L'ABORTO, LA LEGGE, LE DONNE, GLI UOMINI

Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo l'intervento di Laura Colombo 


In Italia fino al 1975 l'aborto era una pratica illegale. Utilizzato da
sempre dalle donne per far fronte a maternita' indesiderate, era tuttavia
perseguibile penalmente.
Nel 1975 un'importante sentenza della Corte Costituzionale stabiliva la
differenza tra un embrione e un essere umano - precisamente la donna
incinta -, e sanciva la prevalenza della salute della madre rispetto alla
vita del nascituro.
Ecco un frammento della sentenza della Corte Costituzionale n. 27, del 18
febbraio 1975: "non esiste equivalenza tra il diritto non solo alla vita ma
anche alla salute proprio di chi e' gia' persona, come la madre, e la
salvaguardia dell'embrione che persona deve ancora diventare" (fonte:
http://www.cortecostituzionale.it).
Il 22 maggio 1978 viene approvata la legge 194, una legge di compromesso - e
leggendola si sente. Non si deve dimenticare che fu firmata da ministri
democristiani e da un presidente della Repubblica anch'egli democristiano
(Giovanni Leone). Gia' nel 1981 Laura Conti nel libro Il tormento e lo scudo
parlava di "compromesso contro le donne".
La 194 riconosce il diritto della donna a interrompere, gratuitamente e
nelle strutture pubbliche, solo in queste, la gravidanza indesiderata.
Inoltre si stabiliscono politiche di prevenzione da attuarsi presso i
consultori familiari. Ed e' ammessa la possibilita' di non operare per il
medico che sollevi obiezione di coscienza.
*
Il movimento delle donne assume sostanzialmente due posizioni nei confronti
della richiesta di una normativa sull'aborto, posizioni che sono ben
riassunte nella voce "Aborto" del Lessico politico delle donne / Donne e
medicina, una pubblicazione del 1978: "Mentre i laici e i cattolici
contrapposti portavano avanti la battaglia per l'aborto a livello
parlamentare, il movimento delle donne ha continuato separatamente il suo
dibattito. Schematizzando si possono individuare due posizioni di fondo: una
che ha visto nella formulazione di una legge che legalizzasse e rendesse
assistito e gratuito l'aborto, la conquista di un diritto civile e il
riconoscimento sociale dei diritti e della forza delle donne; l'altra
posizione non ha invece ritenuto utile per le donne una riforma sociale,
come e' una normativa sull'aborto (...). Rimanere incinte senza desiderarlo
o essere costrette ad abortire anche se si desidera un figlio provoca nelle
donne conflitti e situazioni tali che nessuna legge puo' pensare di
regolare, sistematizzare o risolvere (...). Per questo si e' chiesta
semplicemente l'abolizione del reato di aborto, la depenalizzazione; la cura
medica sarebbe stata garantita, come lo e' per qualsiasi altra necessita' di
assistenza dei cittadini".
Il fascicolo speciale del "Sottosopra rosso" del 1975 inizia con queste
parole: "Recentemente nella societa' e' prevalsa l'idea di trovare un
compromesso meno ipocrita e meno iniquo su tale problema [l'aborto - ndr],
salvo restando che tocca e tocchera' sempre alle donne assicurare la
limitazione delle nascite con i vari sistemi esistenti dei quali l'aborto e'
quello principale. Noi donne invece diciamo: 1) che non vogliamo piu'
abortire; 2) che non si puo' parlare di aborto senza chiamare in causa la
sessualita' dominante e la struttura sociale".
*
I nodi posti alla discussione dalle donne che sostenevano la
depenalizzazione dell'aborto sono pregnanti e a mio parere quelle questioni
sarebbero da porre alla discussione anche oggi, in una societa'
profondamente cambiata anche grazie all'avvento della liberta' femminile.
Naturalmente, in una situazione cosi' modificata, alcune delle risposte
potrebbero essere - a mio avviso - profondamente diverse. Vediamo le
questioni in gioco nel movimento di allora.
*
1) Principio dell'autodeterminazione.
Rivolta femminile (gennaio 1975 - identita' femminile e aborto):
"L'inconscio della donna registra che la nascita di un altro essere avviene
al prezzo dell'accettazione della sua propria morte. E nessuno, se non la
donna stessa, puo' decidere se e' giunto per lei il momento di tale
accettazione".
Gruppo donne di Torino ("Sottosopra" 1975 - la perdita del nostro corpo):
"Diritto di decidere sempre e in ogni momento in prima persona quanto e'
bene per noi".
*
2) Necessita' di una presa di coscienza femminile a partire dalla
sessualita' e, da qui, messa a fuoco della centralita' del conflitto tra i
sessi, necessita' che il conflitto si apra nella societa' (e non venga
invece "pacificato" con la legge).
Rivolta femminile (luglio 1971 - Sessualita' femminile e aborto): "Libera
maternita' e libera sessualita' devono trovare i loro significati
all'interno della nostra presa di coscienza: solo cosi' saremo sicure che la
liberta' di cui si parla e' la nostra e non quella del maschio che si
realizza attraverso di noi, attraverso la nostra piu' occulta oppressione".
"L'uomo fa l'amore come un rito della virilita' e alla donna accade di
restare fecondata nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo
specifico godimento sessuale, nel momento in cui si compie l'atto che la
rende sessualmente colonizzata. Una volta incinta la donna scopre l'altro
volto del potere maschile che fa del concepimento un problema di chi
possiede l'utero e non di chi detiene la cultura del pene".
Collettivo cherubini (febbraio 1973 - A proposito dell'aborto): "Mentre
chiediamo l'abrogazione di tutte le leggi punitive sull'aborto (...) ci
rifiutiamo di considerare questo problema separatamente da tutti gli altri
nostri problemi (sessualita', maternita', socializzazione dei bambini e del
lavoro domestico). (...) Perche' l'aborto non sia un nuovo strumento di
oppressione, esso deve rientrare in un programma di mutamento radicale delle
nostre condizioni".
"Sottosopra "1975 (p. 3): "Non e' nel nostro interesse trattare del problema
dell'aborto per se stesso. Il nostro sforzo e' invece, mi sembra, di legare
questo problema a tutta la nostra condizione, e a una questione in
particolare, che e' quella della nostra sessualita' e del nostro corpo".
Gruppo donne di Torino ("Sottosopra" 1975 - la perdita del nostro corpo):
"Abbiamo cosi' iniziato un discorso che oltre a contestare l'impostazione
alienata della questione 'aborto', era un tentativo di incentrare il
discorso sul nostro corpo, sulla nostra sessualita', nel convincimento che
solo da questa riflessione puo' emergere una pratica autonoma originale, che
faccia esplodere la contraddizione dell'essere donne in un mondo che ci nega
continuamente in quanto tali".
Collettivo cherubini ("Sottosopra" 1975 - noi sull'aborto facciamo un lavoro
politico diverso): "Emerge qui la contraddizione tra sessualita' femminile e
sessualita' maschile, la realta' del dominio maschile sulla donna (...). La
clandestinita' dell'aborto e' una vergogna degli uomini, i quali spedendoci
negli ospedali ad abortire ufficialmente si metteranno la coscienza in pace
in modo definitivo (...). Al contrario noi donne preferiamo: o essere
lasciate in pace (le statistiche sulla frigidita' parlano chiaro) o cercare
godimento e gioia in altri modi".
Collettivo cherubini ("Sottosopra" 1975): "[necessita' di] mettere
l'accento... sulla violenza, cioe' sull'attuale rapporto di potere, di
forza, che c'e' tra uomini e donne (...). Io credo che sarebbe utile
analizzare tale rapporto di potere sia da parte di chi ha avvertito in modo
tremendo la violenza che gli uomini hanno fatto sul corpo della donna ed e'
stata frigida completamente, sia da parte di chi non e' arrivata a questa
censura e magari ha somatizzato in modo diverso, ad esempio e' ricorsa alla
finzione o alla seduzione per sostenere il proprio desiderio, per non dover
tagliare e censurare totalmente il proprio corpo".
Gruppo donne di Torino ("Sottosopra" 1975 - la perdita del nostro corpo):
"[esigenza di parlare dell'aborto] in relazione alla legge, a cio' che il
vecchio capitale esprime nella proibizione di questo intervento sul corpo
della donna, che permette di far crescere nell'illegalita' i traffici che
vanno dai meno redditizi (alcune ostetriche ecc.) ai piu' redditizi
(cliniche di lusso). Distinguiamo da questi interessi quelli di un capitale
piu' avanzato che preme per la pianificazione dei problemi inerenti alla
crescita demografica e che quindi vuole l'aborto libero in condizioni
igienico-sanitarie accettabili (...). In tutti e due i casi l'atteggiamento
e' sempre univoco, astratto: dalla negazione di questo atto si passa alla
proposta di "renderlo legale" senza andare alla radice dei motivi che
avevano prodotto questo divieto, trasgredito peraltro continuamente (...).
D'accordo sulla depenalizzazione dell'aborto in condizioni
igienico-sanitarie buone, controllato da noi donne (...). Ma non ci basta.
L'aborto non e' la soluzione".
*
3) Nell'analisi, nell'autocoscienza, emerge in forma molto forte la
frigidita' come sintomo di una sessualita' che resiste all'asservimento.
Cosa dice il sintomo della frigidita'? Che cosa permette di mettere in luce?
Attraverso la pratica dell'autocoscienza e dell'inconscio, i collettivi
femministi cercano una via politica che permetta di far fronte ai nodi che
via via emergono senza "delegare" alla legge un'improbabile soluzione. Viene
messo al centro il rapporto con la madre, luogo dell'origine e
contemporaneamente di una censura che non ha permesso la libera
significazione del corpo e del desiderio sessuale femminile.
Collettivo cherubini ("Sottosopra" 1975):"C'e' secondo me una mancata
scoperta, perche' non poteva avvenire autonomamente, liberamente, in un
rapporto libidico con la madre (...) la madre e' l'altra donna che doveva
aiutare, quindi a investire in senso sessuale, in senso fantastico,
positivo, il proprio corpo; mancando questa cosa, c'e' una proposta di tipo
coloniale e cioe' ti dicono 'guarda noi come ti desideriamo, vedi il nostro
desiderio e riconosci li' che sei sessuata'".
"Sottosopra" 1975 (p. 10): "La madre che ci e' mancata (...) la nostra
sessualita', legata alla percezione del nostro corpo, e' censurata, muta;
non esprime un desiderio autonomo nei confronti dell'uomo, ma rimane in
attesa della chiamata dell'uomo al suo desiderio".
"Sottosopra" 1975 (p. 13): "Si parlava di questo rapporto con la madre, che
e' il primo rapporto che abbiamo avuto tutti, con la differenza che gli
uomini l'hanno avuto con una donna, e noi invece... anche. (...) Ho l'idea
di trovare proprio li' qualche cosa che ci dia un'indicazione diversa,
nuova, che ci individui davvero come donne. (...) Da donna a donna si puo'
forse ricostruire qualcosa di perso e che non ha mai avuto modo di crescere
e di diventare reale. Tra noi potremmo ritrovarci madri l'un l'altra e
ricominciare da li', dalla percezione di un corpo uguale e potremmo al fine
trasmetterci qualcosa di diverso che non questa censura del nostro
desiderio, o questo rifarsi al desiderio dell'uomo che ci chiama a
soddisfarlo".
*
Torniamo alla legge, che sancisce in parte il principio
dell'autodeterminazione femminile, per quanto, come dicevamo, sia un
compromesso.
Contro questa legge vennero avviate tre raccolte di firme per indire
altrettanti referendum: una da parte dei Radicali (che ne chiedevano una
modifica in senso piu' ampio), e due da parte del Movimento per la vita (una
per un'abrogazione "minimale", una per l'abrogazione totale). Quest'ultimo
verra' poi dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.
Il 17/18 maggio 1981 il voto: la proposta cattolica venne bocciata a
schiacciante maggioranza (68%), quella radicale anche (88%).
Tuttavia gli attacchi (in senso restrittivo) alla legge, o meglio, i
tentativi di una sua correzione non sono mancati dopo il referendum
abrogativo, anche da parte di uomini del centrosinistra.
Mi chiedo: qual e' il fine di questi attacchi? Di fatto, dopo la perdita
secca del referendum abrogativo del Movimento per la vita la posta in gioco
della politica istituzionale non ha piu' potuto essere il ritorno
nell'illegalita' dell'aborto. Infatti questa legge e' considerata una legge
forte, su una materia delicata e difficile da legiferare. Non mi pare che
sia tanto la legge la cosa da difendere, ma sicuramente c'e' da portare
avanti una battaglia culturale perche' non passino alcune idee sulle donne,
sul piacere, sulla vita, sulla morte, il fatto che l'aborto sia qualcosa di
immorale, ecc., perche' altrimenti si forma un blocco ideologico, con
personaggi anche molto distanti che pero' per esempio sull'aborto sono
alleati. Certamente poi c'e' il calcolo politico, che e' di ottenere i
favori della chiesa cattolica (irriducibilmente contraria alla pratica
abortiva).
*
Andando a rileggere articoli che riguardano questo tema, ho notato una sorta
di ripetizione: ogni volta, e anche questa volta, c'e' in ballo la paura
degli uomini, il tentativo di introdurre nei consultori personaggi del
Movimento per la vita che dissuadano le donne, la questione dei diritti
dell'embrione.
Rossana Rossanda, in un articolo del "Manifesto" del 2 giugno 1988 commenta
la posizione di Giuliano Amato che pone in discussione il fondamento stesso
della legge sull'aborto: la decisione autonoma della donna. La 194 ha
riconosciuto che spetta alla donna la decisione per un processo che si
compie in lei sola; ma cio' non significa negare la partecipazione affettiva
dell'uomo in una scelta cosi' importante. Significa solo che l'uomo non
potra' piu' dire, come dice Amato, "non tollero che non nasca un figlio che
io voglio". Qui emerge il tema ricorrente della paura dell'uomo, paura della
perdita di controllo, paura dell'unico potere in mano alla donna - potere di
dare la vita...
Annamaria Guadagni, in un articolo dell'8 marzo 1989 pubblicato su
"L'Unita'" scrive: "fuori dal corpo della donna si combatte un'altra
battaglia. La guerra non dichiarata tra l'uomo che vede se stesso embrione
davanti al fantasma di una madre distruttiva e non accogliente. E quella
dichiarata e combattuta da millenni per il diritto patriarcale sulla prole,
che ha fatto scempio del corpo delle donne, ridotto a strumento e oggetto di
contrattazione".
Lea Meandri in un recente articolo pubblicato su "Liberazione" (27 novembre
2005) dice: "Limitarsi ad affermare il primato della donna nella
procreazione (...) significa anche, purtroppo, offrire un'occasione facile
alla misoginia di ogni tipo, e alle paure infantili piu' profonde di ogni
individuo, per affermare il diritto del bambino a nascere, sulla base di
quel gioco di identificazioni che agiscono quasi sempre inconsapevolmente e
in modo diverso nella vita di ognuno". E propone di rimettere al centro il
conflitto tra i sessi nella sessualita', propone di ricominciare a parlare
di sessualita', oltre a manifestare in difesa della legge.
Nel 1989, in un articolo sul "Manifesto", Grazia Zuffa (allora senatrice del
Pci) evidenzia come l'allora ministro democristiano Donat-Cattin,
antiabortista di ferro, nella sua relazione annuale ha di mira la
trasformazione dei consultori statali in presidi di dissuasione
dell'interruzione di gravidanza. Anche oggi, come noto, siamo alla
riproposizione di questo punto. Stefania Giorgi sul "Manifesto" del 22
novembre 2005 scrive: "La lotta inesausta della Chiesa contro le donne con a
fianco vecchi/nuovi chierichetti disseminati nel centrosinistra e nel
centrodestra - ringalluzziti dal vittorioso referendum sulla procreazione
assistita (qui c'e' un'errata valutazione politica: ai referendum e' mancato
il quorum, non c'e' stata vittoria) - si ammassano nel ventre di questo
cavallo di Troia: ripensare le modalita' applicative della legge, battere il
tasto di quanto non e' stato fatto per la tutela della maternita'. La
prevenzione - affidata ai consultori e presente nella 194 - ben presto e'
scivolata nella dissuasione cui il testo della legge non fa alcun cenno".
In un articolo de "L'Unita'" del 4 marzo, Emanuele Lauricella (ginecologo,
si e' occupato di procreazione assistita con Flamigni) parla di RU-486
dicendo che se esistono i mezzi che producono il distacco dell'uovo nelle
primissime fasi non vede perche' non debbano essere usati. E sottolinea come
vi sia una mistificazione del termine "embrione", che non deve essere usato
per tutto lo sviluppo, dall'uovo fecondato alla nascita del bambino. E'
necessario usare "termini differenziati, che tra l'altro collimano con la
grande tradizione teologica, filosofica, anche della patristica cristiana".
Il termine "zigote" indica l'ovulo fecondato, che ancora non ha iniziato la
moltiplicazione cellulare. "Embrione" e' il termine che indica che le
cellule si sono differenziate in tessuti. Sente l'esigenza di "assicurare il
legislatore che l'ammasso di cellule finche' e' divisibile meccanicamente
per dar luogo a due individui differenti non e' un individuo umano. Quando
si sviluppano i tessuti allora questo organismo diventa indivisibile. E
quando l'individuo ha possibilita' di vita autonoma? Anche questo lo
possiamo dire: verso la fine del sesto mese".
Questo in parte si incrocia con la controversa questione della legge 40, la
cui esistenza e' in contraddizione con la 194. Addirittura Gianfranco Fini,
in un'intervista del 6 giugno 2005 afferma: "Ma il provvedimento approvato
[la legge 40 - ndr], a mio avviso molto restrittivo, pone un problema di
coerenza legislativa con altre leggi dello Stato. A partire dalla legge che
regola l'aborto. Il comitato che si oppone al referendum ha coniato lo
slogan 'sulla vita non si vota'. Rispetto questa posizione, pero' mi chiedo:
il principio della sacralita' della vita e' tutelato integralmente nella
nostra legislazione? Come far finta di nulla dinnanzi alla legge 194 e alla
possibilita' di interrompere la gravidanza in certi casi? Ecco la
contraddizione insanabile: se l'embrione e' vita, non lo e' ancor di piu' il
feto?".
E Stefano Rodota', in un bellissimo articolo su "La Repubblica" del 21
novembre 2005 intitolato "Se l'embrione e' piu' importante di una donna",
scrive: "Tutto per l'embrione, purche' nasca. Nulla a chi e' gia' nato, ai
bambini adottabili, che possono rimanere privi della possibilita' di
inserimento in un nucleo familiare anche quando vi sia la richiesta di
adozione da parte di una persona sola".
Certamente le questioni sono delicate, i piani molteplici, ma a me pare che
il criterio in base a cui regolarsi sia che la vita umana passa
necessariamente attraverso l'accettazione di una donna che la accoglie, la
coltiva per consegnarla al resto dell'umanita'. E' la posizione che Luisa
Muraro ha espresso in un articolo per il sito, "Sulla vita umana", e che ha
ribadito in un recentissimo pezzo, sempre per il sito, in cui afferma la
necessita' che "il diritto inscriva il principio della liberta' femminile
all'inizio della vita umana".
*
Sul cosa fare e come procedere il movimento delle donne non ha mai avuto -
per fortuna a mio avviso - una compattezza e una risposta univoca. Accanto a
una risposta di tipo "movimentista", che pure ritengo importante, si e'
sempre affiancata la necessita' di parlare, approfondire, discutere, fare
ricerca. E queste esigenze accompagnano anche la storia della 194.
In un articolo del maggio 1989 pubblicato su "Noi donne", Roberta Tatafiore
e Silvia Tozzi si interrogano: Ma la legge ci piace? Interrogano cioe' la
risposta di piazza a sostegno di una legge che presenta molte ombre. E
riportano le parole di Silvia Vegetti Finzi: "Bisognerebbe davvero creare
occasioni di incontro tra noi dove mettere insieme parti della nostra
identita' senza fughe e senza deleghe. Non per rimettersi a fare figli per
obblighi sociali. Per accettarci, col nostro istinto di procreazione, quello
che a volte ci fa incorrere nello 'scacco' dell'aborto, e pero' anche col
nostro bisogno di scelta".
Alessandra Bocchetti, in occasione della grande manifestazione del giugno
1995 diceva: "Noi del Virginia Woolf/B pensavamo di fare una convention, ma
da altri gruppi e' venuta una forte spinta per il corteo. Riteniamo che il
corteo significhi piu' che altro rabbia; e' una forma significante
rivendicazione, protesta. A mio avviso il salto che si deve fare e' di non
mostrare la rabbia, ma far agire la forza, la fermezza, la determinazione
che abbiamo. Il corteo quindi non ci sembrava una forma adatta ad esprimere
questa forza reale. In seguito abbiamo pensato a questa soluzione della
convention all'aperto dove la forma corteo potesse confluire, unirsi. Questo
mi sembra un modo per stare insieme rispettando i due sensi".
*
Ora mi chiedo: oggi cosa fare? La macchina organizzativa della
manifestazione del 14 gennaio e' in moto, benissimo, sara' un successo anche
per la forza e l'impegno che molte ci stanno mettendo. Tuttavia ritengo che
il campo in cui spendere le energie piu' preziose non sia quello disegnato
dalla reazione, anche se dalla reazione all'ingiustizia possiamo trarre la
forza per tratteggiare la contraddizione piu' stridente, quella che e'
necessario far scoppiare perche' vi siano reali modificazioni. In causa,
qui, ci sono gli uomini. Non certamente come "i soli responsabili" del
"problema aborto" in quanto portatori di una sessualita' che riproduce il
dominio sessista. Gli uomini e la nostra relazione con loro. Che non deve
rimanere (per chi ce l'ha) nel privato, ma deve essere analizzata
politicamente (quindi anche insieme alle donne che non hanno una relazione
affettiva con l'uomo) per disegnare un nuovo spazio pubblico, politico.
Non si tratta qui di correggere la legge per introdurre l'assenso dell'uomo
(che si dichiara il padre). Non voglio mettere sotto tiro il fatto che sia
la donna sola a decidere se si' o no alla vita che porta dentro. Si tratta
piuttosto di capire se l'altro, che e' un uomo, in una relazione di scambio,
mi e' necessario per un lavoro politico che parta dalla vita, dai problemi,
dagli scacchi, da quello che per lui e' una frustrazione che si trasforma
spesso in attacco (intendo: il non poter decidere, perche' e' la donna che
ha l'ultima parola sul suo corpo), per creare nuovo pensiero, una nuova
civilta', che forse, un giorno, il diritto potra' registrare. Insomma, per
non restare sempre in una posizione di "retroguardia", che si limita a
difendere i diritti gia' ottenuti, ma che non si pone come posta in gioco un
cambiamento nel sentire comune, e lascia all'avversario, alla mentalita'
conservatrice e di destra, il monopolio dei valori.
E' per questo che bisogna coinvolgerli, perche' si crei nuova cultura, un
senso comune, condiviso. Abbiamo visto che invece da parte degli uomini si
e' sempre sentita paura, variamente espressa, oppure si sente
un'accettazione intellettuale, di chi ha presente l'istanza democratica, ma
poi esce questa paura, la paura della sproporzione.
Gli uomini di oggi sono cambiati, perche' le donne sono cambiate con il
femminismo. Non si tratta piu' - a mio avviso - di separare, di dividere,
mossa importantissima del primo femminismo per una presa di coscienza
radicale, quanto di guadagnare cambiamenti, saper vedere i punti di scacco,
in una relazione politica con gli uomini (politica nel suo senso piu' largo,
che comprende la vita di tutti e ciascuno).
Se l'altro mi e' necessario, allora devo lottare per trovare lo spazio di
praticabilita' di questa relazione, perche' questo spazio ancora non c'e':
non puo' essere quello della manifestazione, non e' quello della politica
istituzionale (possiamo vederlo anche nello scambio tra Lea Meandri e
Bertinotti su "Liberazione" di ottobre).
Alcuni uomini iniziano a interrogarsi - faticosamente - a partire dalla
propria esperienza. L'abbiamo visto, per esempio, su "Liberazione", dove
Angela Azzaro ha chiesto il contributo ad alcuni a partire dalla domanda
"maschi, perche' uccidete le donne?". C'e' stato anche un convegno a Parma
nel giugno di quest'anno, intitolato "Per amore della differenza. Percorsi
di uomini e di donne per un altro rapporto tra i sessi"...
Ripartiamo a parlare di sessualita' con gli uomini, e con le donne in eta'
feconda, con quelle che ricorrono all'aborto, quelle che ne fanno a meno, in
uno spazio di ascolto che e' da inventare.
*
Alcuni numeri dell'aborto
Come nota finale, indispensabile secondo me per la discussione oggi, e'
necessario fornire alcuni dati, prodotti dallo stesso Ministero della
salute. Infatti, al fine di sorvegliare l'andamento del fenomeno, la legge
prescrive che il ministro della salute presenti una relazione annuale
sull'applicazione della legge stessa. A ottobre 2005 e' stato reso noto il
rapporto che raccoglie i dati definitivi per il 2003 e quelli generali del
2004.
Nel 2004 gli interventi sono stati 136.715, il 2,6% in piu' rispetto ai
132.178 interventi del 2003. Tuttavia bisogna sottolineare che il decremento
dal 1982 (anno in cui, con oltre 234.000 casi, si e' registrato il picco
piu' alto) e' del 41,8%.
In particolare, il contributo maggiore all'aumento della tendenza e' stato
dato dalle regioni del centro (+6%) e del nord (+4,8%), mentre nel sud e
nelle isole e' stato registrato un leggero calo (-0,1%).
La valutazione della tendenza si basa sul tasso di abortivita', ossia il
numero di interruzioni volontarie di gravidanza (in sigla: Ivg) per 1.000
donne in eta' feconda (15-49 anni). Il tasso di abortivita' e' passato dal
9,6 per 1.000 del 2003, al 9,9 per 1.000 del 2004.
Dal 1983 al 2003, i tassi di abortivita' sono diminuiti in tutti i gruppi di
eta', con riduzioni meno marcate per le donne con meno di 20 anni (-12,5%),
inoltre, dal 1995, e' stato osservato un leggero aumento per le classi di
eta' 20-24 e 25-29 anni.
La distribuzione per titolo di studio segue un andamento gia' rilevato negli
anni precedenti con prevalenza di donne in possesso di licenza media
inferiore (46,4%) e superiore (40,4%).
Per quanto riguarda lo stato occupazionale si e' evidenziata una prevalenza
di donne con un lavoro (48,9%), mentre il 27,1% e' casalinga e il 10,1%
studente.
Un dato rilevante e' quello relativo alle donne straniere, che hanno
praticato l'aborto in Italia, e che sono passate da quasi 9.000 nel 1995,
anno in cui si e' iniziato sistematicamente a rilevare l'informazione sulla
cittadinanza, a 29.000 nel 2002, con un aumento complessivo del 226,3%, per
arrivare a circa 32.000 del 2003. Nel 2003 gli interventi di interruzione
delle donne straniere hanno rappresentato il 25,9% del totale delle Ivg,
mentre, per esempio, nel 1998 tale percentuale era del 10,1%.
(fonte: www.ministerosalute.it)

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