Quale identità per la sinistra?? di Maurizio Migliori 

Strano e pericoloso tema quello dell’identità. Pensiamo alla storia dei marxismi. Marx è impensabile senza il suo rapporto intenso verso autori di parte avversa come Hegel, Smith, Ricardo, di cui egli si sente, per vari aspetti, anche erede (anzi: la classe operaia è erede della grande filosofia tedesca). Anche per questo non c’è pensatore socio/economico/politico “borghese” che, almeno fino agli Anni Trenta, non abbia dovuto misurarsi con lui.

Non così i marxismi, che hanno per lo più sviluppato un rapporto per linee interne, attento all’ortodossia e alla “identità marxista”, a volte con ridicoli tentativi di scomuniche e con altrettanto ridicoli tentativi di tenere insieme cose che sono del tutto incompatibili, come nel classico slogan che elencava Marx, Lenin, Mao. Così incistati in questa nicchia, pur importante in alcuni periodi e in alcune zone, i marxismi non si sono più “confusi” con gli altri e non hanno più ibridato il pensiero sociale e il pensiero economico “corrente”. Così oggi, in questo clima culturale, pare che lo stesso apporto di Marx possa essere del tutto cancellato. Gli errori si pagano: una forte identità rifiuta il rapporto, si distingue e quindi, facilmente, si isola. Ma così rischia anche di essere bypassata del tutto. Compromettendo anche chi non ha fatto questa “fesseria”.

Temo che la questione non sia oggi diversa e che questa “identità” serva a individuare chi e che cosa è “dentro” e chi va messo fuori (e sono quasi certo di finire nel secondo gruppo).

C’è un altro aspetto preoccupante su cui riflettere. L’identità la cerca chi non ce l’ha. E’ una ricerca tipica dell’adolescenza, di quel periodo in cui il soggetto non sa bene che cosa gli sta succedendo e quindi si chiede “chi sono?”. L’adulto non si interroga sulla sua identità, perché la vede nelle cose che fa, nelle relazioni che stabilisce, nei progetti con cui si misura. Se ha un problema è quello di migliorarla e di renderla eventualmente più coerente, perché lui è quello che fa e quello che vuole fare, successi e insuccessi vissuti - si spera - criticamente.

Quindi una sinistra che si interroga sulla sua identità evidentemente non sa più chi è. Ma se questa è la situazione, ci troviamo di fronte ad un compito difficilissimo, perché è una sorta di “ripartire da zero”. A conferma, mi sembra molto più facile indicare quello che tale identità non deve essere piuttosto che quello che deve essere.

Non deve essere un sistema di valori, una scorciatoia rassicurante, che però non funziona, anzi che è addirittura pericolosa: non a caso una delle prime mosse teoriche di Marx è stata quella di contrapporsi al socialismo utopistico. I valori tendono ad essere assoluti e quindi falsi, perché di assoluto nella nostra esperienza umana non c’è nulla. Posso capire, ma non condividere, la mossa di un credente che trasferisce l’assolutezza del Dio in cui crede nell’assolutezza del suo rapporto con Dio, ma non riuscirò mai a capire questo in una posizione politica. Tanto più che questo assoluto, per restare tale, deve raggiungere tali livelli di genericità da essere scarsamente utile nel concreto. Basta pensare a concetti come “vita” per rendersi conto di che prezzi altissimi fanno pagare in termini di precisione, di attenzione, di rispetto della realtà. I valori consentono di saltare i problemi, che spesso sono di grande difficoltà (quando comincia e quando finisce la “vita umana”?) e rendono facile liquidare l’altro come meritevole del massimo disprezzo, in questo caso come assassino di un innocente che non è in grado di difendersi.

Non facciamo lo stesso sulla guerra? E’ possibile oggi, nella sinistra, ragionare pacatamente sulla guerra, cosa orrenda, ma magari necessaria e forse persino utile… Perché orrendo e inutile sono presi come sinonimi? Poi, se uno condanna la guerra per la sua orrende natura, deve condannare le guerre di liberazione, le guerre risorgimentali, la guerra partigiana... Deve definire con epiteti che io mi rifiuto persino di scrivere l’attentato di Via Rossella….

Non ho dubbi che la pace sia un valore, e dei più grandi. Ma non sarò mai un pacifista e non negherò mai ai popoli il diritto di ribellarsi, anche con le armi. Questo ha sempre sostenuto la sinistra da quando, nel corso della rivoluzione francese, due secoli fa, è nata.

Vorrei essere capito: credo che la lotta del non violento meriti molto rispetto, perché è la lotta dell’agnello che accetta di cacciarsi in mezzo ai lupi. È terribilmente “logico” che Gandi e Martin Luther King, come tanti altri meno noti, siano stati uccisi. I lupi non hanno pietà. Una tale testimonianza, un gesto “assoluto e religioso” che afferma che non si deve rinunciare…, il gesto di chi paga i costi di questa operazione… come si può non rispettarlo? Ma quando diventa gesto politico, e magari di “successo” (c’è anche un successo di nicchia, come ben sappiamo), mi sembra che si dimentichi la realtà: uomini siamo, non angeli. Anche se dico: beati gli angeli e beati gli uomini che agli angeli si accompagnano.

Quindi, non voglio affatto respingere i valori, solo non li ritengo l’elemento qualificante di una sinistra. I valori vanno bene per l’individuo, o anche per un gruppo, che si interroga su come realizzarli rispetto alla situazione in cui si trova, Nella vita concreta nessuno testimonia valori, ma sforzi, tendenze, ipotesi. Chi incarna la generosità? O la giustizia? Il valore è l’orizzonte irrinunciabile, la stella polare che guida, ma che si verifica sempre e solo nel concreto, che quindi costituisce il vero terreno di confronto, la “misura” che giudica il resto. Se devo andare a nord, ma davanti ho una montagna, credo proprio che dovrò girare a est o ad ovest per riprendere il mio cammino (e se sono sfigato, magari anche a sud-est o a sud-ovest; questo i grandi dirigenti dei movimenti rivoluzionari l’hanno fatto tante volte… ma erano grandi mica per niente…).

In secondo luogo, la sinistra non dovrebbe essere continuista, perché questo la porta a essere conservatrice, peggio: cieca. La centralità del lavoro e della classe operaia si basava su un sistema produttivo specifico e sul fatto (chiedo perdono per la semplificazione) che la classe operaia liberando se stessa libera l’intera umanità. Ci sono le condizioni per ritenere ancora oggi credibile questo schema? L’identità sociale, anche quella di chi mi sta leggendo, è data essenzialmente dal lavoro e non dalla cultura o addirittura dal sistema di informazioni in cui uno è inserito? Esiste uno schema che tenga dentro contraddizione di classe, scontro di genere, conflitto religioso, rispettando la diversità di ambiti? La divisione fra femministe e operaisti che distrusse Lotta continua (mica un secolo fa) non dice nulla? E lo schema imperialistico è il più adatto per affrontare il tema della mondializzazione? E…..

Il mondo è cambiato così tanto e la teoria è rimasta ferma. E mentre chi “gestisce il presente” può non aver bisogno di una teoria, chi vuol cambiare le cose non può farne a meno, pena incorrere in continui disastri. Ma per fare un lavoro teorico adeguato alla situazione occorrerebbe un impegno enorme, la rinuncia ad andare da Vespa e forse anche a fare politica per l’oggi pensando subito al domani e gestendo solo il “meno peggio”, vista la rapidità con cui i tempi cambiano. Invece per i giornali e le campagne politiche basta molto meno: New Labor, modernità e giustizia, Terza via e avanti con i carri. Magari si vince pure (il che è assolutamente necessario se il nemico, come da noi, è pessimo e oggettivamente pericoloso).

In positivo, credo che si debba riprendere la lezione originaria: rinunciare alle scorciatoie e indagare sulle contraddizioni del presente, sui pericoli che esso racchiude e sulle prospettive che esso apre, favorendo queste e combattendo quelli, graduandone la pericolosità sociale. Ad esempio, non riesco a convincermi che la questione del lavoro, che resta certamente importante, lo sia più della attuale crisi della democrazia. Ma se ho ragione e questa crisi va avanti, cade anche il presupposto per il quale ha senso parlare di destra e sinistra.

In tutti i casi la sinistra dovrebbe essere critica, il che vuol dire prima di tutto critica su se stessa: non solo non può continuare a sostenere cose che hanno fallito, ma dovrebbe interrogarsi e spiegare perché hanno fallito e come possono non fallire. Se una emancipazione della società ad opera dello stato e/o del partito è del tutto fallita, se come diceva - ahimè contraddittoriamente - Mao nessuno può liberare un altro, lo stato dovrebbe continuare ad essere una delle cose che meno ci interessano. Ma non mi sembra affatto che sia così. Evidentemente si ritiene che il fallimento sia dovuto ad altre ragioni. Quali??

E visto che sto sognando: penso ad una sinistra che riscopra la complessità del sistema capitalistico, soprattutto di quello attuale, che intreccia necessariamente tanti elementi e così diversi, e si interroghi su come, a partire da qui, si possa pensare un miglioramento del sistema in qualcosa che funzioni. Senza una ipotesi realista su come le tante cose che abbiamo davanti possano stare insieme meglio la sinistra continuerà a saltare i problemi concreti e quindi a cadere nell’ideologia. Che ha questa terribile caratteristica: il principio di realtà non conta, quanto alle conseguenze delle decisioni prese, ci penseranno gli altri (come dicevano i nobili di un tempo e tanti “borghesi” oggi) tanto noi affermiamo questo e quel valore che sono il futuro e la speranza dell’umanità… Si continua ad attendere l’alba del giorno nuovo…

Dovremmo invece abbandonare questa simbologia ottimistica e con assoluto realismo cercare di capire la realtà e cercare quelle relative verità che, con tutti i nostri umani limiti, possiamo/dobbiamo conquistare. Il che vuol dire accettare tutti i “se” e tutti i “ma” che la realtà ci impone, perché “senza se e senza ma” non c’è ricerca e non c’è verità.

Eppure la verità, diceva Gramsci, è rivoluzionaria. E lei sì, lo è rimasta.

 

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