
sempre meno apprezza la cultura, che affronta in modo superficiale i
problemi, che appena può pensa solo a come ricavare il massimo risultato
nel breve periodo, ché tanto al futuro ci penserà il sovrano che viene
dopo? Come può uno stato retto in questo modo evitare la totale rovina di
se stesso e di tutto quello che esso organizza e contiene? Credo che, nel leggere queste banali e credo largamente condivisibili giudizi il mio lettore tipo, posto che ci sia, ha pensato al governo, probabilmente ai governi attuali, a Bush e a Berlusconi, per fare non a caso due nomi. Ma ha sbagliato. Io parlavo del popolo. Perché questo è il sovrano, in democrazia. Rileggete adesso le frasi sopra. Noi siamo un sistema costituzionale: le leggi sono difese dalle istituzioni che la Costituzione prevedere e legittima. Ma chi difende la Costituzione se qualcuno l’attacca alla radice? Un liberale doc non ha che una risposta: il popolo in armi. Non c’è altro. Senza questo la Costituzione è un pezzo di carta che non ha alcuno strumento per difendersi, a differenza della legge. Tutte le Costituzione hanno un preambolo, scritto o non scritto che sia, il quale dice: Noi, Popolo Sovrano, decidiamo liberamente di noi stessi quanto segue:…. Ma se questo Sovrano non conosce nemmeno questo preambolo, chi potrà salvarci dalla completa rovina e alla fine, dalla ricerca di un altro sovrano? Come è sempre successo nella storia dell’Occidente, in Grecia, a Roma, nelle repubbliche cittadine dei primi secoli del millennio precedente. Le democrazie sono sempre durate poco. Il loro Sovrano non le ha sostenute e difese nel modo corretto. Speriamo che la crisi epocale che stiamo attraversando abbia un altro esito.
Maurizio Migliori (Graffiti 2004)
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