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Biologia e cultura - VOLONTARIATO: EGOISMO POSITIVO di D. Mainardi |
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Il volontariato sta crescendo in modo impressionante. Nel Regno Unito una persona su due vi è coinvolta, in Canada una su tre. Negli Stati Uniti la forza-lavoro rappresentata dai volontari equivale a più di 9 milioni di lavoratori a tempo pieno per un corrispondente economico annuo di 225 miliardi di dollari. Pure in Italia l’incremento è fortissimo e l’apporto dei volontari viene ufficialmente riconosciuto indispensabile per fronteggiare calamità, inquinamento e degrado ambientale, la lotta alla droga, l’epidemia di Aids, le povertà, il sottosviluppo. Volontariato significa no-profit, cioè altruismo, e questa è una parola che, per chi si occupa di sociobiologia, stimola pensieri intriganti. Il sacrificio del proprio interesse per favorire quello altrui non è stato facile da spiegare, in un’ottica biologica, finchè non si è capito che, in un modo o nell’altro, c’è sempre un ritorno positivo per chi si sacrifica. La sociobiologia ci insegna che in natura esistono almeno tre forme d’altruismo, quello limitato ai parenti, quello reciproco e, infine, quello carpito con l’inganno. Ebbene, perfino nell’ultimo caso, se si considerano le cose in una prospettiva evolutiva, l’altruista “ingannato” finisce per guadagnarci. Si potrebbe obiettare: che c’entra questo discorso così “biologico” con la nostra specie che, ben lo sappiamo, se fa altruismo lo fa per motivi etici? E’ vero, forse non c’entra; a ogni modo tra l’altruismo delle altre specie e il nostro c’è un vero abisso che deriva dalla nostra unica consapevolezza. Eppure alcuni dati di fatto inducono a sospettare che, anche per noi, un qualche specifico determinante biologico possa farsi sentire. Siamo, per esempio, una specie socialissima, e questo è un pabulum straordinario per la comparsa dell’altruismo biologico. Risulta, inoltre, che compiere azioni altruistiche appaghi indipendentemente da considerazioni etiche, quasi vi fosse, sotto sotto, quella che gli etologi chiamano un’”appetenza”. E’ bene che mi spieghi: il comportamento può essere di due tipi, appetivo o reattivo. Appetivo è quando l’individuo si mette in moto spontaneamente per soddisfare un’esigenza interna, reattivo se invece è necessario uno stimolo esterno perché il comportamento si manifesti. Ebbene, il comportamento riproduttivo è appetivo, comprese le cure parentali, che evolutivamente rappresentano la prima sorgente d’ogni altruismo. Infine -uso le parole di Sharon Capeling-Alakija, coordinatrice del programma delle Nazioni Unite- “il volontarismo è una dimensione comune a tutte le civiltà e a tutte le società”. E’, cioè, una caratteristica specifica. Non mi pare che sarebbe poi così scandaloso se noi avessimo, si fa per dire, “il gene dell’altruismo”. Il problema, piuttosto, è che per noi umani il tragitto dal gene al carattere è sempre lungo e complesso. L’altruismo esige infatti, per manifestarsi, di maturare nella giusta cultura. E’ qui, in ogni caso, che ci sarà, per molto ancora, da lavorare.
Danilo Mainardi
Dal “Corriere della Sera” del 20 .05.01, pag. 27 (In attesa di autorizzazione)
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