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I PROFESSORI DI DIRITTO SULLA GIUSTIZIA DI BERLUSCONI |
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Documento elaborato dai Professori di Diritto dell'Università Italiana, che ha incontrato totale consenso alla manifestazione del 2 febbraio 2002 per la Giustizia a Piazza Navona, promossa dal Prof. Nando dalla Chiesa:
I professori universitari di diritto non sono, né caratterialmente né istituzionalmente, tra le figure più propense ad agitarsi, più propense a manifestare; e sono poco propensi ad avanzare rivendicazioni o presentare denunce. E però, negli ultimissimi tempi, per ben due volte centinaia di essi, da tutte le Università italiane, hanno lanciato appelli, a distanza di un solo mese l'uno dall'altro. Questo è sicuramente un sintomo della eccezionalità della situazione che la giustizia italiana sta vivendo. Si tratta di due appelli a difesa dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e del principio di legalità. L'autonomia e l'indipendenza della magistratura ne sono le prime garanzie, e sono pilastri ineliminabili dello stato costituzionale di diritto. I professori di diritto hanno compiuto questo inusitato passo perché sono (cito dal testo del I appello) 'consapevoli della loro responsabilità di fronte agli studenti e di fronte al dovere di rispettare i principi basilari delle discipline giuridiche; (e quindi hanno ritenuto)& di non poter tacere su eventi mai verificatisi nella storia parlamentare dell'Italia unita, che mettono a repentaglio le stesse fondamenta dello stato costituzionale'. Il fatto è che la magistratura italiana è oggi minacciata da interferenze abnormi ed irritali da parte del potere politico. Con l'autonomia della magistratura è minacciata anche la libertà di ciascun cittadino da eventuali atti arbitrari del potere politico, e perfino dalla magistratura stessa, perché le interferenze possono risvegliare tra i magistrati spinte antigarantiste e corporative mai del tutto sopite. Le ingerenze più evidenti sono venute la prima dal Parlamento e la seconda dal Ministro di Giustizia; e queste sono state l'occasione dei due appelli. Il 5 dicembre una mozione approvata a maggioranza dal Senato ha accusato dei giudici di aver disatteso una sentenza della Corte Costituzionale, e di avere quindi agito in modo (cito dal testo della mozione) 'eversivo del corretto esercizio delle funzioni giurisdizionali, usando il loro alto mandato a fini di lotta politica'. L'accusa infamante, come è noto, è stata rivolta ai giudici del processo SME-Ariosto, che vede imputati Silvio Berlusconi e Cesare Previti. In realtà i giudici avevano preso doverosamente atto della sentenza della Corte Costituzionale e la avevano interpretata, in base ai poteri propri della loro funzione - che sono ricordati esplicitamente nel testo della sentenza medesima, e che non sono strumenti di lotta politica - ed avevano valutato gli effetti della sentenza nel processo in corso. Questo processo sembra stare molto a cuore alla maggioranza parlamentare. In Parlamento la maggioranza è tale in virtù delle scelte dei cittadini, e per questo è legittimata ad esercitare tutti i poteri che la Costituzione le conferisce, nelle forme stabilite dalla Costituzione e dalle leggi. Tra questi poteri non c'è il potere di interferire nel corso dei processi, né di suggerire ai giudici come interpretare leggi e sentenze. Qualunque atto di qualunque processo è sottoposto ai controlli interni al processo; e non può, e anzi non deve, essere sottratto alla critica espressa mediante esercizio della libertà di pensiero: critica razionale, svolta con gli argomenti della logica, e della logica giuridica. Ora, la fondatezza degli argomenti non può essere stabilita a maggioranza, con un atto di indirizzo politico. La seconda evidente interferenza del potere politico, allorigine del secondo appello, è stato un provvedimento del Ministro di Giustizia. Il 13 dicembre ' in assoluto contrasto con le prassi consolidate ' il Ministro ha negato la proroga per l'esercizio delle sue funzioni, e ha dichiarato la nullità di una precedente proroga, ad un giudice trasferito ad altro ufficio. E' un giudice membro del collegio giudicante dello steso processo di cui sopra. Un processo che dunque sembra stare molto a cuore alla maggioranza del Senato ed al Ministro di Giustizia. Nonostante il provvedimento, ricordano i professori nell'appello, lattività dibattimentale compiuta resta perfettamente valida; ma se la composizione del collegio dovesse cambiare si avrebbe un allungamento dei tempi, tale da rendere fortemente probabile la prescrizione dei reati. Sono due tra i più gravi comportamenti dell'attuale potere politico, incompatibili con le regole e con i principi dello stato liberale, cardine del quale è la separazione dei poteri. E sono esempi di un disprezzo assoluto delle forme ' a meno che le forme non consistano in timbri e firme da apporre, pagina per pagina, sulle fotocopie di un documento che si vuole acquisire per rogatoria. Ma quando le forme significano il rispetto delle istituzioni, le forme non consentono di asserire, come è stato fatto, che dei giudici, respingendo una eccezione della difesa in un processo, hanno compiuto un 'golpe giudiziario'. Questi giudici, tra l'altro, non possono difendersi querelando, altrimenti creerebbero i presupposti per una ricusazione. Né, le forme che significano il rispetto delle istituzioni, consentono di chiamare alcuni giudici 'infiltrati del PCI nella magistratura'. Ebbene, queste forme, questo rispetto, sono evidentemente ignoti a personalità che oggi ricoprono in Italia alte od altissime cariche istituzionali. Tutto questo sgomenta i professori di diritto. I quali, nella loro stragrande maggioranza, non sono e non sono mai stati comunisti, e che, in maggioranza, non sono di sinistra. Nell'esprimere le loro forti preoccupazioni, si appellano sì alla Costituzione Repubblicana, che è l'unico sovrano del nostro ordinamento giuridico. Ma si appellano, soprattutto, a principi vecchi di alcuni secoli, molto più vecchi della Costituzione, ed anche molto più vecchi del comunismo e del socialismo. Sono i principi costitutivi dello stato moderno, nel quale governare non è lo stesso che essere il padrone.
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