LA GUERRA CONTRO IL DIRITTO, IL DIRITTO CONTRO LA GUERRA di Luigi Ferrajoli

 [Da "La rivista del manifesto" n. 36, del febbraio 2003. Luigi Ferrajoli, illustre giurista, e' nato a Firenze nel 1940, gia' magistrato tra il 1967 e il 1975, dal 1970 docente universitario.Opere di Luigi Ferrajoli: tra i lavori recenti segnaliamo particolarmente lamonumentale monografia Diritto e ragione, Laterza 1989, giunta alla terzaedizione; il saggio La sovranita' nel mondo moderno, Laterza 1997; e La
cultura giuridica nell'Italia del Novecento, Laterza 1999]

 

Che cosa significa "stare con l'Onu"
C'e' un equivoco che sta deformando il di­battito sulla guerra e che e'stato riproposto dal­l'ambiguo discorso di fine d'anno del presidente Ciampi: l'idea che la scelta di stare dalla parte delle Nazioni Unite comporterebbe, in base alla seconda parte dell'articolo 11 della Costituzione italiana, che nella sua prima parte "ripudia la guerra", il dovere di aderire alla guerra con­tro l'Iraq qualo­ra il Consiglio di si­cu­rezza, a seguito delle ispe­zioni or­dinate con la risoluzione 1441, l'auto­rizzasse con una nuova, espli­cita risolu­zio­ne. Dietro questo equivoco c'e' una grossolana confusione: tra l'O­nu, ossia l'ordinamento istituito con la Carta delle Nazioni Uni­te, e il Consiglio di sicurezza, qualunque cosa decida, quasi fosse un sovrano legibus solutus e non un organo dell'Onu sotto­posto alla sua Carta statutaria. Se dissipiamo questo equi­voco, e riconosciamo che l'Onu, come e' ovvio, e' l'or­dina­mento delle Na­zioni Unite disciplinato dalla sua Carta istitutiva, diventa chiaro che la guerra annunciata contro l'Iraq, autoriz­zata o meno da una seconda risoluzione, sarebbe comunque, sulla base di quel­la Carta, un illecito internazionale; che la sua autorizzazione avrebbe il solo effetto di coinvolgere il Consiglio di sicurezza nella
violazione e, forse, nella dissoluzio­ne del suo stesso or­di­na­mento; che dunque "stare con l'Onu", come ripetono di volere molti esponenti dell'Ulivo, vuol dire non gia' aderire, bensi' con­dannare comunque la guerra, perche' vistosa­mente in con­trasto con l'ordinamento dell'Onu medesima.
Ho gia' argomentato lungamente questa tesi sul numero di dicembre di que­sta rivista (1). Qui mi limitero' ad insistere sulle due principa­li ragioni che rendono comunque illecita una guerra contro l'Iraq. 
Manca, innanzitutto, il presupposto previsto dalla Carta del­l'O­nu per un uso della forza diretto a mantenere o a ristabilire la pa­ce. Questo presupposto, dice l'art. 39, e' l'esistenza di una minaccia alla pace o di una violazione della pa­ce o di un'aggressione in atto.
Ora, la sola minaccia alla pace che esiste attual­mente e che meriterebbe di essere severamente censurata dal Consiglio e' quella posta in atto dagli Stati Uni­ti, che da mesi minacciano la guerra e perfino l'uso dell'atomica, bombardano quotidianamente le zone irachene di "non volo" e stanno percio' violando sistematicamente il comma 4 dell'art. 2 della Carta, che vieta ai paesi mem­bri sia "l'uso" che "la minaccia" dell'uso della forza.
Quanto al­l'Iraq, per quanto ripugnante sia il regime di Saddam, un intervento armato di­retto a disarmarlo o a rovesciarlo non sarebbe legittimo nep­pure nell'i­potesi che le ispezioni ordinate dal Consiglio di sicurezza ac­certassero o co­munque non escludesse­ro il possesso di armi di distru­zione di massa. Armi simili, chimiche e nucleari, sono detenute da mezzo mondo, dalla Corea del Nord all'In­dia e al Pakistan, per non par­lare degli Stati Uniti, della Rus­sia, della Cina e di Israele, senza che que­sto sia mai stato consi­derato una minaccia alla pace sufficiente a giu­stifi­care una "difesa preven­tiva". Al contrario, proprio la guer­ra di difesa preventiva, in­vocata da Bush, e' stata ripetuta­mente di­chiarata
contraria al­l'ordinamento delle Nazioni Unite sia dal­la Corte internazionale di giustizia che dallo stes­so Con­siglio di sicurezza.
Ricordero' solo, perche' riguarda pro­prio l'Iraq di Sad­dam, la riso­luzione di con­danna adotta­ta dal Consiglio il 19 giugno 1981 con il voto favo­revole anche degli Stati Uniti contro neppure una guer­ra, ma un sin­golo attacco mili­tare israeliano al reattore atomico Osiraq, nei pressi di Bagdad, che Israele aveva giustificato con la "neces­sita' di difendersi dalla costru­zione di una bomba atomi­ca in Iraq" (2).
C'e' poi un secondo e non meno grave aspetto di illegittimita' di un'eventuale guerra, pur avallata dal Consiglio di sicurezza.
Cio' che l'Onu puo' deliberare non e' certo una guerra ma solo, qua­le estrema misura di­retta a "mantene­re o ri­stabi­lire la pace", l'uso della forza in "un'azione coercitiva internazionale" che deve essere svolta "alle dipen­denze" del Consi­glio di sicu­rez­za (art. 47 com­ma terzo) e comunque, ove sia­no utiliz­zate forze di­verse da quel­le di cui parla il Capito­lo VII, "sotto la sua dire­zio­ne" (art. 53, com­ma primo). E' chiaro che tra la guerra e questo uso del­la forza c'e' una differenza radicale, che non ri­guarda solo le forme, che pure in una mate­ria come questa sono es­senziali, ma la so­stanza.
La guerra e' per natura un uso della forza smi­surato e incon­trol­lato, di­retto all'annientamento dell'avver­sario e desti­nato ine­vitabil­mente a colpire anche le popolazioni civi­li.
L'im­piego legittimo della forza e' invece solo quello stretta­mente neces­sa­rio per mantenere la pace e la sicurezza interna­zio­nale e pro­prio per que­sto posto sotto la co­stante dire­zione del Consi­glio di sicurezza.
La diffe­renza tra le due cose - che non puo' certo es­sere occultata con un gioco di paro­le, chia­mando "a­zione coer­ci­tiva" o "di polizia" quella che ha tutte le caratteristiche della guerra - risiede poi in altre due circostanze, assicurate dall'uso legittimo della forza e non invece dalla guer­ra: che l'intervento non serva interessi di parte e che sia ga­rantita l'incolumita' degli innocenti. Che e' la stessa dif­ferenza che cor­re tra pena e ven­detta, tra diritto e ragion fat­tasi: l'u­no e' la nega­zione del­l'altra, e per negazione del­l'altra si defi­nisce.
*
Giusto massacro?
Quanti oggi rifiutano il pacifismo cosiddetto "assoluto" come "utopistico",
o "ideologico", o "idea­listico" oppure pregiudizialmente "an­ti-americano",
evocando magari la giusta guerra combattuta contro Hitler, dimenticano
dun­que che proprio all'indomani di quella catastrofe mondia­le, per
scongiurare altre future catastrofi, l'idea stes­sa della "guerra giusta" fu
archiviata dalla Carta dell'Onu.
Innan­zitutto perche' la Carta, regolando l'uso legittimo della forza nei
rap­porti tra Stati, ha posto fine all'anarchia internazionale generata
dallo jus ad bellum di tutti contro tutti e ha trasformato in ordina­men­to
giu­ridico, in­com­patibile con la guerra, il vec­chio si­stema pura­men­te
patti­zio delle rela­zioni tra Stati: la guerra e' da al­lora illeci­ta come
lo e', all'interno degli ordinamenti degli Sta­ti, la ven­detta o la ra­gion
fattasi.
In secondo luogo perche' si e' compreso che la guerra moderna ha cambiato
natura ed e' stata per­cio' rico­nosciu­ta, dai padri costi­tuenti delle
Nazioni Unite, come un male asso­luto: ingiusti­fica­bile per­che' ri­spetto
ad essa tutte le vec­chie cause di giustificazione e i vecchi limiti
giusnatu­ra­li­stici del­la guerra giu­sta sono divenuti incongruenti,
essendo sta­ti tra­volti tutti i limi­ti natura­li alle sue ormai illimitate
capacita' distruttive.
La tragica conferma di questa incongruenza tra le illimitate capacita'
distruttive del mezzo della guerra e qualunque fine in­vocato come sua
giusta causa e' stata offerta proprio dagli effet­ti provocati dalle nuove
guerre di questi anni, opposti alle "giuste" finalita' dichiarate a suo
sostegno nell'odierna riesuma­zione imperiale della dottrina medioevale
della "guerra giusta": la tutela dei diritti umani nel Ko­sovo e la lotta al
terrori­smo in Af­ghani­stan.
La cosiddetta "guerra umanitaria" della Nato alla Federazio­ne jugoslava in
difesa dei diritti umani non solo ha cagionato mi­gliaia di vittime
inno­cen­ti e la distruzione dell'intera infra­struttura economica della
Serbia e del Kosovo, ma favori', all'indomani del suo inizio, le vendette di
Milosevic contro le popolazioni kosovare e le loro espulsioni in massa.
"Guerra a tutela dei diritti", d'altro canto, e' una clamorosa
contraddizione in termini, dato che i di­ritti si ga­ran­tiscono con il
diritto - con i tribunali e con l'accertamen­to e la san­zione delle
responsabi­lita' - e non certo con quella massima e massic­cia violazione
del diritto e dei di­ritti, primo tra tutti il di­ritto alla vita, che e' la
guerra.
Quanto al terrorismo, esso non e' stato af­fatto debellato dalla guerra in
Afghanistan, nella quale sono sta­te uccise mi­gliaia di persone innocenti
ma sono sopravvissuti sia Osama bin Laden che il mullah Omar. Ne e' prova il
fatto che lo si conti­nua a invocare come giustificazione di una nuova
guerra, che non si capisce per­che' dovrebbe riuscire a raggiungere
l'obiettivo fallito dalla prima. Al contrario, la guerra al terrorismo ha
finito con l'omo­logarsi, quale violenza sregolata e rivolta contro vittime
inno­centi, al terro­rismo mede­simo, e cosi' per rom­pere l'asimmetria tra
vio­lenza privata e ri­sposta istituzionale - consistente nelle inda­gini di
polizia e nella cattura dei col­pevoli, e non in bom­bardamenti
indiscriminati -, che e' il vero segreto della for­za simboli­ca,
delegittimante e depoten­ziante, propria del di­ritto.
Tutte le nuove guerre, insomma, sono consistite nella puni­zio­ne, per una
sorta di "responsabi­lita' col­lettiva", di persone inno­centi. E hanno
quindi violato - in maniera tanto piu' ripugnante, perche' accreditate come
guerre "a zero morti", per i soli aggres­sori, ovviamente - i due prin­cipi
fondamentali dell'etica moder­na: quello kantiano secon­do cui nes­suna
perso­na puo' es­se­re usata come mezzo per fini non suoi e quello, proprio
dell'etica del­la re­sponsabili­ta', della congruenza dei mezzi impiegati ai
fini di­chiarati. Chiamare simili imprese "guerra giusta" o "guerra eti­ca"
o "guerra umanitaria" o "guer­ra legit­tima" o "guerra preventiva" equivale
a par­la­re, come abbiamo scritto nell'appello contro la guerra del
Tribunale perma­nente dei popoli, di "giu­sto massacro", o di "legittima
strage degli innocenti", o di "carneficina eti­ca o umanitaria" o di
"massacro preventivo".
*
Politica imperiale e razzismo
Se le finalita' dichiara­te con cui in questi anni si e' tentato sempre piu'
apertamente di riabi­litare la guerra come mezzo di soluzione dei problemi e
del­le controversie internazio­nali non sono state raggiunte - ne' era
possibile che lo fossero, ne' comunque sono moralmente soste­nibili -, quali
sono gli effetti che concretamente esse sono in grado di produrre?
L'effetto piu' grave, al di la' delle vittime e delle devasta­zioni, e' il
crollo del diritto internazionale. Se e' vero che il diritto e' la
ne­ga­zione della guerra, e' anche vero il contrario: la guerra e' la
negazione del diritto e la sua rilegit­timazione equivale alla
dele­gittima­zione dell'intero edificio eretto con l'istituzione dell'Onu e
alla regressione allo stato selvaggio delle relazioni internazio­nali.
Sarebbe questo il risultato di un'eventuale guerra contro l'Iraq, la quale
non potrebbe neanche accampa­re taluna delle pur infondate giustificazioni
invocate per le altre guerre del pas­sato decennio. Le sole ragioni di
questa guerra, cosi' palese­mente illecita, in­giustificata e
ingiustificabile, si rivelerebbero per­cio' le ragioni del­la forza: come ha
detto Ra­niero La Valle nella sua relazione al Tribunale, il suo scopo
principale sarebbe la legittimazione di se medesima e si identi­ficherebbe
quindi con il mezzo (3). Per questo un simile strappo alla leg­alita', cosi'
sprezzante­mente vo­luto e perfino ostenta­to, sa­rebbe, tanto piu' se
avallato dal Con­si­glio di sicu­rezza, il segno della volonta' di
instaurare un nuo­vo ordine in­terna­zio­nale, model­lato sul dominio
dell'Occidente, di fatto degli Stati Uniti e basato, appunto, sulla guer­ra.
Dobbiamo allora domandarci in che cosa consisterebbe questo "nuovo ordine
internazionale", alternativo a quello disegnato dal­la Carta dell'Onu e
difeso con la guerra. Non dobbiamo fare sforzi di fantasia. Si tratterebbe
della legittimazione, oltre che della guerra e della legge del piu' forte,
dell'assetto attua­le del mon­do, segnato da una disuguaglianza senza
precedenti, che si mani­fe­sta nei milioni di morti ogni anno per fame, per
mancan­za di ac­qua e di farmaci essenziali. Con una decisiva differenza: il
crollo della credibilita', agli occhi del resto del mondo, di tutti i valori
dell'Occidente - la democrazia, lo Stato di dirit­to, la legalita',
l'uguaglianza, la dignita' delle persone, i di­ritti umani che sono tali, e
non privilegi, solo se di tutti - e percio' l'espli­citazione, senza piu'
veli ideolo­gici, del latente razzismo espresso dalle nostre politiche, o
meglio dall'assenza di qualunque politica, che non sia quella del­le armi,
idonea a fronteggiare i grandi problemi del pianeta.
E' questo latente razzismo, piu' ancora del­l'oggettiva ingiu­sti­zia e
disuguaglianza, che sta provocando in tutto il mondo una crescita dell'odio
e dello spirito di rivolta nei confronti del­l'Occidente e sta minando le
basi delle nostre stesse demo­crazie.
Il razzismo, scrisse Michel Foucault ventisette anni fa, consiste
preci­samente nell'"introdurre una se­parazione, quel­la tra cio' che deve
vivere e cio' che deve morire": esso e' "la condizione d'ac­cettabi­li­ta'
della messa a morte..., la condizione in base alla quale si puo' esercitare
il diritto di uccidere" (4).
E' la condizione, appun­to, che ci consente di tol­lera­re e perfino di
applau­dire le odierne guerre dal cielo "sen­za perdite di vite umane" dalla
no­stra parte e con migliaia di vit­ti­me inno­cen­ti ­­- evidente­mente
avvertite come "inferiori" a noi - nei paesi bom­bar­dati. E' lo stesso
tacito raz­zismo, che ha reso possibile, negli Stati Uni­ti, l'approvazione
delle cosiddette "leggi patriotti­che", che han­no istituito tribunali
militari speciali, arresti di poli­zia e processi somma­ri in segreto per i
soli non-cittadini degli Stati Uniti; che rende accettabili le attuali
politi­che con­tro l'immi­grazione, inclu­so il dramma di migliaia di
persone re­spinte ogni anno alle no­stre frontiere e di decine di altre che
muoiono ogni anno affo­gate prima di ap­pro­dare sul no­stro ter­rito­rio;
che infi­ne permette al­l'opinione pubblica dei nostri ricchi e spensierati
paesi di sopportare o al­meno di ri­muovere la morte per fame o mancanza di
cure di mi­lioni di esseri umani ogni anno.
Solo il razzi­smo, cioe' il senso di una radicale asimmetria tra "noi" e
"loro", consente di promuove­re e di prati­care que­ste po­litiche di morte.
E il rap­porto tra poli­tiche di morte e raz­zismo e' un cir­colo vi­zio­so:
le une sono legit­tima­te e assecon­date dall'altro. Le nostre leggi, con
cui migliaia di immi­grati ogni anno vengono espulsi o respin­ti alle nostre
fron­tiere, non diversamen­te dalle nuove guerre e dalle gabbie di
Guantanamo, vengono deci­se per soddisfa­re le pulsioni razziste e le
ri­chieste di vendet­ta indi­scriminata del­l'opinione pubblica (e
dell'eletto­rato) occi­denta­le, che da quel­le politiche, a loro volta,
vengono le­gitti­mate, alimentate e rafforzate. Il razzismo, del resto, e'
sempre stato l'effetto piu' che la causa delle di­scriminazioni e delle
oppressioni. Fu necessario il razzismo per rendere tollerabili la conquista
del nuovo mondo, le colonizza­zioni e la schiavitu'. E' necessario il
razzismo per rendere oggi ac­cettabile, al di la' degli incredibili
argomenti della propagan­da, il progetto di bombardare un paese con una
guerra di aggres­sione, che provochera' migliaia di morti a beneficio di una
lobby di petrolieri.
C'e' poi un altro effetto che sarebbe provocato dalla guer­ra e che in parte
e' gia' stato prodotto dalle guerre passate e dal cli­ma di guerra in cui
stiamo vivendo: la crisi della demo­crazia. In primo luogo la crisi delle
liberta' e l'involuzione poliziesca della democrazia all'interno dei nostri
stessi paesi.
Ho gia' det­to delle "leggi patriottiche" fatte votare da Bush negli Stati
Uni­ti. Ma si pensi anche al decreto anti-terrorismo ingle­se, che di fatto
sopprime l'habeas corpus per i sospetti di ter­rori­smo; o al nostro Decreto
legge n. 374 del 2001, che estende in maniera inde­terminata i pre­supposti
delle intercettazioni telefo­niche "pre­ventive" e consen­te "attivita'
sotto copertura" affidate ad agenti provocatori; o alla crescita della
paura, delle politi­che di esclusione e del clima di intimidazione che,
soprattutto negli Stati Uniti (5), si e' sviluppata in nome dell'emergenza
nei con­fronti del dissenso.
In secondo luogo sta producendosi una crisi del paradigma del­lo Stato di
diritto e della democrazia sul piano internazionale: crisi dello Stato di
diritto, ossia della soggezione del potere al diritto, dato che il nuovo
ordine prefigurato dal documento strategico statunitense del 17 settembre
2002 reintroduce il potere so­vrano di far guerra quale potere assoluto,
senza limiti e con­trolli, affidato al governo americano e per esso al suo
presiden­te, investito cosi' del potere di vita e di morte; crisi della
democrazia perche' tutta la popolazione del pianeta risulterebbe soggetta a
questo nuovo sovrano assoluto, eletto soltanto dal popolo del suo paese e
per di piu', come sappiamo, da una minoran­za di questo stesso popolo.
Avremmo insomma un ordine mondiale fondato soltanto sulla for­za e sul
progressivo discredito e svuotamento dei nostri stessi principi di legalita'
e di democrazia. Il terrorismo avrebbe vinto davvero: giacche' la guerra,
promossa contro il terrorismo allo scopo, come dice il documento Bush del 17
settembre, di difendere con­tro il "male" i valori occidentali della
liberta' e della demo­cra­zia, avrebbe avuto l'effetto di affossarli.
*
L'illusione irrealistica di un governo del mondo attraverso la guerra
La domanda che allora dobbiamo porci e' se sia realisti­ca, an­cor prima che
accettabile giuridica­mente e moral­mente, l'i­dea che il mondo, con simili
ingiustizie e disugua­glianze, possa essere governato con la guerra; se sia
verosimi­le o non sia inve­ce illuso­ria, almeno nei tempi lun­ghi, la
prospet­tiva di un ordi­ne internazionale - inteso con "or­dine" un
qual­siasi assetto del mondo che in un modo o in un altro garanti­sca la
convi­venza paci­fica - ba­sato sulla divisione tra paesi ricchi e paesi
pove­ri, sempre piu' privo di legittimazione e capa­ce soltanto di
poli­tiche di guerra e di mortificazioni razzi­ste della dignita' e
del­l'iden­tita' di interi popoli e culture.
Io credo che non ci sia nulla di piu' irrealistico di una simi­le
prospettiva. E' la stessa Dichiara­zione dei diritti del '48 che lo afferma,
isti­tuendo un nesso razionale e insieme realistico tra pace e sicu­rezza da
un lato e diritti uma­ni dall'altro: "e' indispensabile che i dirit­ti
dell'uomo siano protetti da norme giuridiche", essa dice, "se si vuole
evi­tare che l'uomo sia costretto a ri­cor­rere, come ulti­ma istanza, alla
ribellione contro la tirannia e l'op­pressio­ne". Per questo sareb­be un
segno di realismo politico se le gran­di potenze per prime, a cominciare
dagli Stati Uniti, si facesse­ro carico, onde salva­guardare la loro stessa
sicurezza, di quella che Juergen Haber­mas ha chiamato "una politica interna
del mondo" (6).
Una guerra in­fini­ta, infatti, equivale certamente al­l'affer­mazione della
legge del piu' forte. Ma e' altrettanto certo che essa non giova, nei tempi
lun­ghi, neppure al piu' forte, risolven­dosi in un aumento dell'odio nei
suoi confronti e in una gene­rale insicurezza e preca­rieta': giacche'
sempre "il piu' debole", come scris­se Thomas Hobbes, "ha forza sufficiente
per uccidere il piu' forte o con una macchina­zione segreta o al­leandosi
con altri" (7).
E un qualche grado di con­senso e di legittimazione politica e mora­le, in
un mondo in cui econo­mia e comunicazioni sono globa­lizza­te, e'
indispensabile a qualun­que funzione di governo.
Purtroppo cio' che sta accadendo non consente nessun ottimismo. Ma occorre
quanto meno evitare la fallacia naturalistica nella quale in­corre buona
parte della filosofia politica e giuridica "realistica". Non e' affatto vero
che la guerra sia inevitabile, connaturata, come leggiamo quotidianamente
sui giornali, alle relazioni internazionali o addirittura alla na­tura
umana, e che la pace sia impossibile. E non c'e' nulla di naturale, ne' di
neces­sario, ne' per­cio' di inevitabile nella deriva in atto dei processi
di globaliz­zazione. Questa deriva e' al contrario il frutto di scel­te
politiche; cosi' come sarebbe il frutto di scelte poli­tiche e di
progetta­zioni istituzionali l'adozione, nel dirit­to internazionale e in
quello interno, di tecniche di garanzia ido­nee a con­trastarli. E' sempre
stato cosi', nella storia delle isti­tuzioni. Non con­fondia­mo quindi
pro­blemi teorici con problemi po­li­tici. Non pre­sen­tiamo come
uto­pi­sti­co o irrealistico, occul­tan­do le responsa­bili­ta' della
politi­ca, cio' che semplicemente non si vuole fare perche' con­tra­sta con
gli in­teressi dominanti, oltre tutto di cortissimo respiro, e che solo per
que­sto e' inverosi­mi­le che si faccia. Giacche' questo tipo di miopia
realistica finisce per le­gittimare e assecondare come ine­vitabi­le cio'
che resta co­mun­que opera degli uomini, e di cui por­tano la
re­sponsa­bi­lita' i massimi poteri politici dei nostri paesi.
Se questo e' vero, dobbiamo leggere nella crisi in atto del diritto
internazionale una sfida nei confronti della ragione giu­ridica e della
ragione poli­tica. Non possiamo, infatti, permetterci il lusso di essere
pessi­misti e di dichiarare la bancarotta del diritto internazionale.
Giacche' il diritto internazionale - l'Onu - continua comunque ad essere la
sola alternativa razionale a un futuro di guerre, di terrorismi, di
violazioni massicce dei diritti umani.
E dobbiamo percio' continuare a leggere e a denuncia­re la divaricazione sia
pure crescente tra il dover essere dei principi costituzionali e
internazionali e la realta' di quanto accade non gia' come smentita o
falsificazione, bensi' come viola­zione illecita del primo da parte della
seconda; non come un se­gno dell'inattualita' o peggio dell'utopismo delle
promesse costi­tu­zionali, bensi' come un cedimento allarmante alle
vocazioni eversive e alle tentazioni assolutistiche dei poteri forti.
Per questo l'idea, troppo spesso avallata dalle filosofie po­litiche
realistiche, che la crisi e' priva di alternative e la guerra fara' sempre
parte della vita umana equivarrebbe a un'abdi­cazione della ragione. E
varrebbe di fatto a con­fortare, se non a legittimare, i processi di
dissoluzione in atto cosi' del diritto come della ragione. Equivarrebbe,
come ho gia' detto, a una fal­lacia n­atura­listi­ca e deterministica, cioe'
alla confusione tra cio' che accade e cio' che non puo' non acca­dere e alla
derivazione di questo da quello.
Dobbiamo invece essere consapevoli che nono­stante (e co­munque dopo) le
cadute e i falli­menti e' sempre possi­bile un corso diver­so della storia;
e che questo corso diverso dipendera' - come sem­pre, del resto - dal ruolo
che saranno in grado di svolge­re il diritto e la politi­ca. Ai quali si
richiede, essenzialmente, la costruzione di una sfera pubblica
internazionale, dotata, ben piu' che di istitu­zioni di governo, di
istituzioni di garan­zia dei dirit­ti e della pace, al­l'altez­za dei grandi
e drammatici proble­mi del pianeta (8).
*
L'alternativa della pace
In questa prospettiva non e' ingenuo tornare a ripro­porre, pro­prio di
fronte alla gravita' della crisi, la necessita' di dare attuazione alla
principale garanzia della pace prevista dalla Carta dell'Onu: l'istituzione
della forza di polizia internazio­na­le sotto la "direzione strategica" del
"Comi­tato di stato mag­gio­re" previsto dall'art. 47 della Carta, in
vi­sta - dobbiamo aggiungere - della graduale formazione di un mono­polio
giuridico della forza in capo alle Nazioni Unite.
Certamen­te, se le norme del capitolo VII della Carta dell'Onu fossero state
attuate, non avremmo avuto le nuove guerre dello scorso decennio ne' si
profi­lerebbe la nuova terri­bile guerra contro l'Iraq; e le crisi
internaziona­li che con quelle guerre sono sta­te affrontate sarebbe­ro
state risolte con ben maggiore efficacia ed autorevolezza e senza i tragici
costi e i disastrosi effetti che stiamo regi­strando.
A garanzia della pace, inoltre, dovrebbe essere ripreso il processo di
progressivo disarmo, interrottosi nei primi anni no­vanta, attraver­so
rigide convenzioni internazionali sul divieto del­la produ­zio­ne, del
commercio e della detenzione di armi. Le armi, essendo desti­nate comunque
ad ucci­dere, dovrebbero final­mente es­sere con­siderate quali beni
illeci­ti, ben piu' delle so­stanze stu­pefa­cen­ti, e come tali messe al
bando della conviven­za civile. E' infatti evidente che la loro sconfinata
disponibilita' e' la causa prima delle guerre, oltre che del terrorismo e
della criminalita'.
Si dovrebbe poi far entrare rapidamente in funzione la Corte penale
internazionale per i crimini contro l'umanita', il cui sta­tuto, essendo
state raggiunte le sessanta ratifiche richieste, e' in vigore fin dallo
scorso luglio. E occorrerebbe pervenire quan­to prima a renderne operativa
la competenza anche in ordine al crimine, previsto dalla lettera d)
dell'art. 2 del suo statuto, della "guerra di aggressione", formulandone una
definizione rigo­rosa idonea a distinguerla chiaramente dalla "legittima
dife­sa", oggi assurdamente invocata anche a titolo preventivo. E' poi
evidente che di­penderanno dai finanziamenti degli Stati che l'hanno
ratificata, a cominciare da quelli europei, e dal soste­gno del­l'opinione
pubblica inter­nazionale la sua indipendenza, la sua efficienza, la sua
credibilita' e anche la sua futura accet­tazio­ne da parte delle po­tenze
che fino ad oggi, te­mendo di vede­re incrimi­na­ti loro cit­ta­dini o
governanti, si sono rifiutati di approvar­la: come gli Sta­ti Uniti, la Cina
e Israele.
C'e' poi un altro ordine di problemi, ancor piu' gravi e difficili, che
dovrebbero essere affrontati se si vuole costruire la pace: i problemi
dell'alimentazione di base, dell'acqua e dell'accesso ai farmaci essenziali,
che non e' sufficiente trattare con le politiche degli aiuti e che occorre
invece impostare sulla base della garanzia dei diritti. E questo
richiederebbe la creazione, a livello internazionale, di molte altre
istituzioni di garanzia, in aggiunta alla forza di polizia dell'Onu e alla
Corte penale internazionale.
Andrebbero, infatti, organizzate, di fronte ai giganteschi proble­mi
socia­li della fame e della mi­seria generati da una glo­balizza­zio­ne
senza rego­le, isti­tuzioni deputa­te alla soddisfazio­ne dei diritti
sociali sanciti dai Pat­ti del 1966.
Talune di queste istituzioni, come la Fao e l'Orga­nizzazio­ne mon­diale
della sani­ta', esistono da tem­po, e si tratte­rebbe di dotarle dei mezzi e
dei pote­ri neces­sari alle loro fun­zioni di eroga­zione delle presta­zioni
alimenta­ri e sani­tarie. Altre - in mate­ria di tutela del­l'ambien­te, di
garan­zia dell'i­struzione, del­l'abitazio­ne e di altri di­ritti vi­tali -
dovrebbero invece essere isti­tuite.
A tale scopo, e in generale ai fini della costruzione di una sfera pubblica
internazionale, un'innovazione decisiva sarebbe infine l'introdu­zio­ne di
una fiscalita' mondiale, cioe' di un potere so­vrastatale di tassa­zione
volto a reperire le risorse necessarie a finanziare le i­stituzio­ni di
garanzia: che e'' il presupposto indi­spensabile di ogni politica
internazionale redistributiva, fondata sui diritti anzi­che' sugli aiuti. E'
in questa direzione che si orienta la propo­sta della Tobin tax sulle
transazioni internazio­nali, fat­ta pro­pria dai mo­vimenti "no-glo­bal".
Ma non meno giu­sti­fi­cata, sul­la base di principi elemen­tari di diritto
priva­to, sa­rebbe l'imposizione di un risar­cimento, o me­glio di un
adeguato corrispet­ti­vo per l'indebi­to ar­ricchimento proveniente alle
imprese dei pae­si piu' ricchi dal­l'u­so e dallo sfruttamento, quando non
dal danneggiamento, dei co­siddetti beni comuni dell'umanita': come le
orbite satellitari, le bande dell'e­tere e le ri­sorse mi­nerarie dei fondi
oceanici, at­tualmente uti­lizzate a ti­tolo gra­tuito come se fosse­ro res
nullius anziche', secondo quanto stabi­lito dalle convenzio­ni
interna­zionali sul mare e sugli spazi extra-atmosfe­rici, "pa­trimonio
comune dell'umanita'" (9).
Ovviamente non possiamo fare previsioni. Ne' d'altra parte hanno rilevanza e
neppure interes­se il nostro perso­nale pessi­mismo o ottimismo. Cio' che e'
certo e' che non ha senso la tesi sedicente "realistica", secondo cui
l'odierna crisi dell'Onu sta dimostrando che il suo disegno
uni­ver­salistico e' un'utopia ed e' co­munque fallito a causa della sua
impoten­za, per ca­renza di mez­zi e di pote­ri.
L'Onu non e' un'istituzione extra-terrestre. La sua attuale impo­tenza,
cosi' come il suo futu­ro e con esso il fu­turo della pace e dei diritti
uma­ni, non di­pendono dal­la sua na­tura, ma uni­camente dal­la volon­ta'
del­le gran­di poten­ze del­l'Occi­dente, a cominciare da­gli Stati Uniti, e
dal­la loro indisponibilita' a rinun­ciare al loro ruolo incontra­stato di
dominio militare, eco­nomico e politi­co e ad as­sog­gettar­si an­ch'esse al
di­ritto internazio­na­le.
Sarebbe nell'in­te­resse di tut­ti - non solo del Sud del mondo ma anche
dell'Occi­dente - ria­bi­litare l'O­nu e raffor­zarne le funzioni di
garanzia della pace e dei dirit­ti: se non per ragioni morali o giuridiche,
a tutela della nostra stessa sicurezza e della sopravvivenza delle nostre
stesse democrazie. Per non dover tornare a riscoprire i nessi indissolubili
tra di­ritto e pace e tra diritto e ragione, all'indomani di nuove
catastrofi provocate dalla nuova guerra infini­ta.
*
Note
Questo testo riprende in gran parte la relazione alla XXXI sessione del
Tribunale permanente dei popoli, svoltasi a Roma nei giorni 14-16 dicembre
2002 su "Il diritto internazionale e le nuove guerre", i cui atti saranno
presto pubblicati presso gli Editori Riuniti.
1. Neanche l'Onu puo', in "La rivista del manifesto", n. 34, dicembre 2002,
pp. 20-25.
2. Si veda, su questo caso e in generale sull'inammissibili­ta' della guerra
preventiva, A. Di Blase, Guerra al terrorismo e guerra preventiva nel
diritto internazionale, relazione alla ses­sione sopra citata del Tribunale
permanente dei popoli.
3. R. La Valle, Gli anni Novanta: la restaurazione di fine seco­lo,
relazione alla sessione sopra citata del Tribunale permanente dei popoli.
4. M. Foucault, Corso del 17 marzo 1976, in Il faut defendre la societe'
(1997), tr. it. a cura di M. Bertani e A. Fontana, Bisogna difendere la
societa', Feltrinelli, Milano 1998, pp. 220-221.
5. R. Falk, Che cosa e' cambiato negli Usa dopo l'11 settembre, relazione
alla sessione sopra citata del Tribunale permanente dei popoli.
6. "Con la fine dell'e­quili­brio del terro­re", ha scritto Haber­mas,
"sem­bra che sul piano della politica inter­nazionale della sicurezza e dei
diritti umani si sia dischiusa - nonostante tutti i contrac­colpi - una
prospet­tiva per cio' che C. F. von Weizsaecker ha defi­nito 'politica
inter­na del mondo' [Weltinnenpolitik]" (Die Einbeziehung des Anderen
(1996), tr. it. di L. Ceppa, L'inclusione dell'altro. Studi di teoria
politica, Feltrinelli, Milano 1998, p. 139. L'espressione e' ripresa in J.
Habermas, Die postnationale Konstellation (1998), tr. it. di L. Ceppa, La
costellazione post-nazionale. Mercato globale, nazioni e democra­zia,
Feltrinelli, Milano 1999, pp. 26 e 90-101. Si veda inoltre L. Bonanate,
2001: la politica in­terna del mondo, in "Teoria politica", XVII, 2001, n.1,
pp. 20-21.
7. T. Hobbes, Leviatano, con testo inglese del 1651 a fronte, tr. it. a cura
di R. Santi, Bompiani, Milano 2001, cap. XIII, 1, p. 203.
8. Rinvio al mio Per una sfera pubblica del mondo, in "Teoria politica",
XVII, 2001, n. 3, pp. 3-21.
9. L'art.1 del Trattato sugli spazi extra-atmosferici del 27.1.1967
qualifica tali spazi come "appannaggio dell'umanita' intera", imponendone
l'"utilizzazione per il bene e nell'interesse di tut­ti i paesi, quale che
sia lo stadio del loro sviluppo economi­co o scientifico". Analogamente, gli
artt. 136-140 della Conven­zione delle Nazioni Unite sul diritto del mare
del 10.12.1982 affermano che "l'Area (di alto mare) e le sue risorse sono
patri­monio comu­ne dell'u­manita'", che "le attivita' nell'Area sono
condotte a be­neficio di tutta l'umanita', tenuto particolarmente conto
de­gli interessi e delle necessita' degli Stati in via di sviluppo" e che va
"assicurata l'equa riparti­zione dei vantaggi che ne derivano su base non
di­scrimina­toria". Su queste basi, e' stata proposta una tassazio­ne
in­ternazionale per lo sfruttamento delle risorse minerarie dei fon­di
oceanici (cfr. D. E. Marko, A. Kinder, Gentler Moon Treaty: a Critical
Review of the Treaty and proposed Alter­native, in "Journal of Natural
Re­sources and Environmental Law", 1992), nonche' per l'uso delle orbite
satellitari intorno alla terra e delle bande dell'e­tere (cfr. G. Franzoni,
Anche il cielo e' di Dio. Il credito dei poveri, Edup, Roma 2000, pp.
91-113).

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