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MA ESISTE UNA MINACCIA ISLAMICA? |
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Perché l’islam fa paura? Per scoprire le radici profonde del diffondersi di tanti pregiudizi e false credenze a proposito della religione musulmana Michael Andenna, insegnante di lingua araba all’Università cattolica di Milano e studioso del Corano, ha partecipato alla serata organizzata da Areaperta a Cantù venerdì 29 ottobre. Con una fondamentale chiave di lettura: le possibili ed infinite interpretazioni del testo sacro. Cosa
si cela dietro tanti stereotipi sulla fede musulmana? Da dove nasce
l’innegabile tentativo di collocare l’islam in una dimensione di
negazione dei diritti e della democrazia? Per far luce su questi ed altri
interrogativi sempre più attuali in materia di religione islamica il
laboratorio politico canturino Areaperta ha organizzato venerdì 29
ottobre, al salone dei convegni in piazza Marconi di Cantù, un incontro
dal titolo inequivocabile e provocatorio: Ma esiste una minaccia
islamica? Ospite d’eccezione della serata sarebbe dovuto essere il docente Paolo Branca, assente per motivi di salute e sostituito da un suo collaboratore, Michael Andenna, anch’egli insegnante di lingua araba all’Università cattolica di Milano. Il professore, già studioso di letteratura e lingua araba all’Università Cà Fosca di Venezia, si occupa in particolar modo di studi sul Corano e sulle voci dell’islam moderno, ha trascorso vari anni in Egitto, Tunisia e Yemen ed insegna arabo anche in una scuola superiore di Novara, città dalla quale proviene. È ciò che in Italia chiamiamo un islamista, «termine che indica sia lo studioso occidentale che il fondamentalista», o meglio, quindi, un islamologo. Chi
è allora quest’islam che crediamo di conoscere? «Alla base della
religione islamica non esiste una chiesa né ministri di culto formati da
un’élite che si pone come una gerarchia ― ha spiegato Andenna
― . Il «problema» sta nel fatto che non esistono sacramenti bensì
tutto converge nel testo sacro della dottrina islamica: il Corano,
rivelato in lingua araba, che da quattordici secoli è al centro di studi
e tentativi d’interpretazione». Ed è proprio nell’ermeneutica che
troviamo il cuore della fede musulmana, ovvero la possibilità di leggere
il testo sacro da molteplici punti di vista. «Di fronte alla domanda
sullo spazio esistente nell’islam per l’evoluzione, soprattutto
riguardo ai temi più noti, dobbiamo allora capire che si tratta di una
questione mal posta. È insita nel Corano infatti una continua
interpretazione del testo sacro a seconda del contesto in cui lo si legge.
In questo senso l’islam è apparentabile all’ebraismo. Il rapporto dei
musulmani con il Corano è proprio questo: obbedire ai suoi versetti e
trarne insegnamenti pratici per essere sulla via di dio». Le norme fissate dal credo religioso sono cinque. «Ciò che è eterno è rappresentato dagli atti di culto, i pilastri della fede, che sono: accettare l’unicità divina, il monoteismo e la profezia di Muhammad; la preghiera tre volte al dì; fare l’elemosina; praticare il digiuno nel periodo del Ramadan; recarsi in pellegrinaggio una volta all’anno e una volta nella vita a La Mecca» ha continuato il docente universitario. Su
questi punti fondamentali, perciò, e sull’autenticità del Corano,
tutti i musulmani sono d’accordo. «Questi cinque elementi garantiscono
e tutelano i credenti nell’islam da qualsiasi tipo d’innovazione,
intesa in senso negativo poiché aggiunge qualcosa di umano ad un
messaggio divino nello strumento del Corano. In questo senso, infatti,
leggere il Corano equivale a parlare con dio». Nonostante ciò esiste un
luogo simbolico ben preciso per la crescita. «Il Corano stesso dice di
comprendere versetti che vanno considerati in senso letterale ed altri sui
quali occorre meditare a lungo. Per quanto riguarda gli usi e i costumi,
le norme sociali, la regola giuridica dice che è proibito solo ciò che
è prescritto nel testo sacro come qualcosa di proibito mentre per le
regole religiose è lecito solo ciò che è prescritto nel Corano. Il
campo della permissione nel sociale, quindi, è vastissimo», considerato
anche il fatto che «su 6230 versetti solo il trenta per cento tratta di
questioni giuridiche, mentre la più parte si occupa di temi spirituali». L’islam,
insomma, è una fede dinamica, poiché le sue leggi nel corso della storia
sono state interpretate in maniera differente, a seconda del contesto e
del periodo. «Ciò che chiamiamo fondamentalismo ― ha precisato il
relatore ― è una deriva di una grande tradizione culturale e
filosofica dell’islam. Che, chissà perché, sembra imperante, neanche
ci fosse un miliardo di fondamentalisti!». Oltre
a questo, il termine deriverebbe in realtà da un’attribuzione più
consona alle sette protestanti degli Stati Uniti, da un punto di vista
teologico e storico. Esistono
allora due spiegazioni possibili di tale deriva estremista, la prima
riconducibile a ragioni politico sociali, l’altra ad istanze
strettamente religiose. Per ciò che concerne il secondo aspetto occorre
fare un passo indietro, intorno al tredicesimo secolo. «Vi fu all’epoca
uno scontro tra due scuole teologiche: una corrente considerava il Corano
come parola di dio rivelata al profeta nella forma creata della lingua
araba, sostenendo cioè la possibilità di analizzare il testo coranico;
l’altra identificava il Corano come un testo increato, prima
dell’eternità, impossibile da analizzare, con il conseguente arresto
della ricerca linguistica sul testo e la decadenza, la pedissequa
ripetizione della spiegazione data dai teologi». Lo scontro tra una parte
aperta alle interpretazioni e una chiusa nella gerarchia, in qualche modo,
nel dovere di mantenere lo status quo stabilito dai primi teologi. «L’evoluzione
deve partire nei confronti dell’interpretazione del testo sacro ―
ha sottolineato Michael Andenna ―. Diversi episodi storici, tra i
quali la ferita inferta dal colonialismo europeo, hanno provocato una
certa frustrazione nel popolo musulmano, con l’inasprimento di alcuni
elementi della religione. Ciò nonostante, spesso, chi si è fatto leader
di certi movimenti fondamentalisti si è formato in Europa, è stato
deluso dalle allettanti prospettive dell’ideologia socialista e ha
scelto il ritorno da «duri e puri» all’islam, chiudendosi in un
irrigidimento di certe posizioni e dietro slogan tipo «No east no west
Islam is the best». Il
cambiamento deve anzitutto partire dalla trasmissione della fede, dalla
scuola, perché troppo spesso «l’insegnamento dell’islam è fatto in
modo mitico», con i riferimenti ad un passato glorioso «non fedeli alla
grande tradizione di questa religione partita da un’analisi lucida del
testo coranico». Esiste
allora l’islam com’è inteso dai media e probabilmente da buona parte
dei cittadini? «Il mondo islamico non è uno, non è un blocco
monolitico, è complesso soprattutto a livello culturale. Il contributo
delle nuove generazioni può dare stimoli nuovi alla stessa comunità
islamica nel contesto europeo (250 milioni di persone parlano arabo al di
là del Mediterraneo). Spesso nei paesi musulmani ci sono problemi a causa
della censura che tende a delimitare la possibilità di toccare questioni
delicate; ciò non perché gli stati siano particolarmente religiosi ma
perché si tratta di regimi, molto spesso sostenuti dall’occidente, che
tentano di mascherare i veri problemi in particolare a livello culturale».
Il riferimento intuibile (specie per chi ha letto o visto le ultime
produzioni di Michael Moore, o per chi comunque è riuscito ad informarsi
tramite canali alternativi a quelli tradizionali) è l’Arabia Saudita.
«Una monarchia assoluta dove avvengono delle cose inconcepibili dal punto
di vista del Corano, coma la negazione dei diritti umani, mascherate
dall’ortodossia. Il problema è che ci sono di mezzo troppi interessi
economici...». Al
termine dell’intervento del relatore il pubblico canturino ha potuto
porre qualche domanda, palesando una grande curiosità e una certa
diffidenza nei confronti della fede musulmana. Non a caso il tono di
Michael Andenna è diventato molto più appassionato, pur avendo precisato
la sua chiara posizione di studioso e non di sostenitore dell’islam e
benché meno delle sue correnti estremiste. «La presenza islamica in
occidente è un’occasione per la società europea e per i paesi
musulmani. La responsabilità della mancanza di democrazia e
dell’arretratezza di vari aspetti della società in questi stati non
dipende dalla religione. Un esempio? L’islam prevede l’accettazione di
due concetti, la fede e la scienza. Ricordate i problemi degli scienziati
occidentali con la fede cattolica? Ciò non è accaduto nell’islam perché
fede e scienza non si sono contrapposte». Quanto alla poligamia, uno
degli aspetti sollevati da una partecipante al dibattito, lo studioso ha
spiegato essere in realtà «poco diffusa» e le mutilazioni genitali,
altro «asso nella manica» di chi si è scagliato contro una presunta «indisponibilità
a rispettare le leggi italiane», sono state giustamente etichettate come
«una pratica culturale e non religiosa». Le
dittature nei paesi musulmani, quindi, sono da ricondurre a questioni
prevalentemente politiche, con un uso (già purtroppo visto nella storia)
della religione come legittimazione delle scelte di un’élite da parte
del popolo credente. Tornando ai falsi saperi propagandati con tanto zelo
da buona parte dei mass media, il professore intervenuto all’incontro ha
voluto svelare (o solo ricordare?) una delle tante contraddizioni della
visione occidentale. «Certe violazioni avvengono anche in paesi laici,
come l’Egitto, in paesi che consideriamo democratici. Si demonizzano
alcune figure ma poi si chiude un occhio su personaggi che di certo non
propagano l’islam moderato». Il futuro possibile, la convivenza e la multiculturalità stanno «nella capacità di individuare gli interlocutori giusti (e non casi come quello di Adel Smith), di dare spazio all’islam moderato che in Europa ha il coraggio di prendere posizione rispetto ai poteri forti dei paesi musulmani», come ha concluso Andenna. Senza tralasciare lo spazio per l’autocritica, ben ricordato da Maurizio Migliori nel suo intervento che ha sottolineato come l’adulterio sia un reato non solo in Turchia ma anche negli Stati Uniti, perché «la paura dell’islam rivela in realtà questioni non risolte all’interno delle nostre società». [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]
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