SESSANTANNI DOPO AUSCHWITZ - Amos Luzzato - Rossana Rossanda

AMOS LUZZATTO: SESSANTA ANNI DOPO AUSCHWITZ
[Dal sito dell'Unione delle comunita' ebraiche italiane (www.ucei.it)
riprendiamo questo intervento di Amos Luzzatto. Amos Luzzatto, medico e
biblista, e' presidente dell'Unione delle comunita' ebraiche italiane. Opere
di Amos Luzzatto: segnaliamo almeno Una lettura ebraica del Cantico dei
cantici, Firenze 1997; Leggere il Midrash, Brescia 1999; Il posto degli
ebrei, Torino 2003]

Decorrono quest'anno, nel Giorno della memoria, i sessanta anni dalla
liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, data simbolica, che e'
stata appunto decisa per ricordare che cosa e' stato, prima ancora del
momento indimenticabile della sua liberazione, che cosa ha rappresentato
quel campo per quei terribili tre anni della sua esistenza. Come sempre,
queste ricorrenze ci sollecitano a un esame di quanto abbiamo fatto in
questi anni, di che cosa ci proponiamo di fare man mano che i superstiti, i
pochi reduci tornati vivi da quell'inferno, vanno scomparendo.
"Perche' non succeda mai piu'". Questa e' la vera e propria parola d'ordine
che ricorre in questa circostanza. E' giusta? E' sufficiente?
Non abbiamo dubbi sul fatto che sia giusta e che ripeterla ogni anno in
questa giornata, lungi dal banalizzarla, dovrebbe rafforzarla e soprattutto
farla diventare un patrimonio stabile della coscienza individuale e
collettiva.
Forse pero' dobbiamo riconoscere che non e' sufficiente. Il problema e' non
tanto che cosa affermiamo, ma che cosa abbiamo fatto e che cosa intendiamo
fare, sul piano educativo, sul piano dell'informazione, persino sul piano
della sicurezza.
L'antisemitismo, a sessant'anni da allora, non e' certamente scomparso e
riaffiora, alimentando e insistendo su vecchi pregiudizi antiebraici, sia su
quelli teologici che speravamo essere in via di estinzione dopo il Concilio
Vaticano II, sia su quelli genericamente o specificamente razzistici che
circolano insidiosi soprattutto fra molti giovani, sia su quelli politici
che possono diventare fonte di violenza, se non si provvede con adeguati
strumenti di chiarificazione.
Dobbiamo dunque adeguare il nostro auspicio, la nostra volonta', il nostro
senso di solidarieta' e la stessa nostra speranza per un futuro di
fratellanza umana, ai problemi del presente e alle sue persistenti minacce.
Senza fare di questa sacrosanta battaglia un compito di ristrette schiere di
specialisti, ma facendone un patrimonio di tutti, un patrimonio da
conservare e da sviluppare; appunto, "perche' non succeda mai piu'".

ROSSANA ROSSANDA: AUSCHWITZ
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 28 gennaio 2005.

Quando Willy Brandt vi si reco', cadde in ginocchio senza parlare - lui che
non c'entrava per nulla, ma era il leader della Germania e questa piegava le
ginocchia nel gesto estremo di riconoscimento di colpa - piu' che di
richiesta di perdono, perche' ci sono colpe di cui non si puo' essere
perdonati. Non so se lo fara' anche Berlusconi, se gli verra' in mente che
l'Italia ha partecipato della stessa responsabilita'. Ne' so immaginare la
sua lustra persona nei passaggi fra quelle baracche e i loro fantasmi. Che
anche l'Italia debba chinare la testa non e' venuto in mente neanche a Fini
quando ha ammonito qualcun altro di non scordare la Shoah - sarebbe stato
piu' convincente se fra coloro che la minimizzavano, fino a una decina di
anni fa, avesse messo onestamente anche se stesso e il suo mentore
Almirante. Oppure se avesse taciuto. Al dolore si addice il silenzio e la
riflessione. A questo dovrebbe servire la giornata della memoria.
Soprattutto per i piu' giovani che della seconda guerra mondiale hanno una
vaga percezione, mentre sanno tutto dello sterminio degli ebrei ma
banalizzato dall'essere diventato immagine corrente e oggetto di fiction in
tanti e pur utili film. Certo, quella che corre e' una percezione diversa da
quella che ne ebbero quelli della mia eta'. C'e' una generazione, di ebrei e
non ebrei, che quella memoria non se la potra' mai togliere di dosso.
Perche' la seconda guerra mondiale e questo suo orrore in essa non finirono
il 25 aprile ne' alla firma della resa finale. Anche se di ogni guerra
ciascuno che non abbia fatto parte d'uno stato maggiore conosce soltanto
quel poco che gli sta nell'orizzonte (e in guerra l'orizzonte si restringe,
poco ci si dice, al piu' si sussurra fra paura e speranza) della dimensione
della seconda guerra mondiale ognuno seppe singolarmente poco. Apprese
quando fini', quella guerra continuo' a rivelare per anni la sua estensione
e i suoi abissi. Sgocciolo' sangue su di noi per tutta l'estate del 1945,
nella quale sui giorni di sollievo o di festa caddero successivamente la
notizia delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki e le prime fotografie dei
lager. L'atomica ci mettemmo un pezzo a concepirla in concreto. Quanto ai
campi, io avevo veduto gli impiccati a Fondo Toce e i corpi dei fucilati
ammucchiati a Milano, e credevo di sapere tutto, quando mi arrivarono le
prime istantanee di Buchenwald, le fosse di corpi diventati strame, fradici
come foglie marce confusi l'uno nell'altro, ossa pelle e orbite di volti
senza piu' lineamenti. Neppure mi resi conto subito che la maggior parte di
essi non erano combattenti che avevano messo in conto di finire sanguinanti
sotto terra, non erano i miei compagni comunisti e resistenti, erano ebrei
uccisi perche' ebrei - non per quel che avevano tentato di fare ma per quel
che erano o erano classificati. Perche' gli ebrei e, seppi dopo, anche gli
zingari vennero sterminati come una specie animale infetta. Il sogno che
ossessiona il deportato, come scrive Primo Levi, e' che torna a casa,
racconta e nessuno gli crede. Perche' quel che gli e' successo e'
impensabile.
Nessuno di noi pote' vedere per anni quei forni crematori simili a
locomotive, quei cortili circondati dalle palizzate di ferro spinato ed
elettricita', gli osceni becchi di doccia delle camere a gas, senza sentirsi
messo in causa come essere umano. Si era andati oltre ogni limite
immaginato. E non per caso, per decisione di molti e per un esercito di
esecutori tranquilli. E sull'umanita' questo si riversava, sua terribile
proiezione.
Oggi qualcuno dice che prima non si sapeva e dopo la guerra non si volle
sapere. Non credo, anche se certamente fu la messa in causa dell'esistenza
di Israele in Palestina e la dura risposta della guerra dei sei giorni a
riportare con una forza mai avuta la memoria degli ebrei sulla scena del
presente, ad allargarla e approfondirla.
Non c'era stata censura, c'era l'insopportabilita' di un passato cosi'
vicino, dell'aver visto qualcuno portato via in camion da casa, di notizie e
timori che arrivavano - e questa e' una percezione che neanche il processo
di Norimberga, neanche quello ad Eichmann, neanche i fiumi di testimonianza
che escono oggi possono rendere come la sentimmo allora. Non tutto quel che
e' stato vissuto si puo' riprodurre.
Ed e' forse un bene che sia cosi'. Che tutti sappiano della Shoah come di
una delle tragedie piu' atroci che sono state possibili per trarne un
insegnamento decisivo. Capisco che non puo' essere una pagina di storia per
chi e' uscito da quell'inferno. Ma penso che Hannah Arendt sbagli quando
dice: "Quel che una volta e' stato pensato e fatto, e' destinato a
ripetersi". Altre disumanita' stiamo compiendo, perche' l'inventivita' degli
uomini nel distruggere e' infinita. E potente la tentazione di uccidere chi
non appartiene ai tuoi. Ma un massacro degli ebrei perche' ebrei, di un
popolo perche' e' un popolo, non potra' piu' avvenire nel silenzio del
mondo. Qualche volta la storia fa anche una passo indietro e l'impensato
torna a essere impensabile. Almeno nel giorno della memoria lasciamo le
miserie in cui inciampiamo tutti i giorni e inginocchiamoci tutti perche'
sia cosi'.

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