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COME GIUDICARE UNA SOCIETA' IN CRISI di Maurizio Migliori |
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Due cose mi sembrano oggi molto rilevanti, tanto che continuo a insistervi in questi interventi. In primo luogo, mentre media e opinione pubblica osservano e giudicano il sistema politico, cui spesso attribuiscono tutte le colpe, è la società civile ad essere in crisi. Prendiamo l’esempio del non rispetto delle regole: è la società civile in primo luogo a non osservarle. Il sistema politico è più potente, quindi può infrangere le regole con maggiore speranza di “farla franca”, è più importante, quindi gli effetti negativi di questo comportamento risultano con più chiarezza, è più osservato, quindi più facilmente l’attenzione di un pubblico normalmente disattento viene richiamata su certi episodi. Ma se siamo onesti con noi stessi dovremmo facilmente riconoscere che quello che si vede “lì” si vede benissimo anche fuori della porta di casa, se non in noi stessi. D’altra parte, se non fosse così, come mai la continua circostanziata denuncia di alcune malefatte di interi settori politici non provoca alcuna reazione? Come è possibile che nel parlamento attuale ci siano quasi 100 che sono stati inquisiti? Proprio recentemente Mannheimer, che tra i rilevatori demoscopici resta uno dei più seri, ha documentato che la maggioranza degli italiani non condanna affatto i condoni fiscali. Non è questo il segno di una sostanziale complicità tra dirigenti e diretti? In secondo luogo, credo che sia scorretto reagire a questa situazione su un piano essenzialmente etico, leggendo la realtà socio-politica in chiave di “buoni e cattivi”, di “giusto e sbagliato”. Infatti questo non solo apre la strada a forme di fondamentalismo (noi evidentemente siamo i buoni e gli altri, evidentemente, sono i cattivi), ma soprattutto non funziona. Ho troppa poca fiducia nella moralità dei singoli per credere che questo giudizio serva a qualcosa, per credere cioè che tanti siano disposti a lavorare per avere un risultato “più giusto”, “più vero”, “più buono”. Credo invece, forse troppo, all’interesse di un soggetto “razionale” che potrebbe anche capire che, se tutti agiscono in un certo modo, anche lui finisce con il rimetterci e molto. L’approccio è cioè funzionale: siamo tutti interessati a che la macchina (qualunque macchina sia) funzioni meglio per noi e per tale risultato siamo forse disposti a fare qualcosa Credo che ciò valga anche per tutte le realtà che determinano il funzionamento del nostro sistema sociale. Ad esempio, mi sembra che sia possibile dimostrare che l’affermazione del denaro come unico criterio di giudizio, come metro di tutte le scelte e, in ultima istanza, come unico “valore”, comporti non solo una società ingiusta, ma anche e soprattutto una società che vuole (e anche deve) essere iperefficiente mentre diviene sempre più incoerente e sconclusionata, in ultima istanza irrazionale. Per dirla in una formula teorica; la razionalità capitalistica, come razionalità parziale e unilaterale, diviene del tutto irrazionale. Questo a mio parere lo si vede bene anche se si analizza la nostra vita quotidiana, a partire da esempi “stupidi”, come potrebbe essere una riflessione sul mio giornalaio. Il suo dev’essere un lavoro molto pesante, soprattutto per gli orari, ma anche abbastanza remunerativo. Fatto sta che in certi posti, come quello in cui mi servo, gli addetti cambiano di continuo, Ora il giornalaio ha a che fare con la carta stampata, e ora anche con i video, con i CD, con i libri. Non dobbiamo pretendere una formazione culturale, ma una qualche dimestichezza con queste cose dovrebbe esserci, almeno se vogliamo che questo servizio sia efficiente o almeno che il rapporto con il cliente sia efficace. Chi andrebbe da un ortolano che non sa distinguere mele cotogne da altre mele? O che non sa in che stagione arrivano i cachi?? Ma questa è esattamente la situazione che troviamo spesso in edicola. Peggio, se il mio osservatorio funziona, a ogni cambio di addetto la situazione arretra nel senso che chi arriva sembra avere un rapporto sempre più… “elastico” con i giornali stessi. Non sa e non sembra nemmeno molto interessato a sapere. La cosa è perfettamente comprensibile se - poniamo - questo lavoro è per lui solo un investimento a tempo per fare un po’ di soldi. Una scelta comprensibile e certamente razionale sul piano dei soldi ma che peggiora via via questo comparto. A questo discorso si possono fare facilmente due obiezioni. Prima obiezione: anche se le cose funzionano così non cambia nulla, perché siamo di fronte a fenomeni socialmente irrilevanti. Questo è un errore, l’affermazione non è vera perché la società civile è molto plastica e cambia di continuo (solo che noi siamo disattenti e non ce ne accorgiamo, se non a cose avvenute) anche per effetto di questi fenomeni. Ad esempio si sviluppano altri settori commerciali. Per restare alle edicole, a fronte della evidente elefantiasi e “scarsa efficienza” di questo settore si stanno sviluppando le “fumetterie”, negozi che vendono libri, oggetti e giornali del mondo dei fumetti. Chi è interessato a questo settore va direttamente al negozio saltando la intermediazione dell’edicola. Che quindi via via perde la sua funzione tradizionale (anche per via dei Grandi magazzini eccetera), e quindi alla fine anche i soldi che sono alla base di tutto il processo di trasformazione. In secondo luogo si può obiettare che si vive bene anche con cattivi giornalai. Il che è ovviamente vero. Il fatto è che, con un discorso più complicato, si può sostenere che la stessa irrazionalità si trova a livello di funzionamento del sistema sanitario o del sistema formativo. Siamo proprio sicuri che, se potessimo fare un’indagine sui docenti, maestri e professori di lettere, troveremmo le loro case con una biblioteca adeguata a mostrarci il loro amore per il sapere? Ma se tali biblioteche spesso non ci sono, se quei docenti non amano il sapere, come posso comunicarlo ai loro allievi? Al massimo faranno il loro lavoro rispettando l’orario. Ma è questo che devono fare? E questa situazione ha un qualche rapporto con il fallimento educativo di una scuola che è diventata di massa, che coinvolge tutti i futuri cittadini mentre i livelli di lettura nel paese non sono affatto cresciuti? Che cultura ha un popolo che è andato a scuola ma non legge? E un popolo “ignorante” è una buona base per la difesa della democrazia? Come si vede, certi temi si collegano con molta facilità. Più in generale, mi sembra che l’irrazionalità del sistema emerga sia nelle piccole sia nelle grandi cose. Finisco proprio con un esempio su larga scala. Leggevo recentemente che il rapporto menager-lavoratore in USA alla fine degli Anni Sessanta era 1-40, cioè se il lavoratore mediamente prendeva 100 dollari il menager ne prendeva 4000; oggi la distanza è diventata superiore a 1 - 1000, cioè se l’uno prende 100 dollari l’altro ne prende 1.000.000. Non parlo di giustizia, ma chiedo: qualcuno può spiegarmi la “razionalità” di questo processo che ha caratterizzato gli ultimi decenni??
Maurizio Migliori (da Graffiti)
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