DALL'ORDINE AL DISORDINE

Ci sono molte cose che si potrebbero e dovrebbero dire riflettendo sugli esiti dell'attacco anglo-americano all'Iraq. Qui ne prendo in esame una, a partire da una premessa, che formulo in modo molto semplificato, senza andare ad approfondirne gli aspetti teorici.
Noi viviamo in un sistema complesso, cioè basato su una forte interazione di elemen-ti coordinati da una logica. Il sistema funziona perché migliaia di persone fanno quello che sanno di dover fare senza nemmeno porsi il problema della possibilità di fare altro. Noi la mattina usciamo per andare a fare un nostro specifico lavoro sapendo che i mezzi pubblici funzionano, perché all'alba qualcuno ha aperto il deposito, qualcun altro ha at-tivato le pompe del rifornimento e riempito i serbatoi dei mezzi, altri ancora sono arrivati sul posto per iniziare il servizio, dopo aver preso il cappuccio a quel bar che apre presto e che riceve le brioche fatte nella notte; tutto questo poi consente agli uni di andare al lavoro, agli altri di andare ad aprire la scuola o l'ufficio, o di andare a fare le pulizie prima dell'apertura di….
Potrei continuare all'infinito perché in realtà questo meccanismo impegna milioni di persone. Ed ha certamente continue sfasature ma se lo pensiamo nel suo insieme non possiamo che essere colpiti dal fatto che nel complesso funziona come un orologio. Una sorta di miracolo, visto quanto spesso parliamo male della "gente" e della scarsa affida-bilità delle persone… Infatti è il frutto di secoli di tentativi, prove, errori e correzioni. Ed è qualcosa che è interiorizzato dentro di noi prima ancora che impostato fuori di noi, tanto da presentare persino qualche rischio sul piano della libera e consapevole adesio-ne. Le esperienze del secolo scorso hanno infatti mostrato come persone assolutamente normali, proprio per rispetto del "meccanismo", siano disposte a collaborare anche a ne-fandezze, come genocidi…
Ma questo stesso esempio estremo mostra quanto il processo sia interiorizzato e for-te. Anzi per noi è così scontato che nemmeno ce ne accorgiamo e quindi non pensiamo affatto a come possono funzionare sistemi che sono diversi e che non hanno percorso questo lungo itinerario, che è fatto anche di valori. Ad esempio il rispetto delle cose al-trui. Ogni giorno appositi uffici ricevono oggetti che sono stati trovati per strada da cit-tadini, i quali potevano benissimo tenerseli sapendo che non sarebbe successo assoluta-mente nulla. Semplicemente costoro hanno pensato che non era giusto, non era corretto, non era solidale. A riprova che di etica si tratta, non tutti fanno così e non è dappertutto così.
In Iraq l'intervento americano ha distrutto il sistema repressivo che imponeva un or-dine. Negli anni anteriori alle guerre i visitatori dell'Iraq (come ancor oggi quelli che vanno in Siria) erano colpiti dal buon funzionamento del sistema. Era un ordine del tutto imposto, e con metodi feroci, ma in qualche modo c'era. Ora in Iraq non c'è più. Il pote-re che indicava che cosa fare si è dissolto. E c'è una massa di individui che agiscono se-condo altre logiche, non necessariamente funzionali ad un unico sistema. Basta pensare alle centinaia di migliaia di soldati che sono apparentemente scomparsi nel nulla, perché un esercito irakeno non c'è più.
Così si sono immediatamente costituite bande che spadroneggiano nelle grandi città. Si traffica di tutto e, a riprova che l'ordine è un concetto relativo, accade di leggere di poliziotti, sciiti, che attaccano con la folla la sede del partito Bath, accusato di un grave attentato. È evidente che non solo il nostro concetto di legalità non è sedimentato, ma che quei poliziotti si sentivano sciiti, non servitori dello stato. Cioè agivano nella logica del loro ordine religioso, non di quello legale o statuale.
Certamente Saddam, come altri tiranni, non era uno strumento adeguato, ma solo una visione molto miope può ignorare che non solo la democrazia ma il nostro modello so-ciale sono frutto di un lungo cammino e che non si esportano facilmente e men che me-no con gli eserciti. Questi dovrebbero fare, senza riuscirci, il lavoro che i tiranni occi-dentalizzati fanno in modo tanto più efficiente (che vuol dire con feroci repressioni).
E qui la potente macchina da guerra si inceppa definitivamente.
In questa situazione gli interventi militari, con o senza ONU, non hanno grandi pos-sibilità, anzi sono spesso condannate a provocare disastri, anche quando si basano su e-lementi interni. L'Afghanistan è lì a dimostrarlo. L'intervento russo di tanti anni fa non può essere difeso, ma almeno cercava di conservare la debole unità dello stato e di con-tinuare un (improbabile) processo di modernizzazione. Gli Usa hanno lavorato in senso opposto e ora si trovano loro stessi nella trappola: c'è uno stato del tutto apparente, la guerra per bande sta ricominciando e semplicemente non ci sono prospettive. Come as-sai difficilmente se ne vedono in Iraq, posto che uno stato chiamato Iraq abbia un futu-ro.
In realtà basta guardare la cartina del mondo, anche lasciando perdere l'Africa che è una tragedia nella tragedia, per accorgersi che si moltiplicano i "quasi stati", i "semipro-tettorati" e via dicendo. Il disordine aumenta.
Il fatto è che noi ragioniamo con i nostri modelli internazionali, frutto di secoli di guerre ben organizzate e finalizzate. Basta pensare a un dato: nel XVII e XVIII secolo le guerre si facevano per decidere chi doveva essere il re di un certo stato, tanto l'esistenza dello stato stesso era data per certa e intangibile. Ma il mondo non è così e non ci ren-diamo conto che certi interventi assomigliano sempre più al buttare il fiammifero in un bidone di benzina. È un attimo, ma dopo ci sono guai a iosa. Avremmo dovuto imparar-lo subito, dalla esperienza dei Balcani, che resta irrisolta, anche se nessuno sembra più volerne parlare. In effetti, a differenza della benzina, in questo caso non si può pensare che alla fine il materiale incendiabile finisce. Come sempre i Balcani mostrano, gli odi razziali e "tribali"possono covare per decenni prima di riesplodere.
Così ora quello che un tempo si chiamava Iraq sembra marciare verso una situazione afgana o, se si preferisce, balcanica, in sintesi verso la guerra civile e la divisione in zo-ne, con pulizia etnica a nord e religiosa a sud. È bastato un attentato che sembra fatto apposta per far esplodere la polveriera.
È storia di una settimana fa, per me che scrivo. Quando questo articolo uscirà sul giornale, sapremo se ci siamo ulteriormente avvicinati a quell'esito o no.

 

Maurizio Migliori

(da GRAFFITI)

torna all'indice