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La Finanza usa come armi tecnologia e informatica LA GLOBALIZZAZIONE: IV GUERRA MONDIALE Chi dovrebbe criticare - gli intellettuali – cede invece alle lusinghe dei poteri economici. del Subcomandante MARCOS |
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L'articolo che pubblichiamo di seguito è il testo dei messaggio inviato dal subcomandante Marcos al Forum sociale di Porto Alegre. Da oggi diecimila partecipanti da 120 paesi si ritroveranno in Brasile per l’anti-Davos. Oggetto della discussione. “Come costruire un mondo diverso”. Fra i protagonisti: l'ex presidente sudafricano Mandela, il leader antiglobalizzazione José Bové, Danielle Mitterrand, il teologo Leonardo Boff, l’economista egiziano Samir Amin e il premio Nobel José Saramago.
«Con la figura chiamata ossimoro si intende un epiteto che, pur essendo accoppiato a una parola, pare contraddirla: così gli gnostici parlano di luce oscura; gli alchimisti, di sole nero». Jorge Luis Borges
Attenzione: se non avete letto il distico, meglio farlo ora, altrimenti non capirete niente. Un dato inconfutabile: la globalizzazione è qua. Non la giudico. Constato una realtà. Ma poiché abbiamo parlato di un ossimoro, occorre segnalare che si tratta di una “globalizzazione frammentata”. La globalizzazione è stata resa possibile da due rivoluzioni: quella tecnologica e quella informatica. E’ gestita dal potere finanziario. Mano nella mano, la tecnologia e l’informatica (assieme al capitale finanziario) hanno fatto svanire le distanze, spezzato le frontiere. Ma, nonostante la “globalizzazione”, o a causa di essa, l'omogeneità è lungi dall'essere la caratteristica principale del pianeta. Il mondo è un arcipelago, un puzzle, ogni pezzo del quale dà luogo a un altro puzzle, e dunque alla fine, la sola cosa veramente globalizzata è l’eterogeneità.
Se la tecnologia e l'informatica hanno unito il mondo, è il potere finanziario a dislocare le risorse, servendosi di esse come armi di guerra. La globalizzazione è una guerra mondiale, la quarta, e dà luogo a un meccanismo di distruzione / ricostruzione / risistemazione che si estende a tutto il pianeta. Il pianeta è accogliente per qualche potente, mentre milioni di emigranti vagano senza trovare un luogo nel quale fermarsi. Il crimine organizzato costituisce la colonna vertebrale dei sistemi giudiziari dei governi (i fuorilegge fanno la legge), e l’ “integrazione” mondiale moltiplica le frontiere.
Per quanto riguarda gli intellettuali, bisogna chiedersi: hanno sofferto il fenomeno della distruzione/spopolamento e della ricostruzione/risistemazione? Che ruolo viene attribuito loro dal potere finanziario? In breve, come s’inseriscono nella globalizzazione frammentata? «Gli intellettuali in quanto categoria - ha scritto Umberto Eco - sono un concetto molto vago, lo si sa bene. Viceversa, si può precisare meglio ciò che è la “funzione intellettuale”. Consiste nel determinare in maniera critica ciò che si considera una approssimazione soddisfacente del concetto di verità». Il lavoro intellettuale è dunque analitico e critico. Di fronte a un fatto sociale (per limitarsi a un campo), l'intellettuale analizza l'evidenza, cercando ciò che è ambiguo, e rivela (comunica, svela, denuncia) ciò che non è evidente.
Secondo Norberto Bobbio, «gli intellettuali sono tutti coloro per cui la trasmissione dei messaggi è l'occupazione abituale e cosciente, e per dirla in modo brutale, è anche, per la maggior parte del tempo, il mezzo per guadagnarsi da vivere».
Questo professionista dell’analisi critica sarebbe una sorta di coscienza impertinente della società. Un non-conformista, in disaccordo con tutto, le forze politiche e sociali, lo Stato, il governo, i media, la cultura, le arti, la religione e tutto ciò che il lettore vorrà. L’intellettuale critica l'immobilismo, chiede cambiamenti, chiede progresso. Tuttavia egli stesso è inserito in una società attraversata da sfide molteplici, e divisa tra coloro che usano il potere affinché le cose non cambino, e coloro che lottano per il cambiamento. E’ lì che l'intellettuale sceglie tra la sua funzione intellettuale e la funzione che gli è proposta dagli attori sociali. Ed è altrettanto lì che si verifica la divisione (e la lotta) tra gli intellettuali progressisti e i reazionari. Gli uni e gli altri perseguono il loro lavoro di analisi critica, ma, mentre i progressisti si ostinano nella critica dell’immobilità, della permanenza, dell'egemonia e dell'omogeneità, i reazionari portano avanti la critica del cambiamento, del movimento, della ribellione e della diversità. L'intellettuale reazionario “scorda” la sua funzione intellettuale, rinuncia alla riflessione critica.
L'intellettuale progressista diventa oggetto e obiettivo del.potere dominante. Oggetto da acquistare, obiettivo da distruggere. Si mobilita una quantità di mezzi per ottenere l'uno e l'altro scopo. Taluni resistono, ma altri, persuasi che la globalizzazione sia “inevitabile”, cercano nelle loro scatole delle idee, e trovano una ragione per legittimare il potere. Il sistema offre lor0o una confortevole poltrona (a volte sotto forma di sovvenzione, di posto, di premio o di privilegio) alla destra del Principe tanto disprezzato fino al giorno prima.
L’ “inevitabile” ha un nome : “pensiero unico” – vale a dire: “La traduzione in termini ideologici e con pretese di universalità degli interessi di un insieme di forze economiche, in particolare quelle del capitale internazionale”. Non è necessario che l’intellettuale di destra sia originale. Segue il pensiero unico. Un pensiero che trova le sue “fonti” principali nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale, nell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nell'Organizzazione mondiale per il commercio.
Il compito dei pensatori progressisti, quelli della speranza scettica, non è proprio facile. Essi hanno capito il funzionamento delle cose e devono svelarlo, smontarlo, denunciarlo, comunicarlo. Ma, per fare ciò, devono affrontare la teologia neoliberale, e dietro a questa i media, le banche, le grandi società, l’esercito, le polizie.
La trasformazione non può essere il compito di un solo attore; per quanto forte, intelligente, creativo e visionario che egli sia. Si tratta di un lavoro collettivo. Non soltanto per quanto riguarda l’azione, ma anche per quanto riguarda l’analisi di quella realtà e le decisioni che prenderà quel movimento di trasformazione.
Si dice che Michelangelo abbia scolpito il suo Davide nonostante pesanti restrizioni materiali. Il talento dello scultore è consistito nel creare un personaggio che si sarebbe adeguato a quei limiti. Allo stesso modo, il mondo che vogliamo trasformare è stato già lavorato dalla storia, è tutto segnato. Dobbiamo trovare il talento necessario per cambiarlo, trasformarlo e creare un mondo nuovo. Nonostante tutto. Ecco. Saluto e non scordate che anche le idee sono delle armi.
P.S.: Qualcuno ha un martello sotto mano?
Il Subcomandante Marcos è il capo dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), Chiapas, Messico (traduzione di Guiomar Parada)
Da “la Repubblica” del 25 gennaio 2001, pag. 14
(in attesa di autorizzazione)
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