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[Da
"La rivista del manifesto" n. 36, del febbraio 2003. Luigi
Ferrajoli, illustre giurista, e' nato a Firenze nel 1940, gia' magistrato
tra il 1967 e il 1975, dal 1970 docente universitario.Opere di Luigi
Ferrajoli: tra i lavori recenti segnaliamo particolarmente lamonumentale
monografia Diritto e ragione, Laterza 1989, giunta alla terzaedizione; il
saggio La sovranita' nel mondo moderno, Laterza 1997; e La
cultura giuridica nell'Italia del Novecento, Laterza 1999]
Che
cosa significa "stare con l'Onu"
C'e' un equivoco che sta deformando il dibattito sulla guerra e che
e'stato riproposto dall'ambiguo discorso di fine d'anno del presidente
Ciampi: l'idea che la scelta di stare dalla parte delle Nazioni Unite
comporterebbe, in base alla seconda parte dell'articolo 11 della
Costituzione italiana, che nella sua prima parte "ripudia la
guerra", il dovere di aderire alla guerra contro l'Iraq qualora
il Consiglio di sicurezza, a seguito delle ispezioni ordinate con
la risoluzione 1441, l'autorizzasse con una nuova, esplicita risoluzione.
Dietro questo equivoco c'e' una grossolana confusione: tra l'Onu, ossia
l'ordinamento istituito con la Carta delle Nazioni Unite, e il Consiglio
di sicurezza, qualunque cosa decida, quasi fosse un sovrano legibus
solutus e non un organo dell'Onu sottoposto alla sua Carta statutaria.
Se dissipiamo questo equivoco, e riconosciamo che l'Onu, come e' ovvio,
e' l'ordinamento delle Nazioni Unite disciplinato dalla sua Carta
istitutiva, diventa chiaro che la guerra annunciata contro l'Iraq, autorizzata
o meno da una seconda risoluzione, sarebbe comunque, sulla base di quella
Carta, un illecito internazionale; che la sua autorizzazione avrebbe il
solo effetto di coinvolgere il Consiglio di sicurezza nella
violazione e, forse, nella dissoluzione del suo stesso ordinamento;
che dunque "stare con l'Onu", come ripetono di volere molti
esponenti dell'Ulivo, vuol dire non gia' aderire, bensi' condannare
comunque la guerra, perche' vistosamente in contrasto con
l'ordinamento dell'Onu medesima.
Ho gia' argomentato lungamente questa tesi sul numero di dicembre di questa
rivista (1). Qui mi limitero' ad insistere sulle due principali ragioni
che rendono comunque illecita una guerra contro l'Iraq.
Manca, innanzitutto, il presupposto previsto dalla Carta dell'Onu per
un uso della forza diretto a mantenere o a ristabilire la pace. Questo
presupposto, dice l'art. 39, e' l'esistenza di una minaccia alla pace o di
una violazione della pace o di un'aggressione in atto.
Ora, la sola minaccia alla pace che esiste attualmente e che meriterebbe
di essere severamente censurata dal Consiglio e' quella posta in atto
dagli Stati Uniti, che da mesi minacciano la guerra e perfino l'uso
dell'atomica, bombardano quotidianamente le zone irachene di "non
volo" e stanno percio' violando sistematicamente il comma 4 dell'art.
2 della Carta, che vieta ai paesi membri sia "l'uso" che
"la minaccia" dell'uso della forza.
Quanto all'Iraq, per quanto ripugnante sia il regime di Saddam, un
intervento armato diretto a disarmarlo o a rovesciarlo non sarebbe
legittimo neppure nell'ipotesi che le ispezioni ordinate dal Consiglio
di sicurezza accertassero o comunque non escludessero il possesso di
armi di distruzione di massa. Armi simili, chimiche e nucleari, sono
detenute da mezzo mondo, dalla Corea del Nord all'India e al Pakistan,
per non parlare degli Stati Uniti, della Russia, della Cina e di
Israele, senza che questo sia mai stato considerato una minaccia alla
pace sufficiente a giustificare una "difesa preventiva".
Al contrario, proprio la guerra di difesa preventiva, invocata da Bush,
e' stata ripetutamente dichiarata
contraria all'ordinamento delle Nazioni Unite sia dalla Corte
internazionale di giustizia che dallo stesso Consiglio di sicurezza.
Ricordero' solo, perche' riguarda proprio l'Iraq di Saddam, la risoluzione
di condanna adottata dal Consiglio il 19 giugno 1981 con il voto favorevole
anche degli Stati Uniti contro neppure una guerra, ma un singolo
attacco militare israeliano al reattore atomico Osiraq, nei pressi di
Bagdad, che Israele aveva giustificato con la "necessita' di
difendersi dalla costruzione di una bomba atomica in Iraq" (2).
C'e' poi un secondo e non meno grave aspetto di illegittimita' di
un'eventuale guerra, pur avallata dal Consiglio di sicurezza.
Cio' che l'Onu puo' deliberare non e' certo una guerra ma solo, quale
estrema misura diretta a "mantenere o ristabilire la
pace", l'uso della forza in "un'azione coercitiva
internazionale" che deve essere svolta "alle dipendenze"
del Consiglio di sicurezza (art. 47 comma terzo) e comunque, ove
siano utilizzate forze diverse da quelle di cui parla il Capitolo
VII, "sotto la sua direzione" (art. 53, comma primo). E'
chiaro che tra la guerra e questo uso della forza c'e' una differenza
radicale, che non riguarda solo le forme, che pure in una materia come
questa sono essenziali, ma la sostanza.
La guerra e' per natura un uso della forza smisurato e incontrollato,
diretto all'annientamento dell'avversario e destinato inevitabilmente
a colpire anche le popolazioni civili.
L'impiego legittimo della forza e' invece solo quello strettamente
necessario per mantenere la pace e la sicurezza internazionale e
proprio per questo posto sotto la costante direzione del Consiglio
di sicurezza.
La differenza tra le due cose - che non puo' certo essere occultata
con un gioco di parole, chiamando "azione coercitiva"
o "di polizia" quella che ha tutte le caratteristiche della
guerra - risiede poi in altre due circostanze, assicurate dall'uso
legittimo della forza e non invece dalla guerra: che l'intervento non
serva interessi di parte e che sia garantita l'incolumita' degli
innocenti. Che e' la stessa differenza che corre tra pena e vendetta,
tra diritto e ragion fattasi: l'uno e' la negazione dell'altra, e
per negazione dell'altra si definisce.
*
Giusto massacro?
Quanti oggi rifiutano il pacifismo cosiddetto "assoluto" come
"utopistico",
o "ideologico", o "idealistico" oppure
pregiudizialmente "anti-americano",
evocando magari la giusta guerra combattuta contro Hitler, dimenticano
dunque che proprio all'indomani di quella catastrofe mondiale, per
scongiurare altre future catastrofi, l'idea stessa della "guerra
giusta" fu
archiviata dalla Carta dell'Onu.
Innanzitutto perche' la Carta, regolando l'uso legittimo della forza nei
rapporti tra Stati, ha posto fine all'anarchia internazionale generata
dallo jus ad bellum di tutti contro tutti e ha trasformato in ordinamento
giuridico, incompatibile con la guerra, il vecchio sistema puramente
pattizio delle relazioni tra Stati: la guerra e' da allora illecita
come
lo e', all'interno degli ordinamenti degli Stati, la vendetta o la ragion
fattasi.
In secondo luogo perche' si e' compreso che la guerra moderna ha cambiato
natura ed e' stata percio' riconosciuta, dai padri costituenti
delle
Nazioni Unite, come un male assoluto: ingiustificabile perche' rispetto
ad essa tutte le vecchie cause di giustificazione e i vecchi limiti
giusnaturalistici della guerra giusta sono divenuti
incongruenti,
essendo stati travolti tutti i limiti naturali alle sue ormai
illimitate
capacita' distruttive.
La tragica conferma di questa incongruenza tra le illimitate capacita'
distruttive del mezzo della guerra e qualunque fine invocato come sua
giusta causa e' stata offerta proprio dagli effetti provocati dalle
nuove
guerre di questi anni, opposti alle "giuste" finalita'
dichiarate a suo
sostegno nell'odierna riesumazione imperiale della dottrina medioevale
della "guerra giusta": la tutela dei diritti umani nel Kosovo
e la lotta al
terrorismo in Afghanistan.
La cosiddetta "guerra umanitaria" della Nato alla Federazione
jugoslava in
difesa dei diritti umani non solo ha cagionato migliaia di vittime
innocenti e la distruzione dell'intera infrastruttura economica
della
Serbia e del Kosovo, ma favori', all'indomani del suo inizio, le vendette
di
Milosevic contro le popolazioni kosovare e le loro espulsioni in massa.
"Guerra a tutela dei diritti", d'altro canto, e' una clamorosa
contraddizione in termini, dato che i diritti si garantiscono con il
diritto - con i tribunali e con l'accertamento e la sanzione delle
responsabilita' - e non certo con quella massima e massiccia
violazione
del diritto e dei diritti, primo tra tutti il diritto alla vita, che
e' la
guerra.
Quanto al terrorismo, esso non e' stato affatto debellato dalla guerra
in
Afghanistan, nella quale sono state uccise migliaia di persone
innocenti
ma sono sopravvissuti sia Osama bin Laden che il mullah Omar. Ne e' prova
il
fatto che lo si continua a invocare come giustificazione di una nuova
guerra, che non si capisce perche' dovrebbe riuscire a raggiungere
l'obiettivo fallito dalla prima. Al contrario, la guerra al terrorismo ha
finito con l'omologarsi, quale violenza sregolata e rivolta contro
vittime
innocenti, al terrorismo medesimo, e cosi' per rompere
l'asimmetria tra
violenza privata e risposta istituzionale - consistente nelle indagini
di
polizia e nella cattura dei colpevoli, e non in bombardamenti
indiscriminati -, che e' il vero segreto della forza simbolica,
delegittimante e depotenziante, propria del diritto.
Tutte le nuove guerre, insomma, sono consistite nella punizione, per
una
sorta di "responsabilita' collettiva", di persone innocenti.
E hanno
quindi violato - in maniera tanto piu' ripugnante, perche' accreditate
come
guerre "a zero morti", per i soli aggressori, ovviamente - i
due principi
fondamentali dell'etica moderna: quello kantiano secondo cui nessuna
persona puo' essere usata come mezzo per fini non suoi e quello,
proprio
dell'etica della responsabilita', della congruenza dei mezzi
impiegati ai
fini dichiarati. Chiamare simili imprese "guerra giusta" o
"guerra etica"
o "guerra umanitaria" o "guerra legittima" o
"guerra preventiva" equivale
a parlare, come abbiamo scritto nell'appello contro la guerra del
Tribunale permanente dei popoli, di "giusto massacro", o di
"legittima
strage degli innocenti", o di "carneficina etica o
umanitaria" o di
"massacro preventivo".
*
Politica imperiale e razzismo
Se le finalita' dichiarate con cui in questi anni si e' tentato sempre
piu'
apertamente di riabilitare la guerra come mezzo di soluzione dei
problemi e
delle controversie internazionali non sono state raggiunte - ne' era
possibile che lo fossero, ne' comunque sono moralmente sostenibili -,
quali
sono gli effetti che concretamente esse sono in grado di produrre?
L'effetto piu' grave, al di la' delle vittime e delle devastazioni, e'
il
crollo del diritto internazionale. Se e' vero che il diritto e' la
negazione della guerra, e' anche vero il contrario: la guerra e' la
negazione del diritto e la sua rilegittimazione equivale alla
delegittimazione dell'intero edificio eretto con l'istituzione dell'Onu
e
alla regressione allo stato selvaggio delle relazioni internazionali.
Sarebbe questo il risultato di un'eventuale guerra contro l'Iraq, la quale
non potrebbe neanche accampare taluna delle pur infondate
giustificazioni
invocate per le altre guerre del passato decennio. Le sole ragioni di
questa guerra, cosi' palesemente illecita, ingiustificata e
ingiustificabile, si rivelerebbero percio' le ragioni della forza:
come ha
detto Raniero La Valle nella sua relazione al Tribunale, il suo scopo
principale sarebbe la legittimazione di se medesima e si identificherebbe
quindi con il mezzo (3). Per questo un simile strappo alla legalita',
cosi'
sprezzantemente voluto e perfino ostentato, sarebbe, tanto piu' se
avallato dal Consiglio di sicurezza, il segno della volonta' di
instaurare un nuovo ordine internazionale, modellato sul dominio
dell'Occidente, di fatto degli Stati Uniti e basato, appunto, sulla guerra.
Dobbiamo allora domandarci in che cosa consisterebbe questo "nuovo
ordine
internazionale", alternativo a quello disegnato dalla Carta dell'Onu
e
difeso con la guerra. Non dobbiamo fare sforzi di fantasia. Si tratterebbe
della legittimazione, oltre che della guerra e della legge del piu' forte,
dell'assetto attuale del mondo, segnato da una disuguaglianza senza
precedenti, che si manifesta nei milioni di morti ogni anno per fame,
per
mancanza di acqua e di farmaci essenziali. Con una decisiva
differenza: il
crollo della credibilita', agli occhi del resto del mondo, di tutti i
valori
dell'Occidente - la democrazia, lo Stato di diritto, la legalita',
l'uguaglianza, la dignita' delle persone, i diritti umani che sono tali,
e
non privilegi, solo se di tutti - e percio' l'esplicitazione, senza piu'
veli ideologici, del latente razzismo espresso dalle nostre politiche, o
meglio dall'assenza di qualunque politica, che non sia quella delle
armi,
idonea a fronteggiare i grandi problemi del pianeta.
E' questo latente razzismo, piu' ancora dell'oggettiva ingiustizia e
disuguaglianza, che sta provocando in tutto il mondo una crescita
dell'odio
e dello spirito di rivolta nei confronti dell'Occidente e sta minando le
basi delle nostre stesse democrazie.
Il razzismo, scrisse Michel Foucault ventisette anni fa, consiste
precisamente nell'"introdurre una separazione, quella tra cio'
che deve
vivere e cio' che deve morire": esso e' "la condizione d'accettabilita'
della messa a morte..., la condizione in base alla quale si puo'
esercitare
il diritto di uccidere" (4).
E' la condizione, appunto, che ci consente di tollerare e perfino di
applaudire le odierne guerre dal cielo "senza perdite di vite
umane" dalla
nostra parte e con migliaia di vittime innocenti - evidentemente
avvertite come "inferiori" a noi - nei paesi bombardati. E'
lo stesso
tacito razzismo, che ha reso possibile, negli Stati Uniti,
l'approvazione
delle cosiddette "leggi patriottiche", che hanno istituito
tribunali
militari speciali, arresti di polizia e processi sommari in segreto
per i
soli non-cittadini degli Stati Uniti; che rende accettabili le attuali
politiche contro l'immigrazione, incluso il dramma di migliaia di
persone respinte ogni anno alle nostre frontiere e di decine di altre
che
muoiono ogni anno affogate prima di approdare sul nostro territorio;
che infine permette all'opinione pubblica dei nostri ricchi e
spensierati
paesi di sopportare o almeno di rimuovere la morte per fame o mancanza
di
cure di milioni di esseri umani ogni anno.
Solo il razzismo, cioe' il senso di una radicale asimmetria tra
"noi" e
"loro", consente di promuovere e di praticare queste politiche
di morte.
E il rapporto tra politiche di morte e razzismo e' un circolo vizioso:
le une sono legittimate e assecondate dall'altro. Le nostre leggi,
con
cui migliaia di immigrati ogni anno vengono espulsi o respinti alle
nostre
frontiere, non diversamente dalle nuove guerre e dalle gabbie di
Guantanamo, vengono decise per soddisfare le pulsioni razziste e le
richieste di vendetta indiscriminata dell'opinione pubblica (e
dell'elettorato) occidentale, che da quelle politiche, a loro
volta,
vengono legittimate, alimentate e rafforzate. Il razzismo, del resto,
e'
sempre stato l'effetto piu' che la causa delle discriminazioni e delle
oppressioni. Fu necessario il razzismo per rendere tollerabili la
conquista
del nuovo mondo, le colonizzazioni e la schiavitu'. E' necessario il
razzismo per rendere oggi accettabile, al di la' degli incredibili
argomenti della propaganda, il progetto di bombardare un paese con una
guerra di aggressione, che provochera' migliaia di morti a beneficio di
una
lobby di petrolieri.
C'e' poi un altro effetto che sarebbe provocato dalla guerra e che in
parte
e' gia' stato prodotto dalle guerre passate e dal clima di guerra in cui
stiamo vivendo: la crisi della democrazia. In primo luogo la crisi delle
liberta' e l'involuzione poliziesca della democrazia all'interno dei
nostri
stessi paesi.
Ho gia' detto delle "leggi patriottiche" fatte votare da Bush
negli Stati
Uniti. Ma si pensi anche al decreto anti-terrorismo inglese, che di
fatto
sopprime l'habeas corpus per i sospetti di terrorismo; o al nostro
Decreto
legge n. 374 del 2001, che estende in maniera indeterminata i presupposti
delle intercettazioni telefoniche "preventive" e consente
"attivita'
sotto copertura" affidate ad agenti provocatori; o alla crescita
della
paura, delle politiche di esclusione e del clima di intimidazione che,
soprattutto negli Stati Uniti (5), si e' sviluppata in nome dell'emergenza
nei confronti del dissenso.
In secondo luogo sta producendosi una crisi del paradigma dello Stato di
diritto e della democrazia sul piano internazionale: crisi dello Stato di
diritto, ossia della soggezione del potere al diritto, dato che il nuovo
ordine prefigurato dal documento strategico statunitense del 17 settembre
2002 reintroduce il potere sovrano di far guerra quale potere assoluto,
senza limiti e controlli, affidato al governo americano e per esso al
suo
presidente, investito cosi' del potere di vita e di morte; crisi della
democrazia perche' tutta la popolazione del pianeta risulterebbe soggetta
a
questo nuovo sovrano assoluto, eletto soltanto dal popolo del suo paese e
per di piu', come sappiamo, da una minoranza di questo stesso popolo.
Avremmo insomma un ordine mondiale fondato soltanto sulla forza e sul
progressivo discredito e svuotamento dei nostri stessi principi di
legalita'
e di democrazia. Il terrorismo avrebbe vinto davvero: giacche' la guerra,
promossa contro il terrorismo allo scopo, come dice il documento Bush del
17
settembre, di difendere contro il "male" i valori occidentali
della
liberta' e della democrazia, avrebbe avuto l'effetto di affossarli.
*
L'illusione irrealistica di un governo del mondo attraverso la guerra
La domanda che allora dobbiamo porci e' se sia realistica, ancor prima
che
accettabile giuridicamente e moralmente, l'idea che il mondo, con
simili
ingiustizie e disuguaglianze, possa essere governato con la guerra; se
sia
verosimile o non sia invece illusoria, almeno nei tempi lunghi, la
prospettiva di un ordine internazionale - inteso con "ordine"
un
qualsiasi assetto del mondo che in un modo o in un altro garantisca la
convivenza pacifica - basato sulla divisione tra paesi ricchi e
paesi
poveri, sempre piu' privo di legittimazione e capace soltanto di
politiche di guerra e di mortificazioni razziste della dignita' e
dell'identita' di interi popoli e culture.
Io credo che non ci sia nulla di piu' irrealistico di una simile
prospettiva. E' la stessa Dichiarazione dei diritti del '48 che lo
afferma,
istituendo un nesso razionale e insieme realistico tra pace e sicurezza
da
un lato e diritti umani dall'altro: "e' indispensabile che i diritti
dell'uomo siano protetti da norme giuridiche", essa dice, "se si
vuole
evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza,
alla
ribellione contro la tirannia e l'oppressione". Per questo sarebbe
un
segno di realismo politico se le grandi potenze per prime, a cominciare
dagli Stati Uniti, si facessero carico, onde salvaguardare la loro
stessa
sicurezza, di quella che Juergen Habermas ha chiamato "una politica
interna
del mondo" (6).
Una guerra infinita, infatti, equivale certamente all'affermazione
della
legge del piu' forte. Ma e' altrettanto certo che essa non giova, nei
tempi
lunghi, neppure al piu' forte, risolvendosi in un aumento dell'odio
nei
suoi confronti e in una generale insicurezza e precarieta': giacche'
sempre "il piu' debole", come scrisse Thomas Hobbes, "ha
forza sufficiente
per uccidere il piu' forte o con una macchinazione segreta o alleandosi
con altri" (7).
E un qualche grado di consenso e di legittimazione politica e morale,
in
un mondo in cui economia e comunicazioni sono globalizzate, e'
indispensabile a qualunque funzione di governo.
Purtroppo cio' che sta accadendo non consente nessun ottimismo. Ma occorre
quanto meno evitare la fallacia naturalistica nella quale incorre buona
parte della filosofia politica e giuridica "realistica". Non e'
affatto vero
che la guerra sia inevitabile, connaturata, come leggiamo quotidianamente
sui giornali, alle relazioni internazionali o addirittura alla natura
umana, e che la pace sia impossibile. E non c'e' nulla di naturale, ne' di
necessario, ne' percio' di inevitabile nella deriva in atto dei
processi
di globalizzazione. Questa deriva e' al contrario il frutto di scelte
politiche; cosi' come sarebbe il frutto di scelte politiche e di
progettazioni istituzionali l'adozione, nel diritto internazionale e
in
quello interno, di tecniche di garanzia idonee a contrastarli. E'
sempre
stato cosi', nella storia delle istituzioni. Non confondiamo quindi
problemi teorici con problemi politici. Non presentiamo come
utopistico o irrealistico, occultando le responsabilita'
della
politica, cio' che semplicemente non si vuole fare perche' contrasta
con
gli interessi dominanti, oltre tutto di cortissimo respiro, e che solo
per
questo e' inverosimile che si faccia. Giacche' questo tipo di miopia
realistica finisce per legittimare e assecondare come inevitabile
cio'
che resta comunque opera degli uomini, e di cui portano la
responsabilita' i massimi poteri politici dei nostri paesi.
Se questo e' vero, dobbiamo leggere nella crisi in atto del diritto
internazionale una sfida nei confronti della ragione giuridica e della
ragione politica. Non possiamo, infatti, permetterci il lusso di essere
pessimisti e di dichiarare la bancarotta del diritto internazionale.
Giacche' il diritto internazionale - l'Onu - continua comunque ad essere
la
sola alternativa razionale a un futuro di guerre, di terrorismi, di
violazioni massicce dei diritti umani.
E dobbiamo percio' continuare a leggere e a denunciare la divaricazione
sia
pure crescente tra il dover essere dei principi costituzionali e
internazionali e la realta' di quanto accade non gia' come smentita o
falsificazione, bensi' come violazione illecita del primo da parte della
seconda; non come un segno dell'inattualita' o peggio dell'utopismo
delle
promesse costituzionali, bensi' come un cedimento allarmante alle
vocazioni eversive e alle tentazioni assolutistiche dei poteri forti.
Per questo l'idea, troppo spesso avallata dalle filosofie politiche
realistiche, che la crisi e' priva di alternative e la guerra fara' sempre
parte della vita umana equivarrebbe a un'abdicazione della ragione. E
varrebbe di fatto a confortare, se non a legittimare, i processi di
dissoluzione in atto cosi' del diritto come della ragione. Equivarrebbe,
come ho gia' detto, a una fallacia naturalistica e deterministica,
cioe'
alla confusione tra cio' che accade e cio' che non puo' non accadere e
alla
derivazione di questo da quello.
Dobbiamo invece essere consapevoli che nonostante (e comunque dopo) le
cadute e i fallimenti e' sempre possibile un corso diverso della
storia;
e che questo corso diverso dipendera' - come sempre, del resto - dal
ruolo
che saranno in grado di svolgere il diritto e la politica. Ai quali si
richiede, essenzialmente, la costruzione di una sfera pubblica
internazionale, dotata, ben piu' che di istituzioni di governo, di
istituzioni di garanzia dei diritti e della pace, all'altezza dei
grandi
e drammatici problemi del pianeta (8).
*
L'alternativa della pace
In questa prospettiva non e' ingenuo tornare a riproporre, proprio di
fronte alla gravita' della crisi, la necessita' di dare attuazione alla
principale garanzia della pace prevista dalla Carta dell'Onu:
l'istituzione
della forza di polizia internazionale sotto la "direzione
strategica" del
"Comitato di stato maggiore" previsto dall'art. 47 della
Carta, in
vista - dobbiamo aggiungere - della graduale formazione di un monopolio
giuridico della forza in capo alle Nazioni Unite.
Certamente, se le norme del capitolo VII della Carta dell'Onu fossero
state
attuate, non avremmo avuto le nuove guerre dello scorso decennio ne' si
profilerebbe la nuova terribile guerra contro l'Iraq; e le crisi
internazionali che con quelle guerre sono state affrontate sarebbero
state risolte con ben maggiore efficacia ed autorevolezza e senza i
tragici
costi e i disastrosi effetti che stiamo registrando.
A garanzia della pace, inoltre, dovrebbe essere ripreso il processo di
progressivo disarmo, interrottosi nei primi anni novanta, attraverso
rigide convenzioni internazionali sul divieto della produzione, del
commercio e della detenzione di armi. Le armi, essendo destinate
comunque
ad uccidere, dovrebbero finalmente essere considerate quali beni
illeciti, ben piu' delle sostanze stupefacenti, e come tali
messe al
bando della convivenza civile. E' infatti evidente che la loro
sconfinata
disponibilita' e' la causa prima delle guerre, oltre che del terrorismo e
della criminalita'.
Si dovrebbe poi far entrare rapidamente in funzione la Corte penale
internazionale per i crimini contro l'umanita', il cui statuto, essendo
state raggiunte le sessanta ratifiche richieste, e' in vigore fin dallo
scorso luglio. E occorrerebbe pervenire quanto prima a renderne
operativa
la competenza anche in ordine al crimine, previsto dalla lettera d)
dell'art. 2 del suo statuto, della "guerra di aggressione",
formulandone una
definizione rigorosa idonea a distinguerla chiaramente dalla
"legittima
difesa", oggi assurdamente invocata anche a titolo preventivo. E'
poi
evidente che dipenderanno dai finanziamenti degli Stati che l'hanno
ratificata, a cominciare da quelli europei, e dal sostegno dell'opinione
pubblica internazionale la sua indipendenza, la sua efficienza, la sua
credibilita' e anche la sua futura accettazione da parte delle potenze
che fino ad oggi, temendo di vedere incriminati loro cittadini
o
governanti, si sono rifiutati di approvarla: come gli Stati Uniti, la
Cina
e Israele.
C'e' poi un altro ordine di problemi, ancor piu' gravi e difficili, che
dovrebbero essere affrontati se si vuole costruire la pace: i problemi
dell'alimentazione di base, dell'acqua e dell'accesso ai farmaci
essenziali,
che non e' sufficiente trattare con le politiche degli aiuti e che occorre
invece impostare sulla base della garanzia dei diritti. E questo
richiederebbe la creazione, a livello internazionale, di molte altre
istituzioni di garanzia, in aggiunta alla forza di polizia dell'Onu e alla
Corte penale internazionale.
Andrebbero, infatti, organizzate, di fronte ai giganteschi problemi
sociali della fame e della miseria generati da una globalizzazione
senza regole, istituzioni deputate alla soddisfazione dei diritti
sociali sanciti dai Patti del 1966.
Talune di queste istituzioni, come la Fao e l'Organizzazione mondiale
della sanita', esistono da tempo, e si tratterebbe di dotarle dei
mezzi e
dei poteri necessari alle loro funzioni di erogazione delle prestazioni
alimentari e sanitarie. Altre - in materia di tutela dell'ambiente,
di
garanzia dell'istruzione, dell'abitazione e di altri diritti vitali
-
dovrebbero invece essere istituite.
A tale scopo, e in generale ai fini della costruzione di una sfera
pubblica
internazionale, un'innovazione decisiva sarebbe infine l'introduzione
di
una fiscalita' mondiale, cioe' di un potere sovrastatale di tassazione
volto a reperire le risorse necessarie a finanziare le istituzioni di
garanzia: che e'' il presupposto indispensabile di ogni politica
internazionale redistributiva, fondata sui diritti anziche' sugli aiuti.
E'
in questa direzione che si orienta la proposta della Tobin tax sulle
transazioni internazionali, fatta propria dai movimenti "no-global".
Ma non meno giustificata, sulla base di principi elementari di
diritto
privato, sarebbe l'imposizione di un risarcimento, o meglio di un
adeguato corrispettivo per l'indebito arricchimento proveniente
alle
imprese dei paesi piu' ricchi dall'uso e dallo sfruttamento, quando
non
dal danneggiamento, dei cosiddetti beni comuni dell'umanita': come le
orbite satellitari, le bande dell'etere e le risorse minerarie dei
fondi
oceanici, attualmente utilizzate a titolo gratuito come se fossero
res
nullius anziche', secondo quanto stabilito dalle convenzioni
internazionali sul mare e sugli spazi extra-atmosferici, "patrimonio
comune dell'umanita'" (9).
Ovviamente non possiamo fare previsioni. Ne' d'altra parte hanno rilevanza
e
neppure interesse il nostro personale pessimismo o ottimismo. Cio'
che e'
certo e' che non ha senso la tesi sedicente "realistica",
secondo cui
l'odierna crisi dell'Onu sta dimostrando che il suo disegno
universalistico e' un'utopia ed e' comunque fallito a causa della
sua
impotenza, per carenza di mezzi e di poteri.
L'Onu non e' un'istituzione extra-terrestre. La sua attuale impotenza,
cosi' come il suo futuro e con esso il futuro della pace e dei diritti
umani, non dipendono dalla sua natura, ma unicamente dalla
volonta'
delle grandi potenze dell'Occidente, a cominciare dagli Stati
Uniti, e
dalla loro indisponibilita' a rinunciare al loro ruolo incontrastato
di
dominio militare, economico e politico e ad assoggettarsi anch'esse
al
diritto internazionale.
Sarebbe nell'interesse di tutti - non solo del Sud del mondo ma
anche
dell'Occidente - riabilitare l'Onu e rafforzarne le funzioni di
garanzia della pace e dei diritti: se non per ragioni morali o
giuridiche,
a tutela della nostra stessa sicurezza e della sopravvivenza delle nostre
stesse democrazie. Per non dover tornare a riscoprire i nessi
indissolubili
tra diritto e pace e tra diritto e ragione, all'indomani di nuove
catastrofi provocate dalla nuova guerra infinita.
*
Note
Questo testo riprende in gran parte la relazione alla XXXI sessione del
Tribunale permanente dei popoli, svoltasi a Roma nei giorni 14-16 dicembre
2002 su "Il diritto internazionale e le nuove guerre", i cui
atti saranno
presto pubblicati presso gli Editori Riuniti.
1. Neanche l'Onu puo', in "La rivista del manifesto", n. 34,
dicembre 2002,
pp. 20-25.
2. Si veda, su questo caso e in generale sull'inammissibilita' della
guerra
preventiva, A. Di Blase, Guerra al terrorismo e guerra preventiva nel
diritto internazionale, relazione alla sessione sopra citata del
Tribunale
permanente dei popoli.
3. R. La Valle, Gli anni Novanta: la restaurazione di fine secolo,
relazione alla sessione sopra citata del Tribunale permanente dei popoli.
4. M. Foucault, Corso del 17 marzo 1976, in Il faut defendre la societe'
(1997), tr. it. a cura di M. Bertani e A. Fontana, Bisogna difendere la
societa', Feltrinelli, Milano 1998, pp. 220-221.
5. R. Falk, Che cosa e' cambiato negli Usa dopo l'11 settembre, relazione
alla sessione sopra citata del Tribunale permanente dei popoli.
6. "Con la fine dell'equilibrio del terrore", ha scritto
Habermas,
"sembra che sul piano della politica internazionale della
sicurezza e dei
diritti umani si sia dischiusa - nonostante tutti i contraccolpi - una
prospettiva per cio' che C. F. von Weizsaecker ha definito 'politica
interna del mondo' [Weltinnenpolitik]" (Die Einbeziehung des
Anderen
(1996), tr. it. di L. Ceppa, L'inclusione dell'altro. Studi di teoria
politica, Feltrinelli, Milano 1998, p. 139. L'espressione e' ripresa in J.
Habermas, Die postnationale Konstellation (1998), tr. it. di L. Ceppa, La
costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia,
Feltrinelli, Milano 1999, pp. 26 e 90-101. Si veda inoltre L. Bonanate,
2001: la politica interna del mondo, in "Teoria politica",
XVII, 2001, n.1,
pp. 20-21.
7. T. Hobbes, Leviatano, con testo inglese del 1651 a fronte, tr. it. a
cura
di R. Santi, Bompiani, Milano 2001, cap. XIII, 1, p. 203.
8. Rinvio al mio Per una sfera pubblica del mondo, in "Teoria
politica",
XVII, 2001, n. 3, pp. 3-21.
9. L'art.1 del Trattato sugli spazi extra-atmosferici del 27.1.1967
qualifica tali spazi come "appannaggio dell'umanita' intera",
imponendone
l'"utilizzazione per il bene e nell'interesse di tutti i paesi,
quale che
sia lo stadio del loro sviluppo economico o scientifico".
Analogamente, gli
artt. 136-140 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare
del 10.12.1982 affermano che "l'Area (di alto mare) e le sue risorse
sono
patrimonio comune dell'umanita'", che "le attivita'
nell'Area sono
condotte a beneficio di tutta l'umanita', tenuto particolarmente conto
degli interessi e delle necessita' degli Stati in via di sviluppo"
e che va
"assicurata l'equa ripartizione dei vantaggi che ne derivano su
base non
discriminatoria". Su queste basi, e' stata proposta una tassazione
internazionale per lo sfruttamento delle risorse minerarie dei fondi
oceanici (cfr. D. E. Marko, A. Kinder, Gentler Moon Treaty: a Critical
Review of the Treaty and proposed Alternative, in "Journal of
Natural
Resources and Environmental Law", 1992), nonche' per l'uso delle
orbite
satellitari intorno alla terra e delle bande dell'etere (cfr. G.
Franzoni,
Anche il cielo e' di Dio. Il credito dei poveri, Edup, Roma 2000, pp.
91-113).
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