ARIA PULITA? DUE RUOTE, E PEDALARE 

Meno traffico, meno inquinamento. Semplicemente, tutti in bicicletta

di Stefano Caserini

L' emergenza smog" ha acceso un interessante dibattito sui quotidiani nazionali sui problemi del traffico e dell'inquinamento dell'aria.
Milano, Torino, Firenze, e altre decine e decine di città, milioni di persone sono state appiedate per qualche giorno dal blocco del traffico decretato per contrastare la crescita delle concentrazioni di polveri fini nell'aria: polveri con diametro inferiore a 10 micron (da qui il nome Pm10), ossia più piccole di un centesimo di millimetro. Polveri emesse dalle automobili e dagli impianti di riscaldamento a olio, gasolio e carbone.
Le città italiane, quotidianamente assediate dalle automobili, rivelano la loro fragilità. Complici condizioni meteorologiche ideali per il ristagno degli inquinanti (assenza di vento, stabilità atmosferica, inversione termica in quota), le concentrazioni di polveri fini hanno raggiunto livelli preoccupanti, pari anche a 4 volte le soglie di allarme. Sembra ormai ineludibile la necessità di invertire la rotta, di diminuire i flussi di traffico, di riconvertire le città per troppo tempo cresciute a misura d'automobile.
"C'è qualcuno che sta pensando a un modello sensato di città per il futuro di Milano?" si chiede Stefano Bartezzaghi (la Repubblica del 13/1). "Il problema ecologico dovrebbe costringere la ragione a fremere, per spezzare il gioco dell'indifferenza etica" secondo Alberto Malliani (Corriere della Sera, 16/1).

Sotto accusa, i motori a scoppio. Le automobili sono sul banco degli imputati per una serie di prove piuttosto certe: evidenti sono i contributi delle emissioni dai tubi di scappamento di veicoli diesel, in particolare per i veicoli più anziani, mentre le auto a benzina producono Pm10 per l'usura dei pneumatici, dei freni, per il risollevamento delle polveri precedentemente depositate al suolo. Ma le polveri fini si formano anche dalla condensazione di altre sostanze inquinanti, solfati e nitrati, emessi dal tubo di scappamento (il cosiddetto Pm10 "secondario"). I dati disponibili sono europei (http://www.aeat.co.uk/netcen/airqual/TFEI/unece.htm ) o statunitensi (http://www.epa.gov/ttn/chief/eiip/pm25inventory ), scarseggiano i dati sui veicoli italiani; a meno di problemi sulle rogatorie internazionali si prevede che al settore traffico saranno richiesti i maggiori sforzi per rendere più pulita l'area delle città, per rispettare la cura dimagrante prevista dalle direttive europee, che chiedono alle città italiane di diminuire in modo sostanziale i livelli medi annui delle concentrazioni di polveri nell'atmosfera.
Non è quindi solo un problema di emergenze e di blocchi del traffico: è necessaria una strategia per risolvere a lungo termine il problema della mobilità nelle aree urbane e della qualità dell'aria.

Chi ricorda il protocollo di Kyoto?
Le limitazioni all'uso degli autoveicoli sono inoltre necessarie per affrontare con lungimiranza la questione di uno sviluppo davvero sostenibile, davvero "eco-compatibile". L'agenda ambientale, oggi occupata solo dall'emergenza Pm10, dovrebbe avere al primo posto la diminuzione dell'uso di risorse e di energia, e fra queste una diminuzione dell'uso dei carburanti, benzina, diesel, ecc.
Anche se più o meno tutti concordano nella necessità di rispettare le limitazioni imposte dal protocollo di Kyoto, le emissioni di anidride carbonica sono in continuo aumento (si vedano al proposito i dati dell'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente http://www.sinanet.anpa.it/aree/atmosfera/emissioni/emissioni.asp); e i trasporti sono una delle voci che più contribuisce a proseguire nella direzione sbagliata.
Oltre all'ovvia soluzione di incentivare il trasporto pubblico, una strada imboccata per combattere il problema delle polveri fini è quella dell'immissione sul mercato di veicoli sempre più puliti, che producono sempre meno grammi di Pm10 per chilometro di strada. Ma il numero di veicoli immatricolati e i chilometri percorsi dagli autoveicoli sono in continuo aumento, e quindi non è ancora chiaro quali potranno essere gli effetti benefici e in quanti anni saranno raggiunti. Si può ragionevolmente sperare in qualche diminuzione dei livelli medi delle concentrazioni delle polveri fini in atmosfera, ma i benefici non potranno certo evitare, in presenza di condizioni meteorologiche così sfavorevoli quali quelle di queste settimane nel nord Italia, il raggiungimento di livelli di concentrazioni elevati, pericolosi, e che portano al blocco del traffico.
Altre proposte nascono già vecchie, come continuare a costruire strade o parcheggi nel centro delle città. Spesso progetti faraonici, che servirebbero ben poco per risolvere il problema della mobilità di tutta la città. Oppure far pagare il pedaggio di ingresso al centro delle città, argomento improvvisato, utile più che altro per raggiungere gratis le prime pagine dei giornali.

Una ricetta moderna e sostenibile
Fra i tanti ingredienti di cui è composta una ricetta moderna contro la congestione urbana, uno viene stranamente dimenticato o trascurato, nonostante la grande importanza che può avere per tante città italiane: l'incentivazione all'uso della bicicletta.
Molti paesi del nord Europa hanno risolto i problemi del traffico in un modo semplice: convincendo la gente ad usare la bicicletta, tramite piste ciclabili, percorsi protetti, parcheggi, zone con ridotta velocità dei veicoli, integrazioni della bici con autobus e treni, bici a noleggio nei parcheggi di interscambio. Non solo piste ciclabili, quindi, ma zone a velocità moderata, intermodalità, ecc. In un interessante rapporto della Commissione Europea (disponibile anche sul sito internet http://www.ecf.com/publications/index.htm), si può leggere come in numerose città europee di medie o grandi dimensioni la bicicletta costituisce uno dei mezzi più utilizzati in ambito urbano. Ad esempio a Copenhagen (Danimarca), Groningen (Olanda), Münster (Germania), Vasteras (Svezia) più del 30% di tutti gli spostamenti sono effettuati con la bicicletta. La quota di traffico urbano su bicicletta a metà degli anni '90 era pari al 30% in Olanda, 20% in Danimarca, 12% in Germania e 10% in Svizzera (in Italia siamo all'2-3%). E sì che si tratta di zone con condizioni climatiche mediamente più sfavorevoli di quelle italiane.

Il piano su due ruote
E' quindi evidente che, se adeguatamente favorito, l'uso della bicicletta può essere notevolmente incrementato in Italia. Qualcosa si sta muovendo; ha 4 anni la prima legge quadro sulla mobilità ciclabile (legge 366/98), mentre solo da tre anni esistono le norme tecniche per le costruzioni delle piste ciclabili (Dm 30/11/99 n. 557). I comuni devono dotarsi del Piano della mobilità ciclabile, ma pochi lo fanno e nessuno controlla.
Il governo dell'Ulivo ha destinato le briciole alla mobilità ciclabile (solo 11 miliardi l'anno, nulla se si pensa a quanto sono costati gli incentivi alla rottamazione delle auto...). Il governo Berlusconi è riuscito a fare peggio: la finanziaria attuale prevede la risibile cifra di un (1) miliardo sul capitolo di spesa della legge 366/98. Con cui si potranno costruire con i prezzi correnti ben 10 chiulometri di piste ciclabili, circa 20 cm ogni 1000 abitanti.... E sì che una carovana di ciclisti della Fiab (Federazione italiana amici della bicicletta, www.fiab-onlus.it) aveva in settembre percorso l'Italia da Bolzano a Roma per chiedere la cifra annua di 400 miliardi, giudicata un primo passo per iniziare ad affrontare il problema.
Non meglio vanno le cose a livello regionale; regioni come la Lombardia, che in queste settimane chiudono alle auto centinaia di comuni, spendono circa 2 miliardi l'anno per la mobilità in bicicletta, circa 2.3 millimetri di piste ciclabili per ogni Lombardo.
Data l'urgenza del problema del traffico, servirebbe quindi un'altra marcia (...un altro rapporto): l'incentivazione della mobilità ciclabile dovrebbe passare fra le priorità, dovrebbe essere percepita a livello politico e di bilancio come una scelta strategica su cui investire con serietà e rigore. Perché le esperienze internazionali ricordano anche che singoli tratti di piste ciclabili non servono a nulla, aumentano il rischio di incidenti rispetto all'uso della strada trafficata, e alla fine non vengono più utilizzati. E le piste ciclabili che finiscono nel nulla o con un lampione nel bel mezzo sono ormai oggetto dei programmi satirici di prima serata.

Mani sul manubrio, anche di lunedì

Va ricordato che i benefici sulla salute connessi con l'uso della bicicletta non sono dovuti solo al miglioramento della qualità dell'aria. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità l'uso della bicicletta per spostamenti quotidiani può portare al dimezzamento del rischio di malattie cardiovascolari e di diabete negli adulti, alla diminuzione dell'obesità, alla riduzione del 30% del rischio di sviluppare ipertensione.
E persino i commercianti non sarebbero scontenti. Lo studio citato della Commissione Europea mostra come i ciclisti possono essere dei clienti migliori degli automobilisti: si recano più regolarmente al negozio (11 volte al mese contro le 7 in media per gli automobilisti) e sono quindi esposti più spesso alla tentazione.
Ben vengano dunque le uscite domenicali in bicicletta del presidente della regione Lombardia Formigoni. Ma da lui e dai "governatori" di altre regioni, sollevate le mani dal manubrio domenicale, sarebbe auspicabile vedere azioni concrete di bilancio, come prima risposta a chi, a gran voce, chiede interventi strutturali contro la congestione e l'inquinamento dell'aria.

Stefano Caserini

Docente di Ingegneria Sanitaria Ambientale al Politecnico di Milano, Facoltà di Lecco

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