GUERRA E TERRORISMO  di LIDIA MENAPACE

"Guerra e terrorismo sono parimenti crimini contro l'umanita'", esordiva un
comunicato-stampa emesso dall'Associazione Rosa Luxemburg subito dopo
l'attentato alle Torri gemelle, e regolarmente ignorato dalla stampa.
Era il frutto di un percorso interno non privo di contrasti, iniziato dal
momento in cui Arafat si era lasciato fotografare con un mitra in mano per
lanciare la seconda Intifada, armata e militarizzata e non piu' laica ma
fanatizzata, a differenza della prima che - almeno per quanto mi riguarda -
avevo considerato molto importante perche' indicava una scelta di difesa
popolare nonviolenta.
Ne conseguiva, nel prosieguo del comunicato, che "cercar di rispondere alla
guerra col terrorismo o al terrorismo con la guerra e' come voler spegnere
un incendio con la benzina, una cosa irrazionale e criminale".
Guerra e terrorismo sono accomunati dalla stessa cultura di morte, non hanno
alcun rispetto per le vite innocenti, inquinano la cultura e le relazioni
tra persone, seminano sospetti e rivalse, introducono la vendetta come unica
risposta, procedono per escalations ultimative e quindi negano qualsiasi
predisposizione alla trattativa.
Cio' non significa che una persona o stato o partito o chiesa o continente
che decida di fare una scelta di "neutralita' attiva" non dia un giudizio o
non riconosca i contesti: Sharon ha certamente violato piu' risoluzioni
delle Nazioni Unite che chiunque altro; Saddam e' un odioso dittatore; Bin
Laden un terrorista tecnologicamente ben attrezzato; ma chi capeggia
coalizioni o crociate contro di loro li ha spesso istruiti sostenuti armati
ecc. ecc. Del resto Bush e Blair e Putin non sono da meno nel cercare lo
scontro militare e nel provocare il perseguimento di azioni belliche.
Il fatto che distingue un/a neutrale attivo/a (da un guerriero mascherato e
spesso addirittura inconsapevole) e' di essere convinto/a che se si
sostengono militarmente le ragioni di chi ha ragione, quelle ragioni vengono
irreparabilmente inquinate e si avvia o riavvia una  sequela di vendette
distruzioni ecc. senza fine.
Quando avviene un fatto tremendo come quello del Teatro di Mosca, la prima
cosa da fare e' l'elaborazione del lutto. Dare espressione al proprio animo
addolorato sconvolto scosso e' giusto e umano e serve per respingere da se'
qualsiasi idea di replicare quegli orrori.
Poiche' si ha bisogno di trovare rispondenza, suggerisco di specchiarsi nei
volti delle persone che cercano congiunti amici amiche dispersi. Gia' i
funerali sono piu' infettivi.
Le foto di persone non tornate dalla guerra, non scampate ai bombardamenti,
non piu' identificate dopo le atomiche, desaparecidos nelle dittature piu'
tremende,  distrutte dalla Shoah,  sbriciolate dai  carri armati razzi
kamikaze fanno una catena umana capace di avvolgere piu' volte il mondo,
dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.
Ma anche dopo le Torri e dopo il Teatro le uniche facce umane sono quelle di
chi cerca segni di vita e non si arrende alla morte e alla vendetta.
Cosi' come i volti dei e delle palestinesi ceceni irakeni balcanici
sierraleonesi ugandesi che camminano gravati di pesi di povere cose a fatica
sottratte ai militari di turno. In quelle facce voglio riconoscere una
comune umanita'.
Gli altri mi sembrano Caino e so che comunque nessuno deve voler uccidere
nemmeno Caino: ma riconoscere che e' Caino e' liberatorio, fa parte della
elaborazione del lutto.
Dopo e subito bisogna riprendere il cammino della ricerca di possibili
raffreddamenti dilazioni, trattenere rallentare ritardare gli inizi di
ostilita'.
Dopo tutto quel che e' successo, e non mancando di chiedersi chi ha fornito
a Putin (se gia' non lo aveva) il gas nervino messo fuori legge da tutti i
trattati internazionali, e con che faccia Blair e Putin pensano di
ispezionare i magazzini criminali di Saddam, se ancora (per ragioni che non
mi interessa nemmeno indagare) qualcuno pensa di mettere gli USA davanti
alla minaccia di veto al Consiglio di sicurezza, va bene, e' cosa da
sostenere.
Il cammino della pace e della nonviolenza non e' eloquente, meno che mai
magniloquente, predicatorio, eroico: e' modesto sobrio chiaro tenace, sa
leggere i simboli e i contesti, e' consapevole che chi ha in mano il piu'
potente assetto di morte nel mondo non puo' essere affrontato con nobili
messaggi, ne' pero' trattenuto con minacce: forse solo l'isolamento lo puo'
far recedere, e qui la voce delle moltitudini che sottraggono consenso -
come avrebbe detto Rosa Luxemburg - vale.
Facciamoci dunque sentire con un fastidioso tenace mai smesso rumore di
fondo di "no alla guerra; no alla guerra; no alla guerra senza se; no alla
guerra senza ma; no al terrorismo; no al terrorismo; no al terrorismo senza
'sono disperati'; no al terrorismo senza 'ma sono straccioni';  no e basta";
"no agli embarghi contro le popolazioni; no agli embarghi che fanno piu'
vittime delle bombe; no agli embarghi che colpiscono  la popolazione
civile"; "no a politiche che non riconoscano il diritto di tutti e tutte a
cercare lavoro sopravvivenza e futuro ovunque sul pianeta"; "no al
rinascente razzismo, no al rinato colonialismo".
Usiamo queste parole per segnare le lettere, per concludere le telefonate,
mettiamole sui quaderni sulle agende, mettiamo straccetti bianchi alle
cartelle zaini borse finestrini biciclette motorini finestre balconi.
Portiamo al bavero coccarde arcobaleno o con la scritta "L'Italia ripudia la
guerra, art. 11 della Costituzione vigente".
Senza questa piccola antieroica quotidiana esposizione personale non credo
molto alle statistiche quando dicono che la stragrande maggioranza e' contro
la guerra: persino i capi di stato maggiore dichiarano che la pace e' meglio
della guerra e che fanno la guerra per difendere la pace e si nascondono
nell'anonimato delle statistiche.
Se nessuno vuole la guerra, meno di tutti/e le madri e i proletari, perche'
poi la  fanno o la sostengono? chiediamo che alcune madri si costituiscano a
sostegno del diritto di dire di no, disertare, rifiutare, appoggiare il
disarmo; diciamo ai proletari che ricordino quanto hanno pagato.
Una donna molto semplice, Anna Adelmi, che fu la prima segretaria della
Camera del Lavoro di Crema nel corso della prima guerra mondiale, nel Natale
del 1919 invito' a Crema i bambini di Vienna, i figli del "tradizionale
nemico", per di piu' appena "vinto", col motto luminoso nella sua
semplicita': "Tanto la guerra noi proletari l'abbiamo persa tutti".
Per meno di cosi' credo poco ai proclami e ai sondaggi non accompagnati da
facce visibili, voci scandite, parole firmate.

 

[Lidia Menapace  (per contatti: menapace@tin.it) e' nata a Novara nel
1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico,
pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto";
e' tra le voci piu' significative della cultura delle donne e dei movimenti
di pace, di solidarieta', di liberazione.]

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