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Tutti
si dicono contro l'estremismo e il fondamentalismo, non c'è nessuno che
non fa i suoi elogi alla pace, il dialogo è sulla bocca di tutti, eppure
si moltiplicano gli atteggiamenti "duri e puri" e il rifiuto del
confronto e della collaborazione. Com'è che parlare di
"compromesso" trova un'accoglienza tanto ostile anche tra chi
teorizza il radicale superamento della coppia amico-nemico? Che cosa c'è
di male nel compromettersi?
Le
parole ingannano e vanno sempre usate solo dopo averle definite con un
minimo (o un massimo, ma qui il massimo è sempre tanto basso e difficile
da raggiungere che si identifica con il minimo) di precisione. Questa
parola ha evidentemente un duplice significato. "Accettare di
compromettersi" ha per esempio un significato positivo, corrisponde
ad "accettare certe responsabilità". Accettare un
"compromesso" ha invece un suono ben diverso.
C'è una ragione evidente di tutto ciò: in questo "bel paese"
la parola "compromesso" si collega ad una pratica tanto diffusa
quanto quasi sempre ributtante. Compromesso qui rimanda al
"tradizionale" scambio tra potenti che accettano cose
inaccettabili in modo da ottenere reciproci vantaggi, senza rispettare
regole e interessi generali. Cane non mangia cane, dice un vecchio
proverbio italiano, e la dice lunga sulle usanze del paese. Infatti, se il
compromesso è ottenuto scaricando gli eventuali costi dell'operazione
sulle spalle di altri il risultato è praticamente perfetto. È chiaro che
una simile pratica non può che essere condannata.
Ma questo giustifica la posizione opposta? È possibile avere un coniuge o
comunque vivere con altri e non andare continuamente a
"compromessi" sui gusti, le priorità, le scelte? E anche ad un
livello più "astratto", è possibile considerare la propria
posizione come l'unica dotata di valore e quindi rinviare lo sforzo di
capire quella dell'altro per vedere se è possibile trovare un
"compromesso" che, in qualche modo, tenga conto anche delle
richieste e delle ragioni dell'altro? Questo, ovviamente, non è possibile
sempre; inoltre, e soprattutto, non può e non deve diventare impedimento
all'azione, discussione infinita, diritto di veto. La maggioranza decide,
ma può (quasi) sempre farlo in due modi: tenendo conto solo delle sue
ragioni e dei suoi interessi oppure cercando di trovare la posizione che,
a partire da tali ragioni e interessi, tenga conto e soddisfi anche quelli
degli altri. Nei limiti del possibile, ma costantemente e senza
preconcetti.
Questa è democrazia in senso puramente liberale. Quanto ho detto non
viene dalla tradizione della "sinistra", ma dal più classico
pensiero liberale, da Alexis De Tocqueville (1805-1859). In un suo famoso
libro La democrazia in America egli addita il pericolo che la democrazia
corre se non si rispettano i diritti e le opinioni dei gruppi minoritari.
Per questo Tocqueville, da buon liberale, condanna la stessa rivoluzione
francese, proprio perché "autoritaria" e vittima dell'errore
che lui condanna come "dittatura della maggioranza".
Non si tratta di una questione ottocentesca, ma di qualcosa che circola
molto in questo momento nelle diverse posizioni politiche.
Il viceministro all'economia Micciché, coordinatore di Forza Italia in
Sicilia, ha affermato a Como (la cosa è stata riportata dal giornale
"La Provincia" ed ha provocato mille polemiche): "si sappia
che se il sindaco di Como non sarà Bruni [che è di Forza Italia] il
primo cittadino lariano non metterà piede nel Ministero del'Economia.
Ditelo in giro. Il dicastero, tra sottosegretari e ministri, è fortemente
targato Forza Italia e, dato che contiamo qualcosa, gli altri non ci
metteranno piede". Qui si afferma tranquillamente che un ministero
della repubblica Italiana può essere considerato appannaggio esclusivo di
una forza politica o di una coalizione. Che cosa ne è del Bene Comune
della tradizione cattolica o della Volontà Generale della tradizione
francese?
Il merito (l'unico) di Micciché è che fa vedere bene i rischi che la
democrazia corre: lui si giustifica dicendo che gli altri hanno fatto lo
stesso. Se è così, il centrosinistra va condannato senza rimedio e lui
ha fatto malissimo a non utilizzare le TV di Berlusconi per gridarlo forte
e chiaro. Ma proprio per questa inspiegabile omissione credo però di
poter conservare molti dubbi sulla verità della sua accusa.
Tuttavia non è questo il problema. Il guaio vero è che a disapprovare
questa (o tante analoghe affermazioni che si sentono in giro) non si leva
nessuna voce "liberale" se non quelle degli avversari politici.
La società tace e quindi acconsente. Questo dimostra quanto il rifiuto
del compromesso, nel senso del riconoscimento dei diritti dell'altro,
abbia preso piede. Ma non è un paradosso perché si afferma per gli
stessi motivi per cui in altri casi si cerca il compromesso, cioè
l'accordo ai fini del potere, a danno di altri.
Lo stesso risultato può essere conseguito con motivazione e affermazioni
di segno opposto. C'è chi dice che in nome dei valori ci si deve misurare
e contare, anche su un piano elettorale. Come evitare che una
contrapposizione di valori dia luogo al non rispetto di coloro che quei
valori non condividono? Se lo scontro è sul pacifismo assoluto, sulla
pratica della pace come unica strada percorribile, chi non è disposto a
condannare tutte le guerre, a partire da quella (peraltro crudele e
terribile) che fu la guerra partigiana che cos'è? Un assassino, magari
inconsapevole? E chi non crede a una politica basata sui valori, ma a una
politica laica fatta da soggetti (ci si augura) pieni di valori che
traspaiono nella loro vita (e quindi anche nella loro pratica politica)
che cos'è? Il retaggio di un passato che non vuol morire?
Per questa strada si liquidano troppi problemi e ci si avvia sulla strada
del fondamentalismo. In questo caso più della pratica di coloro che
sostengono queste posizioni è importante l'affermazione stessa che
comporta, come spessissimo è accaduto alle posizioni
"idealiste", un approdo di estrema rigidità.
Credo che entrambe queste posizioni che ho cercato, certo molto
frettolosamente, di indicare siano, nella loro radicale differenza, delle
scorciatoie, delle forme estremistiche e radicali, un radicalismo
padronale "di destra" e un radicalismo idealistico "di
sinistra". A queste contrapporrei la "pazienza
democratica", il lavoro culturale e sociale, la contestazione
quotidiana "rilassata" non delle forme del vivere quotidiano ma
dei valori che le sostanziano, con un duro e continuo confronto,
accettando i limiti e i pericoli che questa situazione ci impone, il tutto
per trovare un quadro che (forse) ci permetterà di gestire un compromesso
"positivo".
Diceva Brecht: con chi non siederà il giusto per aiutare la giustizia.…
Maurizio
Migliori
(Graffiti
2002)
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