FEDERALISMO GLOBALE:  IL NUOVO ORDINE NON NASCERA' SPONTANEAMENTE - Che brutta époque  

di Massimo Cacciari

C'è da restare stupefatti di quanto breve sia stata la stagione della nostra Belle èpoque; in fondo, il sogno di una via tecnico-amministrativa al benessere universale, di una "mobilitazione" semi-automatica di tutte le coscienze e di tutte le culture ai vittoriosi modelli dell'Occidente, è durata dal collasso del socialismo reale fino all'Undici Settembre. Un decennio di revival in grande stile di provvidenzialismi secolarizzati, progressismi, sbornie ideologiche sul tramonto della politica o addirittura la "fine della storia". Ora sappiamo, dai "no-global" ai neo-liberisti ragionanti, che la globalizzazione dovrà essere praticamente governata, pena il suo implodere, che nessun destino assicura il suo successo, che nessun nuovo Ordine della Terra nascerà spontaneamente dalla "occidentalizzazione" planetaria delle forme e dei sistemi economici. Abbiamo confuso fino ad oggi la crescente e rapida convergenza di quest'ultimi con la globalizzazione. Sappiamo ora che si tratta di dimensioni ben distinte. Ma poi? Hic sunt leones. Perché affermare che la prospettiva de-politicizzante è stata una cattiva politica non significa costruirne una migliore; riconoscere che la neutralizzazione dei conflitti "via" tecnico-economica sembra sfociare nella loro moltiplicazione, non comporta sapere come risolverli.
Non si potrà certo rimettere al comando la vecchia politica, fondata sulle relazioni tra Stati sovrani. L'epoca delle volontà egemoniche contrapposte, degli "Stati combattenti" si è conclusa. Certo, con la vittoria di uno di essi - ma mai come in questo caso appare giusto il motto "vae victoribus", poiché nessuno Stato, per propria intrinseca natura, può esercitare un effettivo governo mondiale.
La tragica illusione imperialistica dovrebbe essersi conclusa con il compimento dell'epoca dell'assoluta sovranità statuale.
Avremmo bisogno di una politica oltre lo Stato e oltre i delirii imperiali che appartengono alla sua storia. Cerchiamo di procedere per negativo. E? concepibile che il mondo venga "conquistato" da un sistema di poteri assolutamente de-territorializzato, da una "società globale" che domina i mezzi finanziari e di informazione e di cui le leadership politiche nazionali sono sempre più o diretta espressione o variabile dipendente? E' concepibile governare la globalizzazione sradicando ogni differenza di luogo, di cultura o, al più, tollerandola? I "realisti" rispondono: la globalizzazione non sarà, certo, unificazione pacifica; essa non può procedere che per lacerazioni e frantumazioni.
La stessa fine dell'epoca di Yalta produce questo effetto. Poteva darsi equilibrio solo del "terrore"; l'attuale globalizzazione è per sua natura "inquietudine" permanente, contraddizione, conflitto. Ma, aggiungono sempre i "realisti", conflitto locale, conflitto incapace di contrapporsi al sistema effettuale di potere, di minacciarlo seriamente.
L'Undici Settembre non ha risvegliato costoro dal sonno dogmatico? E' vero, nessuna grande potenza, nessun nuovo potere statuale può oggi affermarsi contro la globalizzazione in atto - ma un terrorismo globale sì. E questo terrorismo si radica proprio nei processi di frantumazione e nelle contraddizioni che l'ordine globale riproduce. Il nuovo terrorismo pensa localmente e opera globalmente. E poiché gli effetti delle sue operazioni globali possono comportare, se protratte nel tempo, la disarticolazione e destabilizzazione dell'"ordine" economico, con le più drammatiche conseguenze sociali e politiche, realismo vorrebbe che si facesse di tutto per superare quei conflitti "locali", per eliminare le contraddizioni, interne agli stessi Paesi Arabi, che li generano. Nulla è più utopistico che ritenersi inevitabili e insieme pretendere assicurato l'"ordine" della occidentalizzazione del mondo.
Ogni vera azione politica deve essere mossa da una visione di insieme. La riforma degli organismi sopranazionali, a partire dall'ONU stessa, ormai totalmente bloccata dai pricipii di uguaglianza e unanimità;
la "messa in forma" del ruolo assunto dalla Nato; la definizione di una politica estera e di difesa dell'intera Comunità Europea - quale visione geo-politica dovrebbe esprimere? Quale idea dei futuri equilibri planetari? Sarà possibile proseguire a lungo ancora del tutto occasionalmente, attraverso azioni auto-giustificanti, e cioè meri rapporti di forza? E' "realistico" pensare il nuovo diritto internazionale come la loro risultante? Io penso che un nuovo diritto, oltre quello derivante dagli accordi interstatuali e oramai irreversibilmente tramontato, potrà nascere soltanto da una concezione della globalizzazione costruita sulla base di polarità culturali. Esso sarà chiamato a dar forma a relazioni competitive tra "grandi spazi" culturali, non ad annullarne l'autonomia: ridurre il globo a un polo è annullarlo in quanto tale.
O il nuovo diritto sarà autenticamente federativo o diventerà inevitabilmente quello scenario apocalittico che alcuni grandi realisti avevano disegnato qualche decennio fa: una sola grande potenza, un solo Stato mondiale (che oggi sarebbe quella super-società, di cui abbiamo parlato) immerso in miriadi di conflitti locali, naturale humus di terrorismo disperato e globale.
Un pensiero federativo capace di misurarsi con il processo di globalizzazione in tutti i suoi aspetti: questo a me pare il compito teorico e politico più alto ed urgente. Non un vago dover-essere, ma quel dover-essere che vive e si agita nei movimenti reali. La stessa esigenza di giustizia non è un sogno, come predicano i "realisti", ma un dato della realtà storica che viviamo; e non riconoscerlo è perfetto irrealismo, è un errore politico. Ridurre tutto, come si sta facendo, al di là delle chiacchiere di prammatica, a scontro tra volontà di potenza, a rapporti di forza, è un errore politico che pagheremo caro.

 

 

Massimo Cacciari

 

(CorrierEconomia del 15/10/2001)

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