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C'è
da restare stupefatti di quanto breve sia stata la stagione della nostra
Belle èpoque; in fondo, il sogno di una via tecnico-amministrativa al
benessere universale, di una "mobilitazione" semi-automatica di
tutte le coscienze e di tutte le culture ai vittoriosi modelli
dell'Occidente, è durata dal collasso del socialismo reale fino
all'Undici Settembre. Un decennio di revival in grande stile di
provvidenzialismi secolarizzati, progressismi, sbornie ideologiche sul
tramonto della politica o addirittura la "fine della storia".
Ora sappiamo, dai "no-global" ai neo-liberisti ragionanti, che
la globalizzazione dovrà essere praticamente governata, pena il suo
implodere, che nessun destino assicura il suo successo, che nessun nuovo
Ordine della Terra nascerà spontaneamente dalla
"occidentalizzazione" planetaria delle forme e dei sistemi
economici. Abbiamo confuso fino ad oggi la crescente e rapida convergenza
di quest'ultimi con la globalizzazione. Sappiamo ora che si tratta di
dimensioni ben distinte. Ma poi? Hic sunt leones. Perché affermare che la
prospettiva de-politicizzante è stata una cattiva politica non significa
costruirne una migliore; riconoscere che la neutralizzazione dei conflitti
"via" tecnico-economica sembra sfociare nella loro
moltiplicazione, non comporta sapere come risolverli.
Non si potrà certo rimettere al comando la vecchia politica, fondata
sulle relazioni tra Stati sovrani. L'epoca delle volontà egemoniche
contrapposte, degli "Stati combattenti" si è conclusa. Certo,
con la vittoria di uno di essi - ma mai come in questo caso appare giusto
il motto "vae victoribus", poiché nessuno Stato, per propria
intrinseca natura, può esercitare un effettivo governo mondiale.
La tragica illusione imperialistica dovrebbe essersi conclusa con il
compimento dell'epoca dell'assoluta sovranità statuale.
Avremmo bisogno di una politica oltre lo Stato e oltre i delirii imperiali
che appartengono alla sua storia. Cerchiamo di procedere per negativo. E?
concepibile che il mondo venga "conquistato" da un sistema di
poteri assolutamente de-territorializzato, da una "società
globale" che domina i mezzi finanziari e di informazione e di cui le
leadership politiche nazionali sono sempre più o diretta espressione o
variabile dipendente? E' concepibile governare la globalizzazione
sradicando ogni differenza di luogo, di cultura o, al più, tollerandola?
I "realisti" rispondono: la globalizzazione non sarà, certo,
unificazione pacifica; essa non può procedere che per lacerazioni e
frantumazioni.
La stessa fine dell'epoca di Yalta produce questo effetto. Poteva darsi
equilibrio solo del "terrore"; l'attuale globalizzazione è per
sua natura "inquietudine" permanente, contraddizione, conflitto.
Ma, aggiungono sempre i "realisti", conflitto locale, conflitto
incapace di contrapporsi al sistema effettuale di potere, di minacciarlo
seriamente.
L'Undici Settembre non ha risvegliato costoro dal sonno dogmatico? E'
vero, nessuna grande potenza, nessun nuovo potere statuale può oggi
affermarsi contro la globalizzazione in atto - ma un terrorismo globale
sì. E questo terrorismo si radica proprio nei processi di frantumazione e
nelle contraddizioni che l'ordine globale riproduce. Il nuovo terrorismo
pensa localmente e opera globalmente. E poiché gli effetti delle sue
operazioni globali possono comportare, se protratte nel tempo, la
disarticolazione e destabilizzazione dell'"ordine" economico,
con le più drammatiche conseguenze sociali e politiche, realismo vorrebbe
che si facesse di tutto per superare quei conflitti "locali",
per eliminare le contraddizioni, interne agli stessi Paesi Arabi, che li
generano. Nulla è più utopistico che ritenersi inevitabili e insieme
pretendere assicurato l'"ordine" della occidentalizzazione del
mondo.
Ogni vera azione politica deve essere mossa da una visione di insieme. La
riforma degli organismi sopranazionali, a partire dall'ONU stessa, ormai
totalmente bloccata dai pricipii di uguaglianza e unanimità;
la "messa in forma" del ruolo assunto dalla Nato; la definizione
di una politica estera e di difesa dell'intera Comunità Europea - quale
visione geo-politica dovrebbe esprimere? Quale idea dei futuri equilibri
planetari? Sarà possibile proseguire a lungo ancora del tutto
occasionalmente, attraverso azioni auto-giustificanti, e cioè meri
rapporti di forza? E' "realistico" pensare il nuovo diritto
internazionale come la loro risultante? Io penso che un nuovo diritto,
oltre quello derivante dagli accordi interstatuali e oramai
irreversibilmente tramontato, potrà nascere soltanto da una concezione
della globalizzazione costruita sulla base di polarità culturali. Esso
sarà chiamato a dar forma a relazioni competitive tra "grandi
spazi" culturali, non ad annullarne l'autonomia: ridurre il globo a
un polo è annullarlo in quanto tale.
O il nuovo diritto sarà autenticamente federativo o diventerà
inevitabilmente quello scenario apocalittico che alcuni grandi realisti
avevano disegnato qualche decennio fa: una sola grande potenza, un solo
Stato mondiale (che oggi sarebbe quella super-società, di cui abbiamo
parlato) immerso in miriadi di conflitti locali, naturale humus di
terrorismo disperato e globale.
Un pensiero federativo capace di misurarsi con il processo di
globalizzazione in tutti i suoi aspetti: questo a me pare il compito
teorico e politico più alto ed urgente. Non un vago dover-essere, ma quel
dover-essere che vive e si agita nei movimenti reali. La stessa esigenza
di giustizia non è un sogno, come predicano i "realisti", ma un
dato della realtà storica che viviamo; e non riconoscerlo è perfetto
irrealismo, è un errore politico. Ridurre tutto, come si sta facendo, al
di là delle chiacchiere di prammatica, a scontro tra volontà di potenza,
a rapporti di forza, è un errore politico che pagheremo caro.
Massimo
Cacciari
(CorrierEconomia
del 15/10/2001)
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