JAN OBERG. 

PERCHE' BUSH HA VINTO? PAUROLOGIA E MANCANZA DI
ALTERNATIVE

ALTRI QUATTRO ANNI DI GOVERNO BUSH. QUALI POSSIBILITA' ESALTANTI 

[Traduzione Renato Solmi del testo di Jan Oberg estratto dal notiziario della Transnational Foundation for Peace and Future Research (in sigla: TFF; sito: www.transnational.org) che ne detiene i diritti di copia.
Renato Solmi e' stato tra i pilastri della casa editrice Einaudi, ha
introdotto in Italia opere fondamentali della scuola di Francoforte e del
pensiero critico contemporaneo, e' uno dei maestri autentici e profondi di
generazioni di persone impegnate per la democrazia e la dignita' umana, che
attraverso i suoi scritti e le sue traduzioni hanno costruito tanta parte
della propria strumentazione intellettuale. Jan Oberg (per contatti:
oberg@transnational.org), danese, nato nel 1951, illustre cattedratico
universitario, e' uno dei piu' importanti peace-researcher a livello
internazionale e una figura di riflerimento della nonviolenza in cammino.
Tra le sue molte opere: Myth About Our Security, To Develop Security and
Secure Development, Winning Peace, e il recente Predictable Fiasco. The
Conflict with Iraq and Denmark as an Occupying Power. Al di la' del
linguaggio in alcuni punti forse eccessivamente brillante l'analisi qui
condotta ci sembra assai utile ed adeguata a promuovere una riflessione che
molte persone amiche della nonviolenza avvertono da tempo come necessaria e
urgente]

Ci sono buone ragioni per cui Bush ha vinto.
Circa due terzi dell'America - circa il 60% dell'elettorato abilitato al voto - ha votato, e circa la meta' di loro ha votato per Bush. E ora il resto di noi deve vivere con gli effetti globali accumulati dei primi quattro anni e per altri quattro lunghi anni della stessa roba, e probabilmente ancora peggiore.
Poiche' nel mondo di George Bush il mandato divino proveniente dall'alto e'
stato ora confermato dal mandato del popolo americano proveniente dal basso.
Cosi' c'e' una specie di trinita' composta da Dio, da Bush e dai credenti
americani. Disgraziatamente nessuna delle sue politiche, tranne quelle messe
in opera per la sua rielezione, ha mostrato di funzionare, ma cio' non
sembra preoccupare affatto ne' Bush ne' i suoi seguaci. Possiamo almeno
sperare che Dio provi una qualche specie di senso di colpa per
l'associazione che gli viene attribuita?
*
Paurologite acuta
La ragione principale per cui Bush ha vinto e' la paurologia, la costruzione
della politica sulla manipolazione della paura e il bisogno di protezione
nel proprio interesse.
Dal punto di vista della psicologia di massa George W. Bush aveva il
programma piu' attraente: "Sono il solo che vi possa assicurare protezione
contro i mali del mondo esterno". Da quando, in seguito ai fatti dell'11
settembre, Bush ha dato inizio alla mal diretta e gia' fallita "guerra
contro il terrore", il profondo serbatoio della sua riuscita e' la sindrome
della "paurologia" condita con miti escatologici e con l'idea della propria
elezione. Bush era il presidente eletto da Dio, l'America era il paese
eletto da Dio, e i repubblicani erano il partito eletto da Dio. Ed eccoci di
fronte a un'altra trinita'.
Chiunque cerchi di spiegare l'amministrazione Bush con le normali teorie che
si possono leggere sui manuali di scienza politica si lascera' sfuggire gran
parte di cio' di cui questa paurologia si alimenta e della direzione in cui,
di conseguenza, noi ci stiamo muovendo.
La paurologia ha funzionato: prima c'e' stato un attacco manifesto diretto
contro gli Stati Uniti che ha provveduto a Bush (che ne aveva
presumibilmente un grande bisogno) un destino personale manifesto:
combattere l'"Asse del Male", sradicare il male dappertutto, creare il
paradiso sulla terra, e diventare cosi' il Protettore del suo popolo. A
dispetto di tutti i fiaschi evidenti (vedi il pezzo di Craig Aaron
pubblicato su TFF) la maggioranza (anche se molto esigua) dei cittadini
americani hanno mostrato ora di credere in lui e di aspettare di essere
protetti da lui; ora c'e' un contratto (fra Bush e il suo popolo) che non
esisteva nel 2000. Nessun nuovo disastro paragonabile all'11 settembre ha
avuto luogo da allora negli Stati Uniti, per cui il protettore ha un punto a
suo vantaggio, che esso si possa ascrivere o meno a merito della sua
amministrazione e delle sue politiche.
Il resto e' molto semplice, ma ha bisogno di una visione audace e di
strategie e tattiche intelligenti per essere eseguito e portato avanti:
dovete dire al vostro popolo che esso versa in un pericolo mortale, e se in
effetti cio' non corrisponde alla realta', potete creare quel pericolo o
un'immagine attenuata di esso. La cortina di fumo non funzionerebbe senza il
fuoco, il fuoco che era rappresentato dall'11 settembre. Poi scegliete di
fare i conti con quell'attacco in modo che esso generi scetticismo nella
maggior parte degli amici, odio fra i nemici, una produzione di massa di
terroristi e un senso di legittimita' decrescente agli occhi degli altri.
Questa e' una politica "paurologica" molto efficace, dal momento che
accresce, ad un tempo, il sentimento di paura degli elettori e quello di
essere soli e incompresi dagli altri. Il video cosi' vistosamente tempestivo
di Osama Bin Laden a sostegno del presidente Bush e' stato il prodotto
cerebrale del manipolatore piu' dotato, di chiunque si sia trattato. Posto
che sia stato lo stesso Bin Laden, egli puo' aspettarsi di vivere in futuro
anche dopo questo episodio. "Se mi lasciate sopravvivere, vi aiutero' a mia
volta a sopravvivere...".
La protezione non e' del genere difensivo, curativo o preventivo. E' tutta
esteriore ed aggressiva. Non c'e' metro quadrato in nessun luogo della terra
dove ci si possa rilassare o sentirsi al sicuro. Il mondo e' pericoloso, i
terroristi sono in agguato dietro ogni angolo di strada. E se questo non
basta, noi procediamo nel nostro programma di difesa contro i missili
balistici per difendere l'America se qualcuno dovesse, in qualsiasi modo,
penetrare nel nostro spazio interno. Il BMD (programma di difesa contro i
missili balistici) mira ad accrescere la capacita' di combattere una guerra
nucleare; e, cosi' facendo, alimenta la (folle) percezione che si possa
sopravvivere a o trarre vantaggi da una guerra nucleare; ma questo sospetto
non si e' affacciato alla mente degli americani, e, sia detto fra parentesi,
neppure a quella di molti europei. L'ignoranza intorno alle questioni
complesse e a volte addirittura filosofiche della sicurezza e' ampiamente
diffusa.
La paurologia ha la sua propria logica; dovete provocare la gente
continuamente e dappertutto per accrescere questa minaccia autocostruita. Il
vostro potere sparirebbe se nessuno avesse paura o non pensasse di aver
bisogno della vostra protezione. Se mutaste dalle fondamenta la politica
estera degli Stati Uniti e faceste in modo che la gente vi amasse e vi
ammirasse dappertutto, perdereste subito il vostro posto in ufficio!
Perche'? Perche' non avete nulla di originale e di costruttivo da offrire al
vostro prossimo, ma solo la protezione dai cattivoni.
*
Tana (Non ci sono alternative!)
Questa e' la seconda ragione: la totale mancanza di programmi alternativi,
coerenti e costruttivi, alla politica estera di George W. Bush. Non dovrebbe
essere cosi' difficile da vedere che gli Stati Uniti sono molto vicini ad
essere un sistema monopartitico con due frazioni distinte, e che le
politiche di John Kerry sulle questioni del terrorismo e del pantano
iracheno - e anche su tutto il resto - si potevano distinguere
difficilmente, nella sostanza, da quelle di Bush.
La differenza principale potrebbe consistere nella personalita'. Kerry ha
sperimentato l'insensatezza, la crudelta' e l'assurdita' della guerra
(represse, tuttavia, come si puo' pensare, ai fini della carriera), e sembra
avere relazioni meno problematiche col passato, con Dio e con svariati
fondamentalismi. Egli e' probabilmente anche meno autistico, dal punto di
vista politico, di quanto non lo sia Bush. Comunque stiano le cose, a questo
punto, egli si presenta solo come una varieta' piu' "intellettuale" di
imperialista e di militarista, con una visione un po' meno unilaterale e
(auto)isolazionista della funzione del suo paese nel mondo. Comunque, se
fosse diventato presidente, Kerry avrebbe potuto assumere Richard Holbrooke
come segretario di stato e Wesley Clarke come segretario alla difesa; col
loro trattamento disastroso dei problemi della Jugoslavia e del Kossovo di
cinque anni fa, sotto la presidenza Clinton, sarebbe ingenuo pensare che il
militarismo e l'imperialismo siano soltanto una malattia repubblicana (e
cioe' del GOP). Entrambi i partiti scelgono l'opzione antagonistica
dell'Impero piuttosto che quella della cooperazione democratica. In una
prospettiva appena un po' piu' lunga, cio' potrebbe segnare la fine
dell'impero americano. Ma chi si preoccupa delle prospettive a lunga
scadenza (diciamo 15 o 20 anni) nella politica odierna?
Per dirla schietta, e in modo un po' brutale, gli americani hanno potuto
votare, ma non avevano effettivamente una scelta. Questa distinzione e'
vitale in un'epoca caratterizzata da un autoritarismo crescente. La
democrazia dipende da una possibilita' di scelta, e non solo dal fatto che
si voti. Inoltre, non si puo' fare a meno di contestare ogni concetto di
democrazia di cui si faccia uso a proposito di un sistema che preclude a
chiunque non possieda centinaia di milioni di dollari la possibilita' di
diventare il leader di tutto il paese.
La societa' civile - gli amanti della pace, della giustizia, dell'equilibrio
ecologico, della liberta' - possono ora decidere di continuare a limitarsi a
parlare negativamente di George W. Bush, e a promuovere gli slogan -
tradizionali al limite della noia - con cui si dichiara di essere contro la
guerra e contro l'imperialismo, e ad essere critici e contrari nei confronti
di ogni nuova piece di politica interna o di intervento militare del governo
Bush in altri paesi. Dobbiamo farlo, ovviamente, ma non sara' abbastanza. Se
queste elezioni dimostrano qualcosa, e' che una strategia che si basi sulla
sola critica e' troppo facile e non rappresenta una sfida reale al sistema.
L'incapacita' di fermare un presidente le cui politiche hanno creato un caos
cosi' estremo e prevedibile come quelli causati in Afghanistan e nell'Iraq
solleva, infatti, la questione: in che cosa abbiamo sbagliato? Ora George
Bush e' stato rieletto dopo avere tuffato non solo l'America, ma il mondo in
una serie di guerre sbagliate e senza avere ottenuto assolutamente nulla
fuorche' la distruzione fisica e culturale di un paese e la morte di 100.000
iracheni - in aggiunta al genocidio causato dalle sanzioni e appoggiato
dall'amministrazione Clinton anche dopo che l'Iraq era stato disarmato, e
che ha ucciso fra 500.000 e un milione di iracheni innocenti e l'intera
borghesia del paese.
Ma "noi" ci siamo liberati di Saddam! Benone, ma si tratta di un argomento
sbagliato. Dal momento che non sono stati mai saggiati altri mezzi che non
fossero la guerra, come si puo' dire che la guerra fosse il solo modo di
rovesciarlo? E fino a quale prezzo ci possiamo spingere, da un punto di
vista morale, nella pretesa di farlo pagare ad altri in cambio della nostra
democratizzazione, della nostra liberta' - e delle forniture di petrolio e
dei profitti che ne ricaviamo?
*
Essere contro non basta. La necessita' di programmi costruttivi
Ma e' proprio qui che si nasconde il problema (o, come si dice, il
busillis) della resistenza globale, che e' "contro" e "anti", ma ha ben poco
di cio' su cui Gandhi insisteva continuamente, e cioe' della presenza di
programmi costruttivi.
I milioni di marciatori - come i governi di Germania e di Francia - nei
primi mesi dell'anno scorso avevano ben poco da dire che potesse suonare
come una risposta alla domanda perfettamente legittima: se non la guerra
all'Iraq, allora che cosa? Se non soffiare il petrolio a qualcun altro,
allora che cosa? Se non usare una violenza massiccia su scala globale contro
il terrore, allora come fare per combatterlo? Se Saddam e' il prodotto del
commercio mondiale delle armi, allora come fare per bloccarlo? Di quale
specie di educazione e di media abbiamo bisogno per fare si' che la gente
sia interessata alla pace invece che ai suoi computer,
all'entertainment, alla Coca Cola - e, per finire, alla violenza? Se la
guerra e' "il solo progetto disponibile sulla piazza", e' certo che ci sara'
la guerra; nella maggior parte delle situazioni difficili restare con le
mani in mano non rappresenta un'alternativa.
D'accordo, e' piu' facile combattere un nemico comune stando insieme, e
George W. Bush, la politica estera americana e tutto cio' che essa persegue,
sono un nemico agli occhi di milioni. Ma questi milioni non sono stati
capaci, per quanto legittima fosse la lotta, di sviluppare nulla di simile
ad una visione alternativa del modo in cui le cose si potrebbero fare
diversamente. Si potrebbero fare? Si', con la nonviolenza, con l'"ahimsa" e
il "satyagraha" gandhiani, attraverso tutto l'arsenale della pace con mezzi
pacifici che e' esposto nella Carta delle Nazioni Unite. Tutta l'energia si
e' rivolta ai modi in cui "combattere Bush" piuttosto che al modo in cui
sviluppare un nuovo paradigma e nuove strategie d'azione. Cosi' Bush ha
avuto la possibilita' di porre l'agenda a cui i piu' si sono limitati a
reagire.
Ma la democrazia consiste nel fatto che siano i cittadini a porre l'agenda,
"pro-attivamente", se cosi' si puo' dire, a cui i loro rappresentanti eletti
dovrebbero poi re-agire. Essa ha a che fare con una visione della buona
societa', e non e' una "paurologia" praticata all'incontrario: immagini
distopiche della guerra, annientamenti nucleari, odio e disprezzo per i
leader. La pace e' quindi molto di piu' che darsi da fare contro la guerra e
contro altri generi di violenza.
La pace ha a che fare con programmi alternativi costruiti sui valori
dell'amore e della cooperazione con tutto il resto del mondo. Abbiamo
bisogno di trarre ispirazione dalla storia della nonviolenza, e diciamo, per
esempio, da un libro come The Unconquerable World di Jonathan Schell.
Dobbiamo coerentemente dire di si' alla nonviolenza, e non serbare il
silenzio, per esempio, sulla violenza totalmente inaccettabile che e'
praticata da quella parte della resistenza irachena che si dedica al
sequestro di operatori di pace e di militanti umanitari.
La rielezione di Bush ci dice che dobbiamo cercare di usare in modo piu'
costruttivo i prossimi quattro anni. Ci saranno paure, collera e
frustrazioni enormi. Dobbiamo riuscire in qualche modo a superarle. La
paurologia e il suo partner diabolico, la disperazione, non sono che
strumenti nelle mani di dirigenti autoritari. La sfida e la resistenza, il
coraggio civile e la capacita' di ricupero, possono contribuire a far
crescere programmi di carattere costruttivo, e una serie di visioni positive
possono uccidere sia le paure da cui siamo afflitti che la disperazione che
ci attanaglia.
Che percio', forse, la rielezione del presidente Bush possa rappresentare
un'opportunita' importante, un'occasione da non perdere, per noi tutti?
Torneremo su questo argomento.

JAN OBERG: ALTRI QUATTRO ANNI DI GOVERNO BUSH. QUALI POSSIBILITA' ESALTANTI 

Con l'aiuto di un po' di pensiero dialettico, altri quattro anni con George W. Bush al timone dell'impero americano possono finire per rivelarsi una grande opportunita' per l'emergenza di qualcosa di nuovo e di meglio. Nell'altalena incessante della crisi, c'e' (o, per dir meglio, ci sono) sia la sofferenza causata dal vecchio che i primi germi di visioni relative al nuovo che matura. E ci sara' da soffrire, non c'e' dubbio, nel corso dei prossimi quattro anni, nessuno degli argomenti che svilupperemo qui e' ignaro di questo fatto. E tuttavia chi si dispera eccessivamente per la rielezione di Bush potrebbe contribuire ad accrescere la sofferenza piuttosto che a realizzare i potenziali positivi che sono a nostra disposizione. Cerchiamo almeno di rimboccarci le maniche e di metterci subito al lavoro. * 1. Critiche e proteste che non vadano in cerca di alternative costruttive sono uno spreco di energia Una lezione da apprendere dalle guerre piu' recenti, dalla guerra contro il terrorismo e dalla rielezione di Mr. Bush, e' che non basta protestare e criticare, ma che ci deve essere anche quello che Gandhi chiamava un programma costruttivo. Vedi il comunicato n. 200 della Transnational Foundation for Peace and Future Research [intervento che abbiamo pubblicato nel fascicolo di ieri di questo notiziario - ndr-] per altre considerazioni in merito. Ci devono essere alternative bene informate elaborate da organizzazioni della societa' civile o da governi critici nei confronti della politica americana che si basino su una conoscenza oggettiva delle cose come pure su nuove idee e su nuove mete congiunte a una qualche strategia creativa in vista dell'azione. I prossimi quattro anni non possono essere dedicati a marce contro questa guerra oggi e contro quella guerra domani e alla campagna contro la globalizzazione; le energie della societa' civile debbono essere indirizzate a rispondere alla questione piu' importante di tutte: se non vogliamo questo, che cosa vogliamo invece al suo posto e che cosa dobbiamo fare per raggiungere quell'obiettivo? Saranno necessari piu' circoli di studio, corsi di lezioni, tecniche di addestramento e occasioni di dialogo che marce collettive per ottenere questo risultato. Ci sara' bisogno di cuori, e cioe' di etica, valori e speranze; ci sara' bisogno di cervelli, e cioe' di educazione, intelligenza teorica, chiarezza di concetti e programmazione razionale dell'azione; e ci sara' bisogno di muscoli, e cioe' del coraggio di pensare, di parlare e di agire in modo nonviolento, non contro gli Stati Uniti o contro qualche problema particolare, ma per i "dannati della terra" e per nuove forme di vita. * 2. Sappiamo abbastanza della natura del governo Usa per elaborare cambiamenti a partire da oggi Sappiamo ora a quali valori, a quale stile di direzione e a quali politiche basate sulla violenza potremo trovarci ad assistere d'ora in avanti. Conosciamo gli elementi fondamentali del carattere del presidente e delle sue convinzioni, fra le quali c'e' quella di stare agendo per mandato divino. La cosa positiva e' che non avremo da spendere tempo per avanzare supposizioni e fare esperienze; come sarebbe stato invece necessario se avessimo avuto a che fare con una nuova amministrazione a Washington. Alcuni credono, sperano e sentono il bisogno di dire che nel secondo mandato presidenziale di Bush potremo assistere a una maggiore quantita' di multilateralismo e a una maggiore quantita' di collaborazione. Ma nulla parla a favore di questa previsione, che e' solo un'espressione di "pensiero desiderante" ("wishful thinking", una pia illusione). Al contrario, il mandato piu' forte che egli ha ricevuto ora puo' far si' che la spericolatezza delle decisioni e la hybris del comportamento vengano ancora di piu' in primo piano nell'operato della sua amministrazione. * 3. Non sara' possibile che governi provvisti del senso della propria dignita' si schierino passivamente sotto la guida degli Usa Scrivo queste righe mentre Falluja viene distrutta, nel quattordicesimo anno della distruzione del popolo iracheno e della sua societa'. Capi di governo provvisti del senso della loro dignita' troveranno sempre piu' difficile sostenere o difendere apertamente o tacitamente la politica estera americana in generale e gli interventi e le operazioni belliche a cui potrebbe dar luogo in particolare. L'opposizione interna nei paesi europei e nel mondo arabo, per limitarci ai casi piu' significativi, mettera' molti governi alle strette e in grave imbarazzo. La mancanza patente di legittimita' e di sostegno spingera' un numero sempre maggiore di uomini politici a pensare in termini di nuove alleanze e di maggiore autonomia di decisioni e di movimenti. Controcorrenti emergeranno lentamente, ma sicuramente, nel corso di questo processo. Dove questo senso della propria dignita' non esista, si potra' verificare una crescente minaccia terroristica - e cio' finira' per imporre necessariamente un cambiamento, anche se forse solo dopo tremende sofferenze e dopo la perdita di molte vite. Cosi' ci potranno essere altre azioni di carattere militare, ma una nuova occupazione modellata sull'esempio iracheno non potra' aver luogo. * 4. L'azione preventiva prendera' il posto della reazione alle politiche di Washington La politica opportunistica e intellettualmente oziosa che consiste nello stare a vedere cio' che gli americani pensino o facciano in una determinata situazione e poi nel far prendere posizione al proprio paese in rapporto o come reazione al comportamento degli Usa dovrebbe, prima o poi, lasciare il passo a una politica molto piu' "pro-attiva": siamo disposti a sentire cio' che ci dice Washington, ma sviluppiamo le nostre vedute e le nostre decisioni politiche in vista della nostra azione futura. Il futuro verte sul dialogo che ha luogo fra di noi, e si conformera' a questo pluralismo e non a una sottomissione disciplinata. E quanto maggiore sara' il numero delle nazioni che cominciano a stare ritte sui propri piedi, e cioe' a muoversi per proprio conto, tanto maggiore sara' l'equilibrio che si verra' a formare nell'ordine globale. Cosi' nessun paese dovrebbe restare fermo ad aspettare di vedere che cosa gli Stati Uniti faranno nei confronti della Corea del Nord, dell'Iran, della Siria, o di qualche altro attore indipendente; ma ciascuno di essi, e in particolare l'Unione Europea, dovrebbe sviluppare la sua politica autonoma e impegnarsi in una gestione pacifica dei conflitti e in una diplomazia genuina e creativa. Francia e Germania non possono piu', in futuro, come hanno fatto nel caso dell'Iraq, limitarsi a dire di "no" alla guerra e mancare, d'altra parte, di ogni possibile alternativa ad essa. * 5. Questa e' un'occasione straordinaria per l'Unione Europea L'Unione Europea, in particolare, dovrebbe essere capace di cogliere questa opportunita' adesso. Non c'e' alcuna possibilita' che essa sia capace di fronteggiare gli Stati Uniti in termini militari. La sola alternativa che l'Unione Europea possa avere e' quella di "prendere insieme" i propri atti di politica estera e di sicurezza collettiva - anche se non necessariamente nella forma di una politica unitaria dominata da poche grandi potenze, ma piuttosto come un insieme di alleanze flessibili e di schemi cooperativi fra gruppi relativamente mobili di membri. L'Unione Europea potrebbe facilmente diventare molto piu' attrattiva agli occhi di attori collocati nel Medio Oriente, nell'Asia Centrale o nell'Asia propriamente detta, come altresi' nell'Africa; cio' dipendera' dalla misura in cui essa diventera' il gestore affidabile dei conflitti, dotato, se si puo' dir cosi', di una "potenza morbida", il mediatore, l'organizzazione fornita di esperti ben addestrati nella promozione del dialogo fra le parti e di migliori capacita' di analisi e di diagnosi degli avvenimenti mondiali e di ricerca dei modi piu' adatti a risolvere i conflitti. Insomma, pronta ad offrire al mondo cio' che gli Stati Uniti non sono in grado di fornire. Il vantaggio comparativo dell'Unione Europea e' potenzialmente enorme, quando la si confronti agli occhi del resto del mondo con la distruzione operata da Washington di ogni potenzialita' di un ordine mondiale basato sulle leggi e improntato a uno spirito di giustizia. Spendere molto di piu' per la ricostruzione, la riconciliazione, gli aiuti umanitari e la gestione dei conflitti civili, prima, nel mentre e dopo che gli Stati Uniti abbiano devastato il posto, sara' di aiuto a milioni di persone e fara' vedere a tutti la differenza. L'Unione europea e' forte nelle dimensioni politiche, economiche, sociali e culturali del potere, mentre gli Stati Uniti lo sono solo in quella militare e stanno declinando nelle altre quattro. Se l'Unione Europea non sfrutta questa occasione storica in cui la grande maggioranza degli abitanti del mondo cercano ansiosamente un'alternativa a quella rappresentata dall'impero americano, bisognerebbe concludere che l'Unione stessa potra' avere difficilmente un grande avvenire nell'ordinamento complessivo del mondo. Come gli Stati Uniti hanno conquistato, a suo tempo, la loro indipendenza dall'Europa, tocca ora agli europei fare la stessa cosa dal punto di vista politico e soprattutto da quello intellettuale. Ci dovrebbero essere meno cervelli americanizzati nei ministeri europei degli affari esteri nel prossimo futuro, e ci dovrebbe essere, invece, nei nostri rappresentanti, un po' piu' di autonomia intellettuale e morale e di confidenza collettiva in se medesimi, e un po' piu' di compassione verso il resto del mondo nel suo complesso. Le opportunita' oggettive appaiono migliori di quanto non siano mai state dal 1945 ad oggi. Percio' siate pure disposti a cooperare con gli Stati Uniti quando la cosa e' nell'interesse dell'Europa, ma non siate sottomessi, e cessate di credere alla figura paterna, seguendo l'esempio degli abitanti dell'Europa orientale, che hanno liberato se stessi dagli spiriti paternalistici una quindicina di anni fa. Riassumendo: cio' non e' antiamericano, e' a favore di qualunque cosa e di chiunque altro. E' sinonimo di liberazione e di capacita' di pensare con menti indigene, gettando via il giogo della sicurezza intellettuale e di altre forme di soggezione e di obbedienza. * 6. Non sono necessarie altre prove: la gestione violenta dei conflitti porta al disastro Sia sotto la presidenza di Clinton che sotto quella dei due Bush gli Stati Uniti hanno praticato una gestione violenta dei conflitti. Cio' che ne e' risultato e' una catena di fiaschi e di situazioni caotiche di pace non realizzata: le parole chiave sono la Croazia, la Bosnia, il Kossovo, la Serbia, la Macedonia, la Somalia, l'Afghanistan, e ora, come chiunque puo' constatare cosi' tristemente, l'Iraq. Persone con scarse conoscenze sul problema dei conflitti e con un alto grado di lealta' nei confronti degli Stati Uniti sostengono di solito che il bombardamento di queste aree e' avvenuto troppo tardi e che non ha avuto luogo in misura sufficiente. Altri, compresi decine di associati alla Transnational Foundation for Peace and Future Research, hanno sostenuto invece, gia' molto tempo prima che le azioni militari avessero luogo, che questi conflitti non erano del tipo che potesse essere risolto, o in cui la pace potesse emergere, da queste forme di politica militare, che, per giunta, mancavano anche di strategie coerenti per la situazione successiva ai bombardamenti, per la situazione postbellica. Ne' c'e' stata alcuna strategia decente di fuoriuscita dalla crisi che potesse beneficiare le popolazioni che vivevano in quelle aree tormentate e sconvolte. Cosi' ci troviamo in una situazione molto fortunata: nessuno che sia stato in contatto con la realta' (in contrasto con la realta' virtuale dei media) vissuta sul terreno in questi posti puo' avere il minimo dubbio sul fatto che lo stile americano di intervento militarizzato e culturalmente insensibile alla complessita' dei problemi che si pongono nella gestione dei conflitti sia stato saggiato, a quest'ora, a sufficienza perche' lo si possa giudicare disperatamente controproducente. Gli abitanti del luogo lo sanno per esperienza diretta, gli osservatori internazionali che ci sono stati lo sanno, i volontari delle organizzazioni non governative lo sanno, e alcuni diplomatici di alto livello e funzionari dell'Onu che sono stati sul terreno per un mese - tutti quanti lo sanno perfettamente. Sono solo coloro che prendono le decisioni, i consiglieri negli uffici dei primi ministri, i ministri degli affari esteri e i media che danno ancora l'impressione di non saperlo. * 7. I grandi potenziali della nonviolenza, la pace ottenuta con mezzi pacifici, ci stanno diritto davanti agli occhi Il punto 6 era una conclusione di carattere negativo. Il suo lato positivo consiste nel fatto che un enorme potenziale di natura politica, diplomatica, psicologica, sociale, ecologica e culturale dei conflitti sta nondimeno emergendo alla luce. In linea di fatto, e come e' stato sottolineato ripetutamente da Jonathan Schell nel suo libro pionieristico di oltre 400 pagine, The Unconquerable World, ci sono alcune cose che ora sappiamo a proposito della violenza. Cosi', per esempio, sappiamo che in seguito al fatto che le armi nucleari, se fossero usate, potrebbero spazzare via la razza umana parecchie volte una dopo l'altra e distruggere la terra, non possono esistere motivi politici di sorta che possano essere promossi dal loro uso. In secondo luogo, i mutamenti che hanno funzionato meglio sono stati quelli intrapresi con mezzi pacifici. Dice Schell che le rivoluzioni inglese, americana, francese, tedesca e indiana hanno dimostrato tutte quante il potere della gente di esautorare e paralizzare un regime ritirando ad esso il proprio appoggio, mentre nello stesso tempo si procedeva a costruire e a mettere in piedi istituzioni parallele. In seguito, nel corso della sua esposizione molto comprensiva e particolareggiata, Schell passa ad esaminare i casi del rovesciamento della giunta greca dei colonnelli nel 1974, la caduta del Portogallo che era l'ultimo impero europeo in Africa, la democratizzazione della Spagna a partire dal 1975, e cioe' dalla morte di Franco. Nell'America meridionale degli anni Ottanta, i generali rassegnavano il potere in Argentina, in Brasile e in Cile. La dittatura di Marcos nelle Filippine scomparve nel 1986, l'autocrazia della Corea del Sud nel 1988, il dittatore indonesiano Suharto cadde nel 1990, in Iran si sviluppo' una forte opposizione contro il dominio dei mullah, nel 2001 un periodo di oltre settant'anni di governo ininterrotto da parte del Partito rivoluzionario istituzionale messicano fu spezzato dal popolo, Milosevic cadde nell'ottobre dello stesso anno e il presidente georgiano Shevardnadze nel 2003. L'esperienza sudafricana, a cui tutti avevano predetto terribili spargimenti di sangue, passo' indenne attraverso il periodo di transizione grazie alla costruzione di una fiducia reciproca fra le parti, basata sulla riconciliazione e sulla creazione di una commissione apposita incaricata di ristabilire la verita' e di promuovere la riconciliazione stessa. Tutto questo ha funzionato, in misura maggiore o minore, e assai meglio, comunque, di quanto abbiano fatto le guerre civili e gli interventi militari - o, a maggior ragione, una guerra di carattere imperiale. Le anime sono state curate, ed e' stata data una chance alla democrazia, come pure alla pace. Cio' non e' accaduto nei luoghi che abbiamo menzionato prima a pr oposito delle vicende degli anni Novanta, dove l'intervento militare straniero e' stato il principale strumento impiegato per porre termine alle guerre e gettare le basi della pace. E' tempo di vedere ora che c'e' solo una misura che si possa adottare contro altri quattro anni di politiche militaristiche e imperiali del governo Bush: ed e' quella di criticarlo meno e di indirizzare l'attenzione, assai piu' di quanto si sia fatto finora, sull'efficienza e sul decoro, sul potenziale curativo e libertario, della mobilitazione della gente senza armi nelle proprie mani. Insomma, ci sono tante ragioni di speranza, se la gente, i media e coloro che dovrebbero prendere le decisioni avessero solo la capacita' di scorgerle. Una ragione fondamentale per cui non sono capaci di farlo e' la loro cieca lealta' nei confronti di un impero in procinto di sprofondare - che e' quello degli Stati Uniti d'America. L'educazione alla pace, l'educazione civica, l'addestramento delle capacita' necessarie per orientarsi negli affari internazionali e nella gestione dei conflitti civili possono benissimo rivelarsi come gli strumenti piu' potenti e piu' efficaci di cui possiamo disporre. * 8. Abbiate pazienza. Gli imperi non durano per l'eternita'. Gli Stati Uniti dispiegano la loro debolezza in Iraq Ci sono ragioni storiche generali per cui gli imperi tramontano. Alcune di esse sono: la militarizzazione dello stato; l'iperestensione territoriale, e cioe' il tentativo di controllare troppe cose in troppi luoghi diversi; la legittimita' decrescente agli occhi di chiunque altro; l'esaurimento economico; la convinzione perversa che chiunque altro dovrebbe fare le cose in un solo modo, e cioe' in quello in cui le facciamo noi, e cioe' una tolleranza sempre minore del pluralismo, e, man mano che il tempo passa, una incapacita' sempre crescente di prestare ascolto e di apprendere qualcosa da chiunque altro - e anche dai propri errori. Insomma, la stagnazione intellettuale e morale, l'inflessibilita' del carattere e della mente, l'irrigidimento, una politica monolitica, l'autoesaltazione e la megalomania - altrettanti modi di nascondersi il fatto che l'Impero non e' che un'illusione. Si puo' argomentare che gli Stati Uniti si stanno muovendo rapidamente in questa direzione di carattere generale. Se le cose stanno cosi', altri quattro anni in compagnia di George W. Bush non potranno fare altro che accelerare questo processo, e cioe' determinare la fine dell'impero in tempi piu' rapidi di quanto sarebbe stato altrimenti il caso. Cosi', mentre gli Stati Uniti sono soggetti a un indebolimento interno in seguito alla deriva verso un impero incontrollato che esaurisce le loro forze, e verso un fascismo potenziale, essi saranno anche indeboliti dall'esterno, e cioe' dal resto del mondo che tende a diventare piu' indipendente e meno timoroso e ossequiente nei confronti dell'Impero. Una delle lezioni piu' importanti che si possono trarre dagli ultimi 40 o 50 anni di guerre e' che i grandi paesi tecnologicamente potenti, col loro morale tutt'altro che solido e i bassi motivi da cui sono mossi, finiscono per perdere le guerre da loro intraprese con paesi piu' piccoli, meno sviluppati dal punto di vista tecnologico e a volte anche superiori dal punto di vista morale: cosi' gli Stati Uniti col Vietnam, l'Unione Sovietica con l'Afghanistan, la Serbia con le altre repubbliche della regione, e ora gli Stati Uniti, l'Inghilterra e altri paesi in Iraq. Gli Stati Uniti sono l'attore militare piu' forte di tutta la storia, la loro ossessione di essere minacciati e' piu' grande di quella di qualunque altro paese su tutta la terra, sono odiati da un maggior numero di persone e di paesi piu' di quanto lo siano gli altri, tendono ad isolarsi dai loro amici e a distruggere, al loro interno, cio' che rendeva gli Usa cosi' attraenti per la gente di tutto il mondo. Qualcuno deve pur trarre le sue conclusioni da tutto questo... * 9. Boicottare gli Usa economicamente Uno di questi fattori di indebolimento, che, in effetti, avrebbe un'importanza fondamentale, sarebbe rappresentato da un boicottaggio economico globale dell'economia statunitense, in primo luogo dei beni di consumo da essa prodotti, e poi, successivamente, dei beni capitali e dei flussi monetari, che assumono la forma, di volta in volta, di prestiti e di crediti, delle istituzioni economiche dominate dagli Usa, degli investimenti e delle vendite sul mercato americano, cessando di concedere prestiti agli Usa per finanziare le loro guerre, cessando di viaggiare negli Stati Uniti ecc. Proteste economiche di questo tipo sarebbero certamente molto piu' efficaci di ogni manifestazione di piazza contro la politica estera americana, e favorirebbero l'emersione di nuove relazioni economiche nella rete di scambi che avvolge il mondo come un gomitolo. Tuttavia, come nel caso di tutte le altre misure di embargo, bisognerebbe escogitare soluzioni atte a far si' che i settori piu' poveri della societa' americana non ne siano danneggiati e feriti. * Qui si puo' leggere cio' che Lester Brown, uno dei piu' importanti pensatori globali dei nostri tempi, ha scritto verso la fine di ottobre del 2004, e che e' degno di essere riportato per esteso. "Ora il rifiuto della politica estera americana si sta traducendo in un rifiuto dei prodotti che recano marchi di fabbrica statunitensi. Gli europei, in effetti, stanno tenendo una specie di referendum economico sulla politica estera americana, votando, se si puo' dir cosi', coi loro portafogli. L'effetto di questo fenomeno puo' essere visto nei rendiconti economici dei profitti che vengono resi pubblici in questi giorni da parecchie societa' americane di primo piano". "Su scala mondiale, otto dei dieci maggiori marchi di prodotti sono americani. Piu' di meta' delle vendite di ciascuno di questi prodotti hanno luogo fuori degli Stati Uniti. John Quelch, professore alla Harvard Business School, scrive: 'Un'opposizione crescente alla politica estera americana minaccia la forza a lungo termine di questi marchi'". "Il 'Financial Times' riferisce che alcuni dei marchi di prodotti di consumo piu' forti del mondo, come Coca Cola, McDonald, Gap, cominciano ad essere duramente colpiti. Le vendite di Coca Cola in Germania sono cadute del 18 per cento rispetto a un periodo simile dell'anno scorso, e la societa' e' costretta a defalcare 392 milioni di dollari per 'fare fronte alla riduzione degli attivi commerciali in quel paese'". "McDonald, una societa' che puo' vantare una crescita storica considerevole nel corso degli anni, ha visto le sue vendite pervenire quasi a una posizione di stallo in tutta l'Europa. Gap e' uscita del tutto dalla Germania, una mossa che ha contribuito a ridurre le sue vendite internazionali del 10 per cento. La caduta della partecipazione ai divertimenti del parco Disney alla periferia di Parigi ha fatto scendere le sue entrate fino al punto in cui ha dovuto essere soccorso e risarcito dalla sua societa' madre. Wal-Mart, la piu' fortunata ditta di vendita al dettaglio del mondo, si trova a fronteggiare pesanti perdite in Germania, che rappresenta la terza piu' grande economia del mondo dopo gli Stati Uniti e il Giappone". "Anche le vendite di automobili prodotte dalla General Motors e dalla Ford sono in uno stato di sofferenza in Europa. Di fronte a perdite di 236 milioni di dollari nella regione, la General Motors sta licenziando 12.000 lavoratori in Germania. La Ford, a sua volta, potrebbe seguire presto coi licenziamenti". "Non volendo alimentare il 'backlash' antiamericano, le societa' generalmente biasimano le condizioni economiche per il declino delle loro vendite, ma il Fondo Monetario Internazionale ha stimato, in settembre, che la crescita economica di quest'anno, in Germania, sarebbe stata del 2 per cento, un risultato molto migliore della sua crescita negativa dell'anno scorso. In Francia, un altro paese dove i prodotti americani stanno prendendo una sberla, la previsione della crescita e' proiettata al 2,6 per cento, a confronto dello 0,5 per cento dell'anno scorso". "Il declino nelle vendite e nei guadagni delle compagnie americane all'estero appare con la massima evidenza nei marchi di primo piano che abbiamo citato prima, ma l'accettazione dei prodotti di marca Usa e' in declino su tutta la lista. Altri marchi ben noti per cui l'approvazione dei consumatori all'estero e' in declino includono Microsoft, la Nike e Yahoo. Ma in gioco e' molto di piu' dei marchi universalmente conosciuti. Il destino economico di migliaia di compagnie americane che operano sul mercato internazionale e' influenzato da questa tendenza". "L'effetto indiretto della guerra irachena sull'economia Usa puo' diventare presto un problema di primaria importanza. Quelch condivide queste riflessioni facendo notare che 'il costo per l'economia americana potrebbe essere molto piu' grande del costo della guerra stessa...'". * Se continuato e rafforzato nel corso del tempo, il vostro boicottaggio personale dei prodotti americani potrebbe ben essere la piu' importante forma particolare di protesta contro la politica estera americana, il suo militarismo e il suo imperialismo. Ed essa costituisce un'alternativa democratica del cittadino globale al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dal momento che quell'organo non potrebbe mai decidere qualcosa in materia di sanzioni, poiche' almeno gli Stati Uniti stessi, che sono uno dei suoi cinque membri permanenti, opporrebbero il loro veto. Ma George Bush non ha modo di costringere voi e me a comprare prodotti americani. Abbiamo il potere gigantesco di esprimere la nostra solidarieta' col resto del mondo, ora e subito, con un boicottaggio economico su scala mondiale degli Stati Uniti, ma non oltre il momento in cui essi cominceranno a ritirare le loro truppe dislocate tutt'intorno al mondo e a ritirarsi dalle loro basi e dalle loro guerre. L'azione, ancora una volta, non deve essere antiamericana, ma deve essere rivolta contro la specifica distruttivita' della loro politica estera e di sicurezza, e cio' si riferisce anche alle loro armi nucleari. * Sono grato all'associato della Transnational Foundation for Peace and Future Research Johan Galtung che ha ispirato alcuni punti di questo comunicato.

 

 

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