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BUONE NOTIZIE. MESSAGGI IN BOTTIGLIA NEL MARE DELL'INFORMAZIONE (sintesi da Ecoinformazioni) |
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Alcune centinaia di studenti delle superiori della provincia di Como e un piccolo gruppo di allievi delle medie di primo grado hanno partecipato sabato 21 novembre Buone notizie. Messaggi in bottiglia nel mare dell’informazione il convegno del Coordinamento comasco per la Pace. Particolarmente apprezzato Diasono a tre: fuori fuoco, l'intervento musicale del trio Aliffi, D'Auria, Mauri.
Ad aprire i lavori e dare il benvenuto ai duecento alunni delle scuole lariane al convegno organizzato dal Coordinamento comasco per la Pace il 20, 21 e 22 novembre a Binago è stato Claudio Bizzozzero direttore del CcP, che ha accolto i giovani alunni presentando il tema dell’incontro, dedicato all’informazione su e dall’Africa. I protagonisti e relatori della tre giorni pacifista sono prevalentemente giornalisti e testimoni provenienti da paesi diversi dal nostro. A rompere il silenzio della platea è stato Piero Scaramucci, giornalista Rai per trent’anni, fondatore e per un decennio direttore di Radio popolare. “L’informazione è una macchina complessa. I media danno le notizie, vi dicono le cose e voi ritenete di conoscere almeno quelle più importanti. Questo è un errore essenziale. La notizia – ha ammonito Scaramucci - non si conquista stando in poltrona e bevendo quel che viene detto. Dietro a qualunque notizia e alle sue confezioni ci sono meccanismi complicati”. Certo succede un fatto, ma come si costruisce l’informazione? “Avviene qualcosa e un cronista viene mandato dalla sua testata sul posto. Ma il giornalista vede quel che riesce a vedere e racconta quel che riesce a raccontare. Tanto più che è stato selezionato per i suoi interessi, il linguaggio, ma soprattutto viene scelto per occuparsi di una notizia specifica in base alla relazione che intercorre tra le sue opinioni e quelle dell’editore”, sia esso televisione o stampa. In seconda battuta la “selezione e la confezione della notizia: il risultato finale non corrisponde mai al fatto, bensì è l’effetto di un processo che non ha più a che fare veramente con le cose”. I motivi sono piuttosto semplici: il giornale è un’impresa costosa, che ha bisogno di pubblicità. È quest’ultima a detenere il controllo delle testate e della linea editoriale, cioè determina le notizie che ci arrivano. Per questo “la battaglia per il controllo dei mezzi di comunicazione è fondamentale. Berlusconi è un caso estremo, ma non isolato: la Cnn è di stretta osservanza governativa. Il che significa che se la Cnn dice una cosa si tratta del punto di vista della Casa bianca. Esistono vari padroni, vari controllori, vari interessi” ha dichiarato Scaramucci. Il giornalista ha poi proseguito elencando le tappe fondamentali per la costruzione della menzogna, che se affibbiata ad un altro lo rende il nemico. “Se chiusi qua dentro vi ripetessi che fuori diluvia – ha spiegato il giornalista - e reiterassi l’informazione fino allo sfinimento, vi porterei comunque a dubitare. Anche se prima di entrare avete visto il sole e il cielo limpido. Perché? Se non hai la possibilità di vedere con i tuoi occhi, generalmente ti fidi di chi, rivestendo un ruolo differente dal tuo, generalmente autorevole, ti dà un’informazione. Questo è il metodo”. Semplice e per questo inquietante, visti i risultati della costruzione del nemico: “Dopo l’11 di settembre 2001 l’emergenza per gli Usa è stata la guerra al terrorismo, giustificata e ovvia. Si decide i covi sono in Afghanistan e poi in Iraq. L’Afghanistan è un problema complessa, ma la minaccia irachena? Uno stato in cui sì c’era un governo dittatoriale, ma non invischiato nel terrorismo di natura islamica, l’Iraq è laico. Tra Bin Laden e Hussein c’erano stati anche conflitti. Ma – ha spiegato Scaramucci – propagandano dalla Casa bianca, l’Iraq nasconde le armi di distruzione di massa”. Così vengono inviati degli ispettori dell’Onu e il governo americano continua ad insistere dicendo che non esiste “nessun dubbio sull’esistenza delle armi” (Bush), che addirittura “si sappia dove si trovano le armi” (Rumsfield). Non solo: Scaramucci ha raccontato come nel febbraio del 2003 al Consiglio di sicurezza della Nato per convincere gli altri paesi Powell ha in mano una fialetta, la agita, dice che contiene l’antrace e rincara affermando che abbiano “informazioni di prima mano su fabbriche di armi chimiche in laboratori mobili per non essere trovate dagli ispettori”, seguita da un incredibile “ne abbiamo individuati due” di George Bush. Peccato o per fortuna che nessuna arma è stata trovata. “Prendiamo l’esempio di Falluja. Cosa vediamo tramite i media? La città è sotto assedio, ma le truppe statunitensi sono quasi entrate. Fate mente locale: vedete dei soldati che corrono e sparano, feriti, mortai. È quello che veramente succede? Ci sono 80mila abitanti senza acqua senza viveri, con proiettili che cadono sulla testa. I soccorsi non sono stati ammessi per volere degli Usa. Provate a immaginare – ha esortato Scaramucci - la loro vita. Ebbene: c’è qualcosa delle immagini che vi dà informazione su questo? Ogni tanto si dice grave situazione umanitaria, ma spesso pur raccontando i fatti non ci si porta dentro il cuore del problema”. Cosa è successo ai media in Iraq? “Negli ultimi mesi sono stati rapite, ferite e minacciate tutta una serie di persone che non potevano essere considerate nemiche dell’Iraq, parti del conflitto. Questo stillicidio ha come risultato il fatto che dal campo di battaglia non ci arrivano informazioni di prima mano. I giornalisti – ha illustrato Scaramucci - non possono stare lì, per cui sono gli addetti stampa Usa che danno le notizie, quindi la stampa è stracolma di versioni ufficiali. E questo ci rende ciechi. Quasi nessuno di voi ha percezione della veicolazione dei mass media, che raccolgono dati dagli addetti stampa, per definizione portatori di notizie false. Non esiste in nessuna guerra che uno di una fazione, mentre si stanno scannando, ti dica le ragioni dell’altro. La propaganda nelle guerre è uno degli strumenti efficaci quanto le armi da fuoco”. Un esempio è il momento in cui vengono catturati dei soldati Usa e mostrati in tv dagli iracheni. “è un’immagine shock. Così si accusa la violazione della Convenzione di Ginevra che tutela la popolazione civile con regole minime che ci si impegna a rispettare. Non c’era stata mostrata – prosegue il giornalista - umiliazione, torture, ma una raffica di indignazione si era irradiata nel mondo”. Poi c’è stata Guantanamo e la prigione Abu grahim in cui sono stati torturati e umiliati i soldati iracheni. “Su questo la sensibilità è sparita. non si è spesa la stessa enfasi, si è detto che “qua e là qualcuno ha ecceduto”. “Ancora una volta il punto è la comunicazione dell’informazione. Nel suo complesso la stampa non ha la forza propria di reagire e non assorbire gli interessi dei potenti”. Allora come svincolarsi, come distinguere una notizia vera da una falsa? “Anche inconsapevolmente quando non siamo critici assorbiamo almeno la parte prevalente offerta dai media, siamo investiti da messaggi omologhi che tendono a formare un nostro convincimento, approccio, punto di vista indotto. L’unico strumento è sviluppare la critica. È da qui che si parte, qui devono cominciare a svilupparsi la capacità analitica e critica, una dote da nutrire che ci rimane nella vita, questo è l’antidoto. Altrimenti saremo “sotto” e alla fine lo saremo talmente tanto che non ce ne renderemo conto: penseremo di essere liberi non lo saremo” ha concluso Scaramucci. Per Farid Adly, il secondo giornalista intervenuto nella mattinata, “la comunicazione non è solo mutare le idee sul mondo, ma anche un condizionamento su chi siamo noi. Un esempio? State passeggiando, tutti vi guardano i pedi esterrefatti. All’inizio non ci badate, poi vi guarderete i piedi, le scarpe. Penserete di avere qualcosa che non va. Non si tratta solo è della percezione errata o manipolata dell’esterno, ma di un meccanismo che confonde voi stessi, creando dubbi su sé stessi. Questo si sta facendo con il mondo islamico”. Attualmente il mondo arabo soggetto alla campagna che identifica il terrorismo con l’islam e viceversa e “non ha convinto solo gli obiettivi del terrorismo, ma anche il mondo arabo. Col discorso sul diffondere la democrazia sono gli stessi arabi ad essere in crisi. Così è arrivata la richiesta ufficiale in Egitto da parte di egiziani di non trasmettere degli sceneggiati storici veri perché si parla dell’occupazione della Palestina, ad esempio”. Sulla comunicazione Adly fa riferimento alla lotta tra le tv e al ruolo di Al jazeera del Qatar. “La scelta del gruppo dirigente è stata quella della libertà di stampa ed è stata creata una televisione che si fonda su un concetto di giornalismo occidentale: sentire entrambe le fonti. È un concetto rivoluzionario per il mondo arabo raccontare le notizie dando voce al rappresentante del governo e dell’opposizione, si tratta di un modo inconsueto per il Medio oriente”. Al Jazeera era l’unica televisione a Kabul durante il regime talebano “quindi qualcuno sia il megafono dell’estremismo islamico. Ma i giornalisti – ha ricordato Adly – sono di formazione occidentale per la maggior parte. E inoltre stanno combattendo una lotta impari con gli Usa, che controllano le sorti del pianeta.Ma lo stesso Al Jazeera inficia l’immagine degli americani nel mondo”. Ma soprattutto crea l’alternativa alle notizie preconfezionate di chi dice di star vincendo e di aver ragione: “Non veniamo informati che negativamente del Sud del mondo. Se c’è una guerra ha basi tribali e religiose, mai politiche o economiche”. Eppure gli interventi dell’occidente sul Medio oriente sono fatti in virtù della volontà di esportare una democrazia che gli stessi stati colonizzatori non hanno voluto né facilitato. “Non è arretratezza che lì non ci sia la democrazia. Non è decadenza culturale, che rasenta il razzismo, è perché c’è un forte interesse, un centro di potere che vuol sfruttare – ha proseguito Ady - le risorse e che ha coperto i dittatori, ha utilizzato la guerra per mettere gli uni contro gli altri gli arabi”. In qualche modo con la complicità o il silenzio della stampa. Certo quel che risulta dai tratti dipinti del giornalista medio italiano non è consolante, anzi. Asservito al potere editoriale, mollemente adagiato sulla poltrona ad aspettare agenzie stampa, profumatamente pagato. Oppure, come Farid Adly, fondatore dell’agenzia stampa Anbamed notizie dal Mediterraneo: partire dai quotidiani arabi, tradurli e diffonderli. [Micol Tummino, ecoinformazioni]
Gli interventi di Alfonso Rutaganda e Jean Leonard Touadi a Buone notizie dal convegno del coordinamento comasco per la Pace organizzato il 20, 21 e 22 novembre a Binago. Parla con voce calma e serena padre Alfonso Rutaganda. Non sembra quella di chi è scampato al genocidio ruandese dell’aprile 1994. Nei cento giorni che hanno insanguinato l’Africa, vissuto come un conflitto a porte chiuse dalle potenze occidentali, Rutaganda ha perso la sua numerosa famiglia, distrutta e annientata nella guerra che ha visto combattersi hutu e tutsi. Così la sua testimonianza, quella di chi è vivo grazie al fatto che in quel periodo studiava in Europa e ha deciso di tornare in Ruanda e lì cercare un modo per ricostruire, lì dove in pochi avrebbero scommesso sulla convivenza di vittime e carnefici appare ancor più significativo. Questa è la buona notizia del convegno organizzato dal coordinamento comasco per la pace al suo secondo giorno a Binago. “il mio è un invito a ragionare e poi reagire” ha esordito Rutaganda dopo aver tratteggiato brevemente ai circa duecento studenti in sala la storia del Ruanda, il paese delle mille colline. “L’Africa non paese in cui tutti i neri stanno bene insieme. La sua storia politica – ha illustrato alla platea – è articolata e complessa: passa attraverso decenni di dominazione occidentale prima tedesca poi belga, fino a giungere nel 1994 ad una dittatura feroce che ha portato al genocidio, l’eliminazione sistematica di una categoria di persone selezionate in base a religione o etnia, che significa stessa cultura, territorio, usi”. Più di un milione di morti: questo il macabro e terribile risultato della follia collettiva che ha condotto all’uccisione dei tutsi da parte degli hutu, due etnie presenti in Ruanda. “Di chi è la responsabilità? Della dittatura che ha addestramento milizie, le ha sostentate economicamente per l’acquisto di armi. Il potere ha preparato lo sterminio”. I cento giorni sono il frutto di una politica locale “amica degli occidentali, che ha proposto e imposto un capro espiatorio, i tutsi, per distrarre il popolo dai veri problemi, dalla povertà, dalla malattia”. Hanno costruito un nemico e dato così il via, dopo l’attentato del 6 aprile ’94 in cui ha perso la vita l’ambiguo dittatore ruandese che aveva pochi anni prima provocato l’esodo in massa dei tutsi, la minoranza etnica presente, all’eccidio. “Che cosa ha lasciato il genocidio? Miseria dovuta alla distruzione, esodo, vergogna di aver compiuto un atto del genere, desolazione. Questo c’è oggi” ha spiegato Rutaganda. Poi, in mezzo al silenzio degli spettatori è arrivata la buona notizia, la speranza: “Con l’aiuto di Dio si sono fatte tante cose. Siamo all’inizio del percorso di Pace, ma oggi abbiamo un presidente democraticamente eletto, osserviamo e promuoviamo un’integrazione religiosa ancora timida. Dopo quell’aprile le carceri erano affollatissime, ora in molti sono liberi, perché hanno confessato e dimostrato una volontà di espiare e quindi di costruire la Pace rendendosi disponibili a collaborare”. Questo ha permesso anche di vedere i volti di chi ha ucciso e di dare un nome agli hutu assassini. Senza considerare un’intera etnia come assassina. “Ci sono tantissimi orfani, vedove, feriti. Uno dei primi passi è stato costruire le case di chi non ha più nulla. E di farlo impiegando hutu e tutsi nello stesso lavoro. insieme giovani di ambedue le etnie ricevono istruzione, giocano. Insieme collaborano vedove e mogli di assassini”. E sul ruolo dell’informazione? “La tragedia del Ruanda è stata maltrattata dalla stampa internazionale, così è ancor più importante la creazione di Radio Maria, che diffonde messaggi educativi, di pace, e di una stampa libera nella misura delle nostre possibilità”. Non è una chimera, è l’Africa, un posto in cui “c’è stato il regno della morte e la vita sta rinascendo” ha concluso Rutaganda. “Il percorso nel cammino della Pace continua” ha affermato la moderatrice Gemma Tavasci del Coordinamento comasco per la Pace presentando Jean Leonard Tuadi, giornalista di ritorno dalla conferenza che in questi giorni si sta svolgendo in Tanzania sui problemi delle regioni dei Grandi laghi. “Torniamo alla notizia rispetto all’Africa: i latini dicevano hic sunt leones. E la credenza che questo continente sia incognito è rimasta” ha raccontato Touadi. Sembra un continente “tagliato fuori dalla storia del mondo, avvolto in una patina di ignoranza fatta di notizie frammentarie e incomplete che arrivavano un tempo tramite Erodono e frammenti della Bibbia”. E le cose non sono mutate proporzionalmente a quanto accaduto nei paesi occidentali. “Ancora oggi è considerato il regno dell’irrazionalità, della stranezza. Mi ritrovo – si è rammaricato il giornalista - con colleghi bravi e preparati che dicono cose insensate sull’Africa. Opinioni grondanti di preconcetti. Così si tratta di un paese selvaggio, barbaro, sanguinario e possiamo moltiplicare gli aggettivi. Le guerre sono sempre tribali e etniche e richiamano un’Africa atavica, come se nel dna degli africani ci sia la violenza”. E così mettiamo un coperchio sulla realtà, ci affidiamo alla preconoscenza che prescinde dall’analisi dei fatti. “Secondo Hegel l’Africa è un luogo senza storia, quindi secondo la sua speculazione filosofica irrazionale. E cosa rende gli uomini tali? La razionalità”. Senza scomodare sillogismi aristotelici “soggetti privi di razionalità non sono umani”. Ma c’è urgenza di “rimettere l’Africa nella storia del mondo, è un imperativo per comunicare della e sull’Africa, che non è un immenso villaggio. Più corretto invece tenendo conto delle incredibili diversità culturali, politiche, etniche e geografiche parlare di Afriche. Questo ci impedisce di ragionare per stereotipi e cliché. Non “sorvoliamo i luoghi”, scopriamone invece le peculiarità, i tratti distintivi” ha proseguito Touadi. E come non ricordare il ruolo fondamentale degli occidentali che hanno portato questo continente alla metafora stessa della povertà e la cui gente “cammina su diamanti, petrolio e oro e muore di fame”? Ma Touadi non si è limitato ad analizzare il problema delle risorse naturali sottratte alle popolazioni “Ci avete chiamati poveri, ma noi vogliamo mettere sul piatto della bilancia anche la ricchezza culturale, relazionale, antropologica, dell’attaccamento alla vita. È ancora in piedi con la sua storia non offuscata, pronta ad offrirla. La stampa deve raccontare anche questo”. Tuadi ha concluso il suo intervento riferendosi all’immigrazione africana in Italia e evidenziandone problemi o risorse. “In effetti è un problema, soprattutto per noi: il bilancio di quanti arrivano e quanti muoiono nel viaggio è terrificante: il Sahara è una gigantesca tomba all’aperto. È poi – ha proseguito il giornalista - la parte migliore, più sana, più istruita di noi che se ne va”. Al motto, infine, dell’”aiutiamoli a casa loro” Touadi risponde “benissimo. Ma perché qualcosa cambi davvero è necessario che qui in occidente avvenga il primo passo nel modo di consumare e di accaparrarsi la ricchezza. Non possiamo andare avanti così, con chi banchetta e chi sta a guardare. Ovvio che, almeno per raccogliere – ha concluso Touadi - le briciole la gente arriva al banchetto. Ma questa presenza dovrebbe aiutarci ad aprirci. O cooperiamo o combattiamo: non c’è la terza via. Ci resta quindi cooperare, il che significa due o più poli che devono imparare a riconoscersi e reinventarsi per creare una civiltà di Pace. Da problema può diventare risorsa di conoscenza e cultura, ed è un rimescolamento che vi riguarda. Oltre alle “tre i” impresa, inglese e internet la scuola deve darvi una valigia multiculturale, chiave di lettura. Altrimenti Pace sarà sempre precaria e aleatoria”. [Micol Tummino, ecoinformazioni]
A dieci anni dal genocidio ruandese, Buone Notizie, il settimo convegno internazionale del Coordinamento comasco per la Pace, si è aperto, venerdì 19 novembre al cine teatro moderno di Binago, con Muganga, drammatica rappresentazione teatrale, un caldo abbraccio a Yolande Mukagasana, donna tutsi testimone dello sterminio del suo popolo nel 1994. Uno spettacolo, quello di Anna, Giovanna, Giorgia, Luisa, Monica, Samuela e Marco del Teatroindirigibile di Figino Serenza e di Rwanda 94 che ha saputo animare comprensione e solidarietà al Ruanda, per aiutare tutte le Yolande del mondo a superare le lacerazioni che le guerre lasciano nella loro anima. La serata è iniziata con la presentazione del convegno e di alcuni relatori già presenti in sala fatta da Claudio Bizzozero direttore del Coordinamento comasco per la Pace. Chissà se i più di duecento spettatori presenti in sala, venerdì 19 novembre, al cinema teatro moderno di Binago, durante la prima della tre giorni del settimo convegno del Coordinamento comasco per la Pace, si ricordavano tutti del Ruanda e del genocidio, tra i più grandi della storia, che lo ha sconvolto. Tutto cominciò il 7 aprile del 1994, dopo l'attentato al presidente Habyarimana. Fu l'inizio di un incubo lungo esattamente cento giorni: l'intero paese africano divenne il teatro della follia assassina degli estremisti hutu, che trucidarono centinaia di migliaia di tutsi e hutu moderati. Il bilancio finale fu di un milione di morti. Yolande Mukagasana, infermiera tutsi, è riuscita a sfuggire alla morte per miracolo. È stata salvata da una donna hutu. Purtroppo la stessa sorte non è toccata a suo marito, ai suoi tre figli e al resto della famiglia: tutti massacrati senza pietà. Il dramma di Yolande Mukagasana, detta Muganga, ossia guaritrice, divenuto simbolo del genocidio ruandese dopo la pubblicazione del suo libro La morte non mi ha voluta è stato rappresentato dai gruppi teatrali Teatroindirigibile di Figino Serenza e Rwanda94 e… non solo. Una rappresentazione che ha lasciato per più di un’ora e mezza in un fitto silenzio le persone presenti nella sala, buia, la cui unica luce era quella data dalle cinque candele della scena. Le immagini storiche e biografiche della vita di muganga che le cinque attrici riproducevano, unite a un semplice gioco di luci e ombre, oltre a creare un mixer di emozioni palpabili nell’aria, quali inquietudine, dolore, pena ma anche speranza e voglia di vivere e ricominciare, tratteggiavano il disegno di un caldo abbraccio intorno alla figura di questa donna tutsi, che la morte non ha voluto, forse per far sì che testimoniasse con forza un messaggio di amore e speranza nella vita e nella Pace. La fine dello spettacolo è stata seguita da un lunghissimo, vero, sincero e commosso applauso del pubblico, che come svegliato da un brutto sogno, ha preso coscienza che quello a cui aveva appena assistito per finzione, milioni di persone lo avevano vissuto nella realtà, nella maniera più crudele che possa esistere, tanto da permettersi di dire che “in quei tre mesi la notte è scesa tanto velocemente che anche Dio si è dimenticato di tornare in Ruanda”. Livio Senigalliesi e padre Alfonso Rutaganda, sono intervenuti alla fine dello spettacolo per portare la loro testimonianza. Fotoreporter il primo, autore di una mostra fotografica sul Ruanda, raccolta anche in un libro di fotografie definite da lui stesso “troppo crudeli” ma non abbastanza da far concepire nel cuore di tutti “quanto male l’uomo può fare a un suo simile”. Un impegno forte, quindi quello di Senigalliesi, intento tramite le sue immagini a non permettere a nessuno di dimenticare quello che è successo. Padre Alfonso Rutaganda, sacerdote ruandese che durante il genocidio del 1994 ha vissuto lo sterminio della propria famiglia, realmente e visibilmente commosso dallo spettacolo precedente, ha concluso la serata affermando: “ora che anche voi come me, avete visto e toccato questa tragedia, non vi rimane che meditare e continuare a sperare che gli operatori di Pace vadano sempre più avanti per evitare che si senta ancora parlare di genocidi nel mondo”. [Laura De Agazio, ecoinformazioni]
“L’Africa: un continente dimenticato e veramente poco conosciuto”. Della disinformazione svolta da tanta stampa italiana hanno parlato Anna Campaniello del Corriere di Como e Jean Leonard Touadi, giornalista di Nigrizia, sabato pomeriggio a Buone Notizie. Ad aprire l’appuntamento pomeridiano del Coordinamento comasco per la Pace, al cinema teatro Moderno di Binago, sabato 20 settembre è stata la giornalista del Corriere di Como, Anna Campaniello. La collaboratrice del quotidiano locale è stata invitata a relazionare sulla sua tesi di laurea Il sud nell’informazione: i quotidiani italiani e i paesi in via di sviluppo. Per sei mesi la Campaniello, ha spiegato, di aver monitorato tre quotidiani nazionali: Il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa e altrettanti schierati: Manifesto, Avvenire e La Padania, raccogliendo un totale di 6044 articoli relativi ai Paesi in via di sviluppo, materiale analizzato poi in base ad un apposita scheda creata, dalla giornalista, per valutare come i mass media trattano questo ampio e sconosciuto tema. “Lo spazio alle tematiche dei Paesi in via di sviluppo, sulla stampa italiana è dato quasi esclusivamente in caso di grave cronaca nera – ha spiegato Anna Campaniello – e che il settantaquattro per cento delle notizie riguardano temi istituzionali, parlando o dei pochi potenti locali o di politici italiani intervenuti in questi Paesi, lasciando pochissimo spazio al volontariato e alle Ong”. Degli articoli raccolti, la Campaniello ha spiegato che: “Solo poco più di mille testi parlano dell’Africa e dell’America latina, nonostante la loro estensione geografica, sembrano essere state dimenticate”. Valutando lo scarso impatto dei titoli trattanti episodi nei Paesi in via di sviluppo, la Campaniello ha potuto dedurre che la conoscenza occidentale di queste realtà è molto marginale, “situazione difficile da ribaltare visti i tagli al personale corrispondente ed inviati che hanno il merito di saper mettere a fuoco, in base agli avvenimenti, quali sono le conseguenze dirette in questi territori”. L'intervento successivo è stato di Jean Leonard Touadi che ha ripercorso la storia dell’informazione italiana sull’Africa. “Come, dall’informazione missionaria iniziata a metà ottocento – ha spiegato Touadi – al tempo della spada e del crocefisso, quando i cristiani vollero “civilizzare” gli africani, descritti in modo pietistico per sollevare la carità cristiana occidentale, si è poi passati nell’età fascista a vedere il continente africano come luogo da ricolonizzare ed infine con l’informazione di sinistra di tipo marxista, un informazione di matrice generosa, gli africani sono stati dipinti come passivi alla storia , negandogli la loro soggettività, perché visti come vittime di meccanismi e sovrastrutture troppo grandi da distruggere”. Secondo Touadì il vero modo per conoscere l’Africa è “ascoltare cosa i popoli dicono di se stessi, scoprendo anche i gruppi di resistenza alle dittature, a determinate decisioni di tipo economico, politiche e ambientale, linfa vitale del continente che nonostante tutto non si arrende a perire, soprattutto grazie all’ottimazione dell’anarchia che ha dato vita a nuove forme di socialità e nuovi modi di creare ricchezza”. Per quanto riguarda l’informazione africana il giornalista del Congo Brazzaville, considera molto efficace la diffusione delle notizie via fumetto, “pratica osteggiata dai governi perché vista come dissacrazione del potere attraverso il disegno, ma che permette anche agli analfabeti di poter cogliere con facilità gli argomenti”. Di primaria importanza perché l’Africa venga conosciuta, restano per Touadì, la letteratura, il cinema, la radio ed inevitabilmente la stampa che “cerca di sopravvivere nonostante le continue repressioni dei potenti”. “L’Africa – ha concluso il relatore – , è come una pentola che bolle, cioè un contenitore di aspettative ma anche di reale mobilitazione. L’Africa una voce ce l’ha già ha solo bisogno di un microfono”. [Mara Cavalzutti, ecoinformazioni]
“Il lavoro per la comunicazione alternativa, nella consapevolezza dei limiti, deve continuare a farsi perché tiene viva l’attenzione e il fatto che altre prospettive esistano”. Questo è il pensiero espresso da Piero Scaramucci, membro del Corecom della Lombardia che assieme al sindaco di Garango, in Burkina Faso, Zourè Andrè Malì, è stato uno dei relatori alla sessione pomeridiana, sabato 20 novembre di Buone notizie. Piero Scaramucci, membro del Corecom della Lombardia, sabato 20 novembre al teatro Moderno di Binago, scelto come ritrovo del Coordinamento comasco per la Pace, her espresso il suo parere riguardo l’informazione attuale italiana. “Le notizie sono prodotti industriali – ha dichiarato l’ex direttore di Radio Popolare – , prodotte con veri e propri criteri aziendali. Alcuni processi poi sono portati all’estremo, come il rapporto che oggi esiste fra la comunicazione ed il potere, cioè fra le reti Mediaset ed il presidente del Consiglio, portando ad una limitazione del mercato della pubblicità con l’istituzione di un monopolio”. Secondo Scaramucci “ per noi che oggi ci troviamo a combattere tra il bisogno di controllare i media e la volontà di non essere controllati, lo strumento base è la capacità critica di leggere le notizie”, ma ancor più necessario è “continuare, nella consapevolezza dei limiti, il lavoro per la comunicazione alternativa, perché tiene viva l’attenzione ed il fatto che esistano altre prospettive”. Il sindaco di Garango in Burkina Faso, Zourè Andrè Malì, ha illustrato un quadro generale della condizione in cui strazia l’informazione nel suo Paese. “In Africa in particolare nel Burkina Faso – ha spiegato Malì – l’informazione è un lusso, una merce che vendono e acquistano solo i ricchi. I giornali non stampano più di venti mila copie al giorno perché non si vendono, e la media dei cittadini che leggono è uno su cinque, e come se non bastasse il prodotto non è nemmeno di qualità, non insegna e non mette in condizioni di sviluppare nessuna idea”. Anche le reti radio e televisioni locali, stando ai racconti del sindaco di Garango perversano nelle stesse tragiche condizioni della carta stampata e si augura che la situazione prima o poi possa migliorare, perché, secondo Zourè Andrè Malì:“l’informazione è sviluppo e la Pace è il centro dello sviluppo”, perciò senza la prima, la seconda è difficile che esista. Malì ha concluso facendo un appello, chiedendo a tutte le buone volontà di mobilitarsi per far cessare le guerre in Africa e in tutto il Mondo. [Mara Cavalzutti, ecoinformazioni]
L’appuntamento con Buone Notizie. Messaggi in bottiglia dal fare dell’informazione, a Binago sabato 20 settembre nel secondo pomeriggio, è proseguito con gli interventi del direttore di Azione Nonviolenta, Mao Valpiana, per il quale “i mezzi devono essere coerenti al fine”, e con Farid Adly, direttore di Anbamed, notizie dal Mediterraneo, che ha invece sostenuto l’utilità di “usare assolutamente tutti i mezzi per conseguire fini di Pace”. Il direttore di Azione Nonviolenta, Mao Valpiana, a Buone Notizie, ha spiegato come la non violenza cammini sulle gambe dell’informazione, essendo la comunicazione il dato fondamentale per costruire rapporti di Pace. Valpiana ha fatto riferimento a diversi sostenitori della non violenza che hanno sempre insistito sull’importanza della parola, come don Lorenzo Milani, Danilo Dolci e Aldo Capitini, fondatore nel ‘64 di Azione Nonviolenta, portando come primo esempio Gandhi, “che è riuscito a liberare l’India dal colonialismo inglese in veste da vero e proprio giornalista, fondando due giornali caratterizzati da termini semplici, di facile approccio a tutti creando così uno sviluppo unitario”. Valpiana spiegando che “l’informazione ufficiale ha acquisito sempre più una funzione pubblicitaria”, trova fondamentale che “l’informazione alternativa, sempre più osteggiata dalle leggi del Governo, continui ad esistere, facendo però attenzione all’utilizzo corretto dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, cioè internet”. Per il giornalista, infatti, gli strumenti moderni come cellulari, computer, ecc., costruiti con materiali al centro delle lotte per le materie prime, dovrebbero essere messi da parte per “coerenza fra i mezzi e il fine”. Secondo Farid Adly invece “non sono le materie prime la causa delle guerre è solo l’uomo il vero responsabile e se attraverso questi nuovi mezzi di comunicazione si possono ottenere dei risultati concreti, come nel caso della ragazza nigeriana scampata alla lapidazione grazie ad un appello collettivo giunto da tutto il mondo via internet”, il direttore di Andamed si dichiara “a favore all’utilizzo assoluto di tutti i mezzi”. In seguito a questa parentesi di risposta al collega intervenuto precedentemente, Adly ha spiegato come nonostante in Arabia Saudita, ci sia una forte censura, i giornali sauditi abbiano una grande tiratura e distribuzione e grazie alla nova tecnologia e all’utilizzo di una sola lingua, da Parigi e Londra, ogni giorno vengano trasmessi quotidiani di informazioni arabi”. Farid Adly ha speso parole di sostegno anche per la rete satellitare Al Jazira, “rete solo d’informazione che raggiunge il mondo, che come in occidente da voce ad entrambe le parti e perciò malvista dai potenti sauditi che non esercitano controllo su di essa”. Adly ha poi concluso il suo intervento parlando di come l’informazione è manipolata dalle diverse parti politiche portando l’esempio di come “Yasser Arafat, capo del fronte di liberazione della Palestina, sia stato ritratto dall’occidente come quello che si è intascato i soldi del movimento della povera gente, perché intestati a suo nome, quando invece alla sua morte sono passati in eredità ai suoi successori al governo”. [Mara Cavalzutti, ecoinformazioni]
A concludere l’appuntamento di sabato 20 novembre al convegno del Coordinamento comasco per la Pace, sono stati Mamadou Indiayo, rappresentante dell’associazione Endagraf e il giornalista di Altreconomia Emilio Novati. Mamamadou Indiayo, venuto in Italia con l’organizzazione Fratelli dell’uomo, ha spiegato come “nell’ambito della globalizzazione l’Africa ha una piccolissima parte, piccola anche nella comunicazione”, che descrive come “centro di cambiamento e della Pace, il risultato di un dialogo fra popoli”. Il rappresentante di Endagraf ha dichiarato che “l’Occidente pensa di possedere un giusto modello da esportare, migliore di tutti gli altri, ma l’Africa per risollevarsi non ha bisogno degli insegnamenti europeri piuttosto che di un altro paese. L’Occidente, non ha guardato bene, perché in Africa esistono già le risorse per dare il via a un miglioramento, bisogna solo aiutarle a maturare”. Tutto questo secondo Indiayo accade perché “l’Africa a confronto dell’Occidente non ha la possibilità di criticare”, e sostenendo il diritto di tutti ad una nuova informazione, il cittadino senegalese ha manifestato l’importanza che secondo lui ha la comunicazione in rete, scongiurando però “la disparità dei rapporti sociali tipici dell’Europa, conseguenza della tecnologia avanzata”. Emilio Novati, di Altreconomia, ha spiegato come per lui l’informazione per essere utile si traduca in azione di Pace. “Certe volte all’informazione, subentra la frustrazione, perché ciò che percepiamo non suscita in noi nessuna reazione. I motivi – ha spiegato Novati – sono fondamentalmente due: o ci vengono nascoste delle informazioni, che sono proprio quelle essenziali a creare reazione nell’ascoltatore o nel lettore, oppure siamo noi che non sappiamo recepirle. È vero che si sono notizie difficilmente accessibili – ha continuato il giornalista – destinate solo a un elitte, ma è vero anche che siamo noi a dover trovare una chiave di lettura, perché chi controlla l’informazione tenta di convincere che esiste una realtà immodificabile, situazione che assopisce tutti gli istinti di cambiamento”. Portando come esempio il caso dell’11 settembre americano, Novati ha dato atto di come “l’informazione ha giocato un ruolo determinante anche se ancora oggi restano dei dubbi sul reale svolgimento dei fatti, pulci nell’orecchio messe da pochi ma che fanno pensare”. “L’informazione è utile quando aiuta a semplificare situazioni complicate – ha dichiarato Emilio Novati in chiusura – , quando deve scontrarsi col potere per raccontare i fatti, ma anche quando gli interlocutori prendono coscienza e potenziano i canali di ascolto che hanno a disposizione. Insomma, un informazione diversa è possibile se un mondo diverso è possibile”. la manifestazione pomeridiana si è conclusa, oltre che con l’apprezzatissima esecuzione di Maurizio Aliffi, Francesco D’Auria e Simone Mauri di Fuori Fuoco, Diasono a tre, con la proiezione di un filmato per festeggiare il decimo compleanno di Oltre lo sguardo. [Mara Cavalzutti, ecoinformazioni]
Entusiasti
gli organizzatori di Buone notizie. Messaggi in bottiglia dal mare
dell’informazione, il settimo convegno internazionale del
Coordinamento comasco per la Pace. Circa mille persone hanno seguito i
lavori della tre giorni pacifista del 19, 20 e 21 novembre che ha saputo
informare e appassionare parlando dell’informazione in tempo di guerra,
dell’Africa continente oscurato dai media e delle sensate esperienze di
informazione di Pace. Si
era già capito dallo splendido inizio con lo spettacolo teatrale Muganga
messo in scena nella giornata d’apertura di venerdì 19 che aveva
commosso tutti i presenti. Buone notizie, la tre giorni di
riflessione sull’informazione ha centrato pienamente gli obbiettivi che
le avevano assegnato gli organizzatori del Coordinamento comasco per la
Pace. I diversi temi al centro dei lavori sono stati affrontati con
passione e scientificità dagli autorevoli relatori invitati fornendo ai
presenti, circa mille complessivamente, utili strumenti per rafforzare e
diffondere l’impegno per la Pace e la nonviolenza. E
se, in verita, le buone notizie sono state poche, il mare
dell’informazione è fortemente inquinato e popolato da sanguinosi
pescecani, seminatori di odio e propagatori di guerre infinite, non sono
mancate le buone note con il trio di Maurizio Aliffi, Franco D’Auria e
Simone Mauri e nei laboratori si sono approfonditi anche i temi
dell’obiezione fisacle alle spese militari, del software libero e c’è
stata persino l’opportunità, nel laboratorio di percussioni, di sentire
il suono dell’Africa. @ L’Africa
che non conosciamo, l’essenza commerciale dell’informazione e il
rapporto tra media e conflitti sono stati i tre fili conduttori del
dibattito che si è tenuto nella prima sessione pomeridiana di domenica 21
novembre al convegno Buone notizie, con Severino Proserpio,
migrante in Africa, Piero Maestri, redattore di Guerre&Pace
e Carlo Gubitosa, giornalista free lance e collaboratore di
Peacelink. Informazione
e Africa: ciò (poco) che sappiamo di questo continente corrisponde alla
realtà? A chiederselo, lanciando quest’interrogativo alle persone
presenti al convegno è stato Severino Proserpio da sempre impegnato per i
diritti dei migranti. Il primo relatore del pomeriggio della giornata
finale della tre giorni pacifista ha puntato l’obiettivo della
discussione sull’impatto del Sud del mondo nei media: «di rientro
dall’Africa qualche tempo fa ― ha raccontato Proserpio ― mi
imbattei nel discorso relativo alle mutilazioni genitali. Su L’espresso
trovai una cartina geografica indicante i paesi in cui si pratica l’infibulazione,
tra questi era annoverato il Senegal. Ma non è così, si tratta in questo
stato di un reato punito con sette anni di reclusione, fatta eccezione per
qualche tribù. Ecco quindi un primo caso di rappresentazione falsificata
della realtà». Un secondo episodio citato dal rappresentante da
Sebverino è quello dell’imam di Carmagnola, espulso insieme alla sua
famiglia e tuttora residente in Senegal in condizione di libertà
vigilata. «Un
altro accadimento che mi colpì fu, mentre leggevo un quotidiano, un
resoconto annuale dei reati in Senegal con la notizia dell’abolizione
della pena di morte: anche di questo non se ne seppe nulla. La stampa
senegalese non è povera di contenuti, ma d’inchiostro, di mezzi. Si
tratta solo di un esempio di diversi cambiamenti anche giurisdizionali in
Senegal. A gennaio ― ha
aggiunto il relatore ― solo per testimoniare ciò che dico, mentre
in Italia si festeggiava l’euro, dodici paesi africani celebravano la
loro unione monetaria». Le
buone notizie provenienti da questa grande fetta del Sud del mondo,
insomma, sarebbero per lo più censurate. «Accanto a queste cose
positive, d’altra parte, e al ruolo importante del Senegal in tanti
processi di modernizzazione e democratizzazione, ci sono molte
contraddizioni» ha voluto comunque precisare Severino Proserpio. Paradossi
che vediamo ogni giorno in occidente, che vivono i figli del Senegal
emigrati, i bambini che chiedono l’elemosina. «Quando
respingiamo i migranti sappiamo come tornano indietro? Sappiamo che hanno
venduto le loro case, che non hanno più niente? Allora cerchiamo di
valutare l’intervento adatto per ogni Paese africano, a seconda della
realtà dello stato e della società. Alla gente, molte, troppe volte,
arrivano le briciole. Di risorse ne vengono investite anche tante ma in
parte si “bruciano”». La cooperazione ha sempre i suoi lati oscuri,
come ci insegnava Ilaria Alpi, solo per citare un grande esempio di
giornalismo sul campo. «Tanti europei ― ha concluso Proserpio
― abitano nel Paese africano, un numero pari a quello dei senegalesi
che risiedono in Italia. Ma se si va in Africa con l’intento di
sfruttare, guadagnare, approfittare è meglio starsene a casa». Dell’Africa,
insomma, si sa poco e soprattutto sappiamo “male”: Ma come si
costruisce allora la notizia falsificata? La domanda è stata subito
girata a Carlo Gubitosa, giornalista di Peacelink. «Vi ringrazio
per aver abbandonato la programmazione televisiva odierna come Domenica In
– ha affermato ironicamente il giornalista – e questo è già un buon
segnale, vuol dire che ci sono teste pensanti. Mi chiedo però perché chi
vuole informarsi deve cercarsi le notizie, gli eventi, mentre la
comunicazione ha abbandonato un approccio costruttivo rispetto
all’informazione che parla di Africa, non in senso pietistico o come un
ente unico ed omogeneo. Proviamo a capire allora non i contenuti, ma cosa
ci sta intorno, quali sono le forme di manipolazione, il terreno fertile
per la nascita di un’informazione falsificata». Lo spunto è quindi
stato quello di provare ad analizzare non l’oggetto ma lo scenario. «Partiamo
da una certa ingenuità. Per anni – ha spiegato il reporter ―
abbiamo creduto nell’innata bontà delle aziende. Ora abbiamo perso
quest’approccio fideistico, con gli occhi bendati verso l’economia, ma
non verso l’informazione. Pensiamo che si tratti di uno strumento che
aiuti la gente a capire. Non c’è niente di più falso. Si deve levare
la maschera di servizio e svelare la realtà: l’essenza commerciale
dell’informazione». Dalla critica all’economia il passo successivo è
costituito dalla presa di coscienza riguardo alla natura commerciale dei
media. «Il giornalista è legato agli interessi morali e materiali
dell’azienda per cui lavora. Non aspettiamoci che in Rai si parli male
delle aziende che fanno pubblicità sulla tre reti pubbliche, non
chiediamo al Corriere di criticare la Fiat. Così ridimensioniamo il ruolo
del giornalista» ha esortato Gubitosa. «La macchina pubblicitaria, la
macchina di persuasione muove quattro miliardi di euro, questa è la somma
scambiata nel mercato pubblicitario italiano durante il primo semestre
dell’anno, si tratta quindi di un vero e proprio carro armato della
propaganda. Chi c’è dietro tutta questa macchina? La televisione». Per
questo, considerato che gli inserzionisti tv rappresentano circa il
cinquanta per cento dell’intero mercato, secondo il giornalista, il
Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi avrebbe bloccato la
riforma Gasparri. Di
questi colossi dello spot, fanno la parte del leone le aziende che
producono alimentari, automobili, bibite, telefonia, saponi e detersivi. «Le
aziende che muovono tutti questi soldi nei vari medium sono la Unilever,
il gruppo Fiat, Telecom, Procter&Gamble, Nestlè, Ferrero e altri:
quindici intoccabili dell’informazione. È curioso inoltre che due
partiti politici (Forza Italia e An) siano rispettivamente al primo e al
quinto posto nelle affissioni» ha continuato Gubitosa. Qual
è allora la strada percorribile dai fruitori dell’informazione? «Negli
anni Ottanta e Novanta c’è stata un’ondata verde, un movimento
culturale che ha allargato la responsabilità diffusa riguardo
all’ambiente, abbiamo capito che delegare il problema ecologico avrebbe
significato avviarsi verso una crisi irreversibile. Ora parliamo di
un’ecologia della mente, un’ondata che protegge per esempio i bambini
dall’assistere a scene violente in tv. Non esiste però la difesa dalla
pubblicità, che nuoce alla capacità di concentrazione dei più piccoli
in particolare. In questo senso c’è tuttavia una tendenza positiva; si
sta scoprendo che l’informazione commerciale non va avanti da sola, c’è
bisogno di affrontare a livello di società civile i problemi
dell’informazione, alla stregua dell’impegno per l’ambiente. Si
comincia a rendere i cittadini non solo spettatori ma anche attori
dinamici nell’informazione» ha chiarito il rappresentante di Peacelink.
L’esempio
più innovativo, forse, è costituito dalle street tv. «Il volontariato,
il Terzo settore si sta aprendo rispetto all’emergenza
dell’informazione negata. Non perché sia più importante leggere che
sopravvivere, ma per le importanti conseguenze culturali della
comunicazione». In merito alle mancanze dei media rispetto all’Africa,
Gubitosa ha dichiarato: «Sul sito di Peacelink c’è al sezione News
from Africa, un filo diretto d’informazione non filtrata
dalle quattro agenzie stampa che controllano la comunicazione a livello
mondiale. Si parla proprio per l’esistenza di queste potenze di
colonialismo d’informazione: prendiamo le informazioni e le rivendiamo
agli stessi paesi da cui abbiamo sottratto dati di realtà». Uno
scenario inquietante ma ricco di opportunità. «Oltre alle tele street
(che hanno comunque problemi di legalità), si sta sviluppando
l’educazione ai media, soprattutto nelle scuole, per filtrare in modo
critico l’informazione. Altro aspetto incoraggiante è il consumo
critico dell’informazione. Un esempio? Comprare un libro Mondatori
all’autogrill è una forma di eutanasia per le piccole case editrici e
per la distribuzione minore. Chiediamoci anche di un libro, come abbiamo
fatto per le banane, da dove arriva, chi lo produce, chi lo vende». Gli
esempi positivi ci sono, dal rovesciamento dei messaggi pubblicitari
all’uso sovversivo della comunicazione. «Abbiamo tecnologie che ci
permettono di fare cose efficaci anche in pochi, con scarsi mezzi. Questa
è la buona notizia. La cattiva notizia è che non possiamo utilizzarli a
costi zero. Usciti da questo convegno, ci sono tantissime opportunità per
esercitare la cittadinanza attiva creando un’alternativa dal basso
all’informazione che ha come obiettivo quello di far quadrare i conti
delle tre grandi imprese editoriali italiane» ha concluso Carlo Gubitosa. Tra
le esperienze d’informazione altra Claudio Bizzozero, direttore del
Coordinamento comasco per la Pace e moderatore del dibattito, ha
introdotto quella testimoniata da Piero Maestri: la rivista Guerre&Pace. «Non
sono giornalista – ha voluto precisare Maestri ― ,la nostra
rivista è fatta da volontari pacifisti che lavorano a partire dalla
collocazione di attivisti più che di giornalisti». Il
punto di partenza dell’intervento del terzo relatore è stata
l’informazione sulla guerra e sulla Pace. «Credo che sullo specifico
dei conflitti la finalità di servizio dell’informazione ci sia ancora.
L’informazione serve a costruire consenso alla guerra, il modello
pubblicitario è la forma dell’informazione sulla guerra». Messaggi,
spot pubblicitari che mostrano la guerra nei telegiornali come flash,
innocui o apparentemente tali come si parlasse di un
nuovo detersivo. «Sulla guerra e sulla Pace non c’è stata solo
disinformazione, sono stati attuati meccanismi ben più complessi. Per
esempio, con la guerra del Golfo, la manipolazione per inondazione, come
la definirono i giornalisti di Le monde diplomatique».
Un bombardamento di informazioni teso a far perdere nel nulla i concetti,
i veri messaggi. «L’altro meccanismo imperante ― ha proseguito
Maestri ― è la presunta scientificità delle informazioni. Il
profeta è Andrea Nativi, un giornalista entusiasta delle guerra, che
trasforma tutto in scienza e tecnologia, e siccome crediamo nella
neutralità della scienza crediamo anche nella neutralità della guerra.
Infine abbiamo la disinformazione vera e propria, i casi di notizie false,
con un ,meccanismo delle bugie calde e delle verità fredde, vedi la
seconda guerra. La notizia dell’assenza delle armi chimiche di massa non
vale più. Il terzo passaggio in questa disinformazione è il totale
occultamento dei crimini commessi dai nostri eserciti, o comunque
banalizzati o giustificati. Il senso è che la guerra non viene più
raccontata ma rappresentata». L’esperienza
contro corrente di Guerre&Pace, in questo contesto, sembra
un’isola felice. «Siamo
nati nel 1992, non per fare controinformazione ma come bollettino
dell’associazione Golfo per raccontare le guerre. La scelta della
rivista era non di lavorare sull’informazione ma su due cardini: il
primo è il contesto, ovvero fornire elementi di analisi su cosa stava
“dietro” le guerre, le strategie dei conflitti e le responsabilità;
il secondo era l’esistenza di grandi risorse nel movimento da
connettere, mettendole in rete e dandogli la parola». Gli esperti di Sud
del mondo, ad esempio, ci sono, e sono nella società civile. «Il
nostro obiettivo era ed è fare un’informazione che si occupi del
conflitto raccontando cosa succede dentro il conflitto stesso. Due esempi
concreti di questo scopo: la guerra perenne non è iniziata l’11
settembre, i programmi erano stabiliti. Nel 1991 infatti il nuovo modello
di difesa italiano parlava di una politica militare che prepara la guerra,
di passare dalla politica della difesa alla difesa delle politiche per
tutelare gli interessi nazionali ovunque fossero minacciate. Il secondo
esempio è la presunta guerra tra due popoli, israeliani e palestinesi:
ridefinire il conflitto significa ridargli la sua origine storica e
politica, cioè dare la possibilità di risolverlo. Non è quindi
importante stare sulla notizia , secondo noi, perché i processi sono più
lunghi e lavorare su questi è ciò che possono fare le riviste come la
nostra» ha dichiarato per finire Piero Maestri. Conclusi
i tre interventi dei relatori, è stato dato spazio agli interrogativi e
alle riflessioni dei cittadini presenti tra il pubblico. In merito all’«intossicazione
pubblicitaria» Carlo Gubitosa ha consigliato la lettura del libro Senza
regole, di Ennio Remondino, pubblicato da Editori Riuniti. «Esistono
in Europa canali senza pubblicità finanziati dai telespettatori; è
diffusa la partecipazione ai programmi. Ritengo quest’elemento uno dei
termometri significativi dello stato di salute delle democrazie» ha
evidenziato il rappresentante di Peacelink. Padre
Alfonso Rutuganda, tra i relatori delle conferenze di sabato 20 novembre,
ha chiesto delucidazioni in merito ai propositi e alla realtà
contemporanea del lavoro di Guerra e Pace, a dieci
anni dalla fondazione della rivista. «Il
tentativo faticoso ― ha risposto Maestri ― è quello di
riuscire a volte a raccontare ciò che avviene prima della guerra; per una
scelta di collocazione lavoriamo sulle politiche di guerra dei
“nostri” paesi perché pensiamo di incidervi di più, ma ci interessa
anche dire cosa succede in Africa quando questo continente non è sotto i
riflettori ed è difficile farlo». Il
terzo intervento da parte di una persona nel pubblico ha preso di mira il
lato commerciale della comunicazione, già analizzato da Gubitosa. «Il
fatto che la pubblicità entri nell’informazione ne stravolge le finalità,
invertendone il senso, perché la fa diventare un prodotto. I mass media
vengono intesi dall’opinione pubblica come un elemento di consumo. è
comunicazione di massa perché viene prodotta e concepita in modo che
raggiunga la massa, perciò va consumata e ciò stravolge il senso stesso
del lavoro di giornalista: questo secondo me è l’elemento più
drammatico del discorso» ha affermato il partecipante all’incontro. Un
migrante ha poi dato il suo contributo alla discussione segnalando la
mancanza di prodotti culturali, come la musica, provenienti dall’Africa
nei media italiani, esortando i presenti ad «appurare la veridicità
delle informazioni che riguardano tale continente». Infine,
ancora il rapporto tra informazione e scuola mediante la testimonianza di
un’insegnante delle medie inferiori che ha chiesto quali sono i canali
di lavoro possibili nelle scuole in materia di educazione ai media. «Esistono
tre possibilità: percorsi di formazione per educatori ed insegnanti per
la trasmissione delle competenze, auto formazione e coinvolgimento delle
realtà locali» ha replicato Carlo Gubitosa. Nella
speranza che, fuori dal teatro che ha ospitato la discussione, come ha
sollecitato il giornalista, non solo nelle scuole, ma nella vita di ogni
giorno, possano germogliare i semi di una nuova partecipazione attiva ai
media e all’informazione altra possibile. [Barbara Battaglia, ecoinformazioni] Domenica
22 novembre, Annibale Pepe di Megachip, Farid Adly, direttore di Anbamed,
notizie dal mediterraneo e
padre Alfonso Rutaganda hanno concluso l’edizione di quest’anno del
convegno del Coordinamento comasco per la Pace, lasciando ai presenti
barlumi di speranze e sprazzi di buone notizie per il futuro. Ad
introduzione della seconda fase pomeridiana del convegno del Coordinamento
comasco per la Pace, Celeste Grossi ha parlato in rappresentanza di tutti
coloro che sostengono e portano avanti l’obiezione alle spese militari,
tema su cui, in mattinata si era svolto uno dei seminari del convegno
Buone notizie: «Ora, in un momento in cui il disarmo può apparire
inattuale, ma così non è, si può dare il proprio contributo tramite un
versamento, ma l’obiettivo è quello di giungere ad una vera e propria
obiezione fiscale con la dichiarazione dei redditi». Poi
Claudio Bizzozzero, direttore del Coordinamento, dispiaciuto per
l’assenza di Luciano Scalettari comunicata agli organizzatori nel
pomeriggio di domenica, ha presentato Annibale Pepe di Megachip, Farid
Adly, direttore di Anbamed, notizie dal mediterraneo
e Alfonso Rutaganda. Diverse esperienze, sicuramente, ma non
lontane nell’idea trasmessa. Pepe
ha ripreso alcuni temi precedentemente affrontati da altri relatori
rapportando, però, il tutto alla mercificazione – globalizzazione –
modellazione della notizia, di chi la porta e di chi la riceve. «In
questo modo si viene progressivamente depauperati del proprio sapere. Le
informazioni ci sono, ma vengono orientate; da sempre operano la censura e
il condizionamento del potere» ha spiegato Pepe facendo, però, presente
che «oggi, a differenza di
una volta, quando la propaganda dei potenti aveva un costo, a pagare sono
coloro che vengono dominati». Secondo il rappresentante di Megachip la
rimodellazione dell’informazione «è e sarà un percorso lungo e
difficoltoso, anche a causa della devastazione degli ultimi dieci anni»,
ma il messaggio finale non è stato negativo se non per la consapevolezza
del presente che porta in se gli impedimenti e i condizionamenti
dell’omologazione del mercato: «Non esiste un problema di verità
nell’informazione, ma responsabilità diretta delle opinioni e delle
affermazioni che ognuni giornalista deve sapersi assumere». A
seguire, Farid Adly ha portato ai presenti un quadro della comunicazione
– informazione nei paesi arabi di cui, anche a suo avviso, «non si
conosce molto insieme alla realtà a cui appartiene». Mondo islamico e
mondo occidentale, a quanto pare, sembrano sapere poco uno dell’altro e,
anche per questo, lo scontro tra loro avviene e le responsabilità vanno
prese da entrambe le parti. Ma dal mondo arabo, al contrario di quel che
spesso si crede, anche per le accuse di antiamericanismo lanciate dal
presidente Bush, giungono esempi di comunicazione diretta che, «oltre a
far parlare i protagonisti dei fatti, offre la possibilità alla
controparte di far sentire la propria voce»: è il caso della nota
emittente Al Jazeera, «rivoluzionaria per quel che accade normalmente nel
mondo arabo, ma non unica nel genere». Questa, riportando l’esempio
fatto anche da Adly, trasmetteva, fin dall’inizio del conflitto
iracheno, le conferenze stampa, sia di Bush che di Saddam. Il direttore di
Anbamed ha ricordato, inoltre, l’importanza di Internet come mezzo di
diffusione delle notizie, anche se
nei paesi arabi la disponibilità di computer è ancora parecchio
limitata: «Basti pensare – ha spiegato – alle prime elezioni
amministrative libere che si terranno in Arabia Saudita a febbraio e per
le quali si sta preparando un intero sito capace di dar voce a tutti i
candidati e ai loro programmi con l’unica condizione di non offendere in
alcun modo gli altri». Ultimo intervento è stato quello di Rutaganda, sacerdote ruandese, che ha ricordato l’importanza del porsi continuamente domande per chi si occupa dell’informazione «perché ci sono tecniche per portare a conoscenza, perché in ogni parola vi è un messaggio, perché è necessario recuperare umiltà». Padre Rutaganda, scampato al genocidio del 94 durante il quale ha perso la sua famiglia è stato capace di parlare con parole semplici del dolore come di qualcosa da cui imparare e partire «per interrogarsi, crescere e partecipare ad un “cantiere di Pace” come può esserlo il Coordinamento comasco con tutte le sue iniziative ed attività». [Rossella Rizza ecoinformazioni]
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