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da
"L'Unita'" del 24 marzo 2005.
Ora
state attenti. Immaginate di essere in uno stadio immenso. E che uno
speaker dalla voce tonante annunci a un pubblico sterminato le formazioni
delle squadre, usando le cadenze ritmiche di una volta, quelle che hanno
fatto la leggenda del calcio. Immaginate di sentire la formazione della
prima squadra, che chiameremo "Costituzione 1". Eccola.
Ascoltatela bene.
Nenni; Einaudi, Parri; Saragat, De Gasperi, Togliatti; Calamandrei, Moro,
Pertini, Croce, Dossetti (con panchina di lusso: Valiani, Amendola, Nitti,
Terracini, La Pira, Lazzati, Di Vittorio, Ruini, la Malfa senior...).
E immaginate poi di ascoltare, nel frastuono della folla e della Storia,
la
formazione della seconda squadra, che chiameremo "Costituzione
2". Eccola di
nuovo. Ascoltate bene anche questa. Bondi; D'Onofrio, Nania; Bossi,
Calderoli, Castelli; Schifani, Pastore, Berlusconi, Fini, Previti (con
panchina assai piu' risicata, ma su cui siede, lo si riconosce in
lontananza, La Malfa junior).
Senza offesa per nessuno, e ben sapendo che il vero valore dei politici lo
misurano i posteri, la differenza tra le due formazioni appare perfino
imbarazzante: comunque sufficiente a dire di che cosa sia capace l'una e
di
che cosa sia capace l'altra. Il guaio e' che se gli antichi godono i
frutti
della fama che si tributa a chi non c'e' piu', i posteri godono della
possibilita' di agire indisturbati contro i loro avversari. Le umane
vicende
li hanno infatti resi vincitori di libere elezioni ed essi fanno quel che
gli pare.
Un autentico saccheggio di patrimonio ideale. A questo sembrava di
assistere
ieri mattina al Senato. E l'amarissima sensazione si trasferiva nei gesti,
nel clima, nelle parole che pur occorreva pronunciare. Sembrava di
assistere
a una grande azione di demolizione compiuta in fretta e con poco rispetto
per mura e suppellettili (e fondatori) da una immobiliare di arricchiti,
vogliosi di rifare il cuore della citta' a proprio uso e consumo.
Il risultato? Fate la seguente operazione-finestra. Andate su Internet e
leggetevi il testo uscito dal Senato. E prima ancora di vedere che cosa
c'e'
scritto, osservate un'altra cosa, forse piu' importante: la lunghezza
degli
articoli. E poi ficcateci dentro il naso e, sempre prima di studiare i
contenuti, guardate come quegli articoli sono scritti. E' impressionante,
fa
perfino impallidire la differenza tra il testo originale e quello odierno.
Tanto sono stringati, brevi, incisivi, solenni, gli articoli della
Costituzione, tanto sono lunghi, prolissi, sbrodolati, tignosi, gli
articoli
di questo guazzabuglio. Nella Carta fondativa della Repubblica c'e' una
quasi plastica rassegna di principi. Poche parole per scolpire i valori, i
grandi punti di riferimento di un Paese che vuole tornare alla democrazia
dopo il fascismo e la tragedia bellica e i campi di sterminio. Nel testo
approvato ieri un articolo puo' durare pagine, proprio come e' gia'
avvenuto
nel testo piu' pazzo del mondo, quello che pretende di riformare, anziche'
la psiche dell'estensore, l'ordinamento giudiziario della Repubblica. E
tanto e' chiaro e netto il linguaggio della Carta uscita dalla Resistenza,
al punto che anche un ragazzino la puo' leggere e capire, altrettanto
involuto e avvocatesco e' il linguaggio di questa Carta uscita dalla baita
estiva di Lorenzago. Piu' che una Costituzione, il Senato ha licenziato
ieri
qualcosa che, dal punto di vista dello stile, sta a meta' tra un codice e
un
regolamento di condominio. Sara' un caso ma il solo articolo che, nel
cambiamento, e' rimasto asciutto come prima e' quello che riguarda il
bilancio dello Stato; poiche' in tema di bilanci, come sappiamo, e' sempre
meglio non esagerare con obblighi e prescrizioni.
Ma perche', questa e' la domanda, ad articoli brevi e solenni si
sostituiscono (come gia' con l'articolo 111 sul giusto processo ai tempi
dell'Ulivo) dei dettagliati ordini di servizio? Perche' la riga e mezzo
dell'articolo 70 (la funzione legislativa) diventa uno sproloquio di
romanzo
in burocratese? La risposta e' semplice, mortificante. Perche' mancano i
principi, perche' non c'e' il compromesso nobile di chi costruisce
qualcosa
insieme sapendo che terra' fede, nello spirito anzitutto, all'impegno
scritto. Perche' e' friabile il terreno su cui si costruisce. Per questo
occorrono mille aggiustamenti, paletti, filtri, aggiunte, condizioni e
riserve. Perche' quasi nulla si tiene in proprio, sulla base di un patto
di
fedelta'. Ma le Costituzioni che vengono scritte cosi' sono Costituzioni
senz'anima. Nascono morte.
*
Che dire a questo punto? Tornare alle critiche tante volte espresse, sulla
dittatura della maggioranza (concetto fornito di piena cittadinanza nella
storia delle dottrine politiche), sullo sbilanciamento dei poteri, sulla
corrosione delle garanzie, sul federalismo fasullo ma con in se' il dna
della secessione? Forse oggi, poiche' le scene di vita danno colori piu'
limpidi alle battaglie delle idee, conviene mettere nello zaino della
propria memoria cio' che si e' visto e sentito. Il mio gruppo parlamentare
che ha goduto di tre-minuti-tre a testa per discutere la nuova
Costituzione.
I silenzi dell'Udc, che lanciava urla strazianti invocando che si fermasse
la "deriva" in atto e che in aula ha taciuto rigorosamente salvo
parlare
alla fine per la bocca del senatore D'Onofrio; il quale, con i capelli
corvini delle grandi occasioni, ha spiegato - lui ex ministro - che in
piu'
di mezzo secolo in Italia non c'e' stato pluralismo. E poi ha pure
spiegato
che non e' vero che aumentano i giudici costituzionali di nomina politica,
anzi sono diminuiti. Oggi, ha assicurato, sono cinque; ora diventeranno di
meno, perche' la Camera dei deputati ne nominera' tre, e i quattro del
Senato mica sono politici, quello sara' il Senato federale. Lo volete
capire
o no?, ha chiesto in segno di sfida all'opposizione. No, gli e' stato
risposto in coro.
E poi i motteggi dei leghisti, particolarmente in vena contro la patria e
contro lo Stato e contro Ciampi, nel loro gioco beffardo di rimandi di
banco
in banco. Sono pesati e hanno fatto clima, in generale, i silenzi della
maggioranza. Una Costituzione stupenda e modernissima, su cui in aula
pero'
i suoi sostenitori hanno speso una minuscola manciata di interventi, a
dispetto di chi in futuro tentera' di capire le ragioni di tanto
entusiasmo
attraverso gli atti parlamentari. Di corsa, senza pathos, ma con la dovuta
retorica negli interventi conclusivi. La retorica che ha portato il
senatore
Pastore (nome felicissimo per chi guidava il mansueto e disciplinato
gruppo
di Forza Italia) a giurare che la maggioranza ha le sue radici
nell'antitotalitarismo, si tratti del totalitarismo di sinistra o di
destra
(e questa e' un po' azzardata, ne converranno anche i "terzisti").
La mente torna alla faccia sbigottita degli autonomisti trentini, che si
sono trovati inopinatamente buggerati - le promesse non sono state
mantenute, giuravano -, con meno autonomia di quanta ne abbiano adesso, e
questo grazie all'agognato federalismo. Torna poi, la mente, alla dignita'
di Domenico Fisichella e del suo dissenso in omaggio ai valori della
Destra,
o di Renzo Gubert, il sociologo trentino dell'Udc. Torna al tricolore
amaramente indossato dall'opposizione e agli striscioni (sempre tricolori)
esibiti dalla destra rimasta sola in aula: "Nasce la nuova
Italia", "Stop ai
ribaltoni", "Torna l'interesse nazionale", roba che ai
leghisti un altro po'
gli vien l'infarto. Tutto questo mentre gruppi di senatori
dell'opposizione
si chiedono costernati e un po' risentiti chi abbia mai deciso che si esca
dall'Aula e se non sia un dovere (civile, istituzionale, il mediatico
viene
dopo) quello di lasciare scritto il proprio "no" a questa
poltiglia
indigeribile; e se il voto nel nome degli italiani e della propria
coscienza
sia qualcosa che si decide nelle riunioni delle segreterie senza neanche
un'assemblea di discussione con gli interessati, i quali sono pur sempre
deputati e senatori della Repubblica, mica fanti del re.
Che questa incolta sovversione avvenga nell'anno sessantesimo dalla
Liberazione, come ha ricordato Gavino Angius, rende tutto piu' simbolico.
Ma
deve spingere le forze della democrazia costituzionale a ingaggiare una di
quelle grandi battaglie ideali che, nel corso della storia, danno senso
alla
vita dei partiti. E danno senso anche - non sembri troppo - alla vita dei
cittadini.
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