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CHE FARE DELL'ONU? Prof. Ugo VILLANI |
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Certo
viviamo un momento molto difficile, con l’ONU che non ispira fiducia
quasi a nessuno, tuttavia è necessario non rassegnarsi, ma anzi reagire a
tutta una serie di azioni che sono anche di discredito nei confronti
dell’ONU. Per
cercare di vedere cosa fare nei confronti dell’ONU dovrei partire da
lontano, partire cioè dalla nascita dell’ONU, da cosa rappresenta, da
come funziona e da quali sono le tendenze che, specialmente a partire
dagli ultimi anni, mostrano una volontà di sostituire l’ONU con poteri
forti e relazioni unilaterali. Ricordo
che il principale principio innovativo rispetto al passato che troviamo
nello Statuto dell’ONU è il divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali e persino
della minaccia; principio innovativo perché nel diritto
internazionale classico, come si usa chiamarlo, l’uso della forza armata
e perfino la guerra non erano degli illeciti, ma considerati fisiologici
alle relazioni internazionali. Quindi questo divieto che si trova nella
Carta tra i principi fondamentali, estremamente ampio nel senso che
riguarda non solo la guerra, ma ogni uso della forza armata e comprende la
stessa minaccia, è veramente un elemento profondamente innovativo.
Elemento che si accompagna peraltro a un’eccezione cui è il caso di
fare riferimento, perché anche nella prassi recente è stata invocata, e
cioè la eccezione della legittima difesa. Anche all’interno di una
società statale c’è il divieto per il singolo di farsi ragione da sé,
ma resta, sia pure in via del tutto eccezionale, la facoltà di
difendersi; nel diritto internazionale ciò significa il diritto di usare
anche la forza, ma solo in via provvisoria, fin quando cioè non possa
intervenire la stessa ONU in difesa dell’aggredito. Questo diritto alla
legittima difesa ha una particolare importanza nella Carta dell’ONU, in
quanto non si riferisce al solo Stato aggredito, ma anche a Stati terzi
che possono legittimamente intervenire, anche con la forza armata, a
tutela dell'aggredito. Ed è proprio su questo principio della cosiddetta
legittima difesa collettiva che
si basano i trattati militari, che altrimenti sarebbero, almeno a prima
vista, in contrasto con l'ONU, per il divieto persino della minaccia
all'uso della forza: penso qui innanzi tutto al trattato NATO, ed al suo
art. 5, che richiama esplicitamente questo diritto alla legittima difesa
collettiva, cosicché il vincolo che lega le parti del trattato non è
preordinato all'aggressione, ma interviene quando una delle parti sia
aggredita. Nel
sistema ONU, così come in ogni altra società in guerra, non bastava
ovviamente porre divieti, ma era necessario creare un'autorità capace di
garantire i singoli Stati, nel momento in cui un altro Stato fosse venuto
meno al divieto dell'uso della forza, o della minaccia dell'uso della
forza. Occorreva creare qualcosa che non c'era mai stato nella società
internazionale, e cioè un gendarme, un ente sovraordinato, potremmo dire
un 113: fu creato il Consiglio di Sicurezza. Non è l'unico organo
competente in materia di pace, ma certamente è quello che ha la maggiore
responsabilità di mantenere la pace e la sicurezza internazionale: si
tratta di un organo in cui siedono permanentemente, come a tutti noto, le
cinque grandi potenze del '45 (ed i loro eredi, si potrebbe dire) e cioè
la Russia - per l'Unione Sovietica - con gli Stati Uniti, la Cina, la
Francia ed il Regno Unito, ciascuno dei quali può esercitare il
cosiddetto diritto di veto, ha cioè da solo il potere giuridico di
impedire, con il suo voto contrario, l'adozione di qualsiasi deliberazione
anche se presa da tutti gli altri 14 componenti del Consiglio di
Sicurezza. Il
Consiglio di Sicurezza - C.d.S.- ha
una serie di poteri: -1.
accertare, anzitutto, se vi sia un minaccia alla pace internazionale, una
violazione alla pace o un atto di aggressione (proprio in riferimento a
questo potere nel 1974 l'Assemblea Generale dell'ONU adottò la celebre
definizione di “aggressione” che doveva costituire la guida per il
C.d.S.); -2.
nell'ipotesi che il potere di accertamento abbia esito positivo, emanare
raccomandazioni o adottare decisioni obbligatorie e vincolanti per
mantenere o ristabilire la pace internazionale; si tratta di tutta una
serie di misure, dalle più blande, come l'invito a cessare le ostilità,
a quelle più energiche, che possono essere di natura economica,
commerciale (come l'embargo) od altro, per arrivare all'ultima e più
grave possibilità, almeno teorica, che è quella di adottare misure
militari, e quindi di utilizzare una forza armata nei confronti dello
Stato aggressore o che violi o minacci la pace. E' noto, peraltro, come
l'ONU, ed il C.d.S in particolare, non abbia a sua disposizione un
esercito o forze armate. L'art. 43 della Carta dell'ONU, che non è stato
mai abrogato, stabilisce che gli Stati membri dovrebbero concludere
accordi speciali con l'ONU per mettere a sua disposizione forze militari,
basi navali od aeree, facilitazioni logistiche, ecc.; l'art. 43 proseguiva
affermando che tali accordi dovevano essere stipulati al più presto.
Ovviamente il tempo è una misura molto relativa, e per l'art. 43, stilato
nel 1945, il tempo dell' "al più presto" non è ancora
arrivato, gli accordi non sono stati mai conclusi
ed in sostanza il C.d.S. non ha mai avuto una forza armata a sua
permanente disposizione.
Quando ha funzionato, il C.d.S ha fatto ricorso a meccanismi
alternativi, rispetto a questo intervento chiaramente di tipo repressivo,
previsto nella Carta dell'ONU, ma che non si riesce a realizzare in
maniera esattamente corrispondente al disegno della Carta per la mancata
conclusione di questi accordi. Nella prassi, quindi, il C.d.S. ha fatto
ricorso:
-a. ad operazioni di cosiddetto peace
keeping, di mantenimento della pace cioè, operazioni note anche come
presidi di caschi blu, di forze militari cioè che operano col consenso il
più delle volte delle parti in causa od anche di un singolo Stato
interessato, in quanto la minaccia alla pace può derivare, come la storia
ci dimostra, da crisi interne e da guerre civili (ricordiamo, a partire
dal 1960, il Congo, poi il Ruanda, la Somalia, Cipro). Occorre quindi, di
regola, almeno il consenso degli Stati o dello Stato territoriale ed
ovviamente la buona volontà di Stati che mettano a disposizione proprie
forze: questi interventi non hanno però funzione coercitiva, non possono
essere diretti contro qualcuno - limite, peraltro, connaturato al fatto
che si tratta di interventi che necessitano di un consenso preventivo e
nessuno Stato dà un consenso perché si agisca contro di lui - ma hanno
una funzione essenzialmente conservativa - conservativa di una tregua,
conservativa di una situazione interna di riappacificazione, ecc.-; ed
all'interno di questa funzione si sono poi sviluppati in vario modo;
-b. all'utilizzo o all'autorizzazione di organizzazioni o di
accordi regionali, come previsto espressamente dalla Carta dell'ONU. A mio
parere tra questi è compresa la NATO oppure, cosa che è successa molto
spesso negli ultimi anni, una organizzazione economica africana, che in
realtà ha effettuato interventi militari e che è la CDA, che è
intervenuta più volte anche recentemente con una autorizzazione ONU in
Costa d'Avorio, ma era già intervenuta in Liberia ed in Sierra Leone, ed
ancora la Comunità degli Stati Indipendenti. Il C.d.S., negli ultimi anni
ha usato queste organizzazioni parziali, di gruppi di Stati, per
interventi di tipo coercitivo secondo
quanto previsto dalla Carta. Il
sistema di autorizzazioni a singoli Stati o a gruppi di Stati per
interventi militari non è espressamente previsto dalla Carta, ma la
prassi sembra ormai entrata nella vita reale del C.d.S.: tipica la
delibera 678, che autorizzava
la prima guerra del Golfo, dopo l'occupazione del Kuwait da parte dell'
Iraq, delibera che ha aperto la strada a diversi altri interventi, sia
pure molto più limitati, perché tali erano gli obiettivi che ci si
poneva, ad es. la difesa di aree protette o il garantire l'arrivo di voli
all'aeroporto di Sarajevo, obiettivi peraltro a volte mancati, ma comunque
limitati e quindi era limitata la forza autorizzata. Un
bilancio
Se
si dovesse fare un bilancio, potremmo dire che questo sistema, negli anni
del bipolarismo, ha funzionato poco e male; ciò era quasi inevitabile con
il C.d.S. bloccato dalla contrapposizione Est-Ovest e quindi tecnicamente
paralizzato dal veto incrociato per cui ogni proposta occidentale trovava
immediatamente il veto, od anche la semplice minaccia di veto, dell'Unione
Sovietica e della Cina e viceversa, per cui solo in rare occasioni il
C.d.S. ha trovato l'unanimità tra le grandi potenze per operazioni
coercitive, militari o meno. Molto
diverse sono apparse le cose con la caduta del muro di Berlino: ricordiamo
tutti il nuovo consenso che si trovò nel C.d.S., il nuovo attivismo di
quest'organo, e balenò anche l'idea di Bush padre di un nuovo ordine
internazionale basato sul rispetto della legalità. Va rilevato che alcuni
interventi ci sono stati: quando mi riferivo ad alcune situazioni in
Africa, non si può negare che il C.d.S., valendosi di organizzazioni
regionali, ha realizzato alcuni risultati, anche se manca, certamente,
nelle funzioni del Consiglio una possibilità di agire sulle cause dei
conflitti; il C.d.S. agisce come gendarme che interviene quando ci sia una
minaccia alla pace, ma sono piuttosto altri organi dell'ONU od altre
organizzazioni internazionali che dovrebbero poi intervenire per rimuovere
le cause delle tensioni internazionali. La Carta dell'ONU mostra questa
consapevolezza: all'art. 55, che a me pare un articolo chiave del sistema
della Carta, si stabilisce la competenza dell'ONU, non specificamente del
C.d.S., per favorire la cooperazione economica e sociale tra gli Stati,
basata sul principio di autodeterminazione dei popoli, al fine di
realizzare rapporti amichevoli e pacifici tra gli Stati. Si ribadisce qui
una forte consapevolezza che la pace ed il superamento delle tensioni non
si raggiunge e non si difende solo con il gendarme o con divieti, ma
occorre rimuovere le ingiustizie tra i popoli e tra gli Stati ed anche tra
gli individui; c'è qui tutta la tematica sui diritti umani e quindi si
sente forte l'esigenza di intervenire sulle radici delle cause di
tensione, cosa che, però, solo collateralmente interessa il C.d.S.,
oggetto del nostro esame. Accanto
ad interventi riusciti, credo di poter rilevare in questi ultimi anni, a
partire dal 1999, una spinta forte, palese ed evidente, di tipo
centrifugo. Il sistema dell'ONU, per ciò che riguarda l'uso della forza,
è fortemente accentrato; il C.d.S., salvo la legittima difesa, ha il
monopolio dell'uso della forza, che poi può delegare non avendone i
mezzi, ma è importante che mantenga la propria responsabilità ed il
proprio potere ordinatorio e di controllo. Negli ultimi anni, invece,
questo meccanismo, a parere mio così come di molti altri, è stato
fortemente pregiudicato da spinte centrifughe alla cui base sta un ritorno
all'unilateralismo delle grandi Potenze, fenomeno questo che, con un filo
conduttore unitario (ma su questo non si è tutti d'accordo), si rileva
soprattutto nelle guerre (perché tali sono comunque le si voglia
chiamare) del Kosovo, dell'Afghanistan e dell'Iraq. Iugoslavia
-1:
Cosa succede nel Kosovo? Era al governo D'Alema - per inciso cambiano i
governi, ma sempre in guerra siamo; nacque una polemica su chi avesse dato
l'adesione alla NATO, se Prodi o D'Alema non per attribuirne all'altro la
colpa ma per rivendicarne il merito - ed il C.d.S. non era stato assente:
a fronte di quella che certamente era un'emergenza umanitaria, aveva
adottato una serie di risoluzioni che, peraltro, non implicavano l'uso
della forza né esso aveva mai autorizzato il ricorso all'intervento
militare. Ciò risulta chiaramente dalle risoluzioni anteriori alla guerra
nelle quali il C.d.S. aveva sì condannato energicamente la repressione da
parte delle forze serbe, ma aveva egualmente condannato il ricorso al
terrorismo da parte dell' UCK; questa equidistanza che il C.d.S. aveva
tenuto tra le parti con tali condanne escludeva la possibilità di un uso
della forza in una sola direzione, a senso unico cioè nei confronti della
sola parte serba. Aggiungo che lo stesso Consiglio si era sempre riservato
di adottare ulteriori iniziative senza aver delegato nulla: in tutte le
risoluzioni che riguardano il Kosovo appare una frase, non certamente
irrituale ma con un suo preciso senso, che richiama l'impegno
costantemente ribadito al "rispetto della sovranità e dell'integrità
territoriale della Yugoslavia". A me è sempre parso incompatibile il
bombardamento di un Paese con il rispetto della sua sovranità. D'altra
parte un'ulteriore ragione che esclude che il C.d.S. avesse mai inteso,
con le sue risoluzioni, autorizzare l'uso della forza sta nel fatto
oggettivo, storico, che almeno due membri permanenti, la Russia e la Cina,
erano contrari e utilizzando il diritto di veto si sarebbero opposti a
qualsiasi risoluzione in quel senso. Ed
ancora, credo non sia un caso se, da un certo momento in poi, si
preferisce fare strani discorsi come: "la NATO opera in nome della
comunità internazionale", ben sapendo che "la comunità
internazionale" non ha mai dato alcun mandato alla NATO, od un
discorso più preciso e più tecnico, affermando la liceità di questo
intervento in quanto "intervento umanitario", diretto ad evitare
massacri ed una sorta di genocidio. In ogni caso, nel momento in cui si fa
ricorso al concetto di "intervento umanitario" si riconosce di
essere fuori dalle risoluzioni dell'ONU. Per
la verità, se guardiamo alla prassi ed alle dichiarazioni degli Stati,
non mi pare che l'intervento umanitario, piaccia o meno dal punto di vista
morale, sia lecito nel diritto internazionale. In diritto internazionale
le norme non scritte nascono per consuetudine ed occorrerebbe verificare
se esista una prassi in tal senso, una pratica ripetuta e quali siano i
convincimenti espressi dagli Stati. Non mi pare che una prassi consolidata
esista, perché altrimenti si sarebbe dovuta avere sensibilità per i
Ceceni, considerati invece "terroristi", cosi come avvenuto ed
avviene per i "pellerossa" o per le popolazioni amazzoniche. In
realtà, proprio dopo la guerra del Kosovo ci fu un'importante
dichiarazione ufficiale del "Gruppo dei 77"
con cui si negava ogni legittimità al "cosiddetto intervento
umanitario", come testualmente si legge in quel testo. Questa
dichiarazione si accompagna alle posizioni contrarie, come già visto, di
Paesi importanti come la Russia e la Cina, ma anche di Paesi occidentali e
degli stessi Stati Uniti che in quel periodo dichiaravano di mettere in
atto interventi umanitari caso per caso e se rispondevano ai loro
interessi: si tratta quindi non di una regola generale, ma di una scelta
politica presa caso per caso. Posso aggiungere un discorso molto
celebre di un altrettanto celebre ministro degli Esteri tedesco, Fischer,
che nell'Assemblea Generale dell'ONU del 1999 - quindi a guerra terminata
- affermava che l'intervento
umanitario rappresentava un regresso, sconfessava l'ONU, riportava alla
politica di potenza del XIX° secolo e quindi non andava mai fatto. Al di
là della scarsa coerenza dimostrata da Fischer, è importante ricordare
che in quell'occasione egli parlava a nome del governo tedesco; e quindi
persino un governo che aveva partecipato a quell'operazione negava che ci
fosse quel diritto: giustificava l'intervento in termini politici e non
giuridici. Un
altro elemento circa l'intervento umanitario, elemento che peraltro è
come un filo conduttore delle vicende che ci hanno accompagnato fino al
giugno 2003, è, ammesso che esista e sia legittimo un intervento
umanitario, che questo dovrebbe essere strettamente commisurato
all'obiettivo, come ad es. salvare una popolazione, creare un corridoio
umanitario, realizzare un'operazione aerea
per far arrivare soccorsi, ecc. In Kosovo, invece, si è trattato
di una guerra vera e propria, intesa come uso massiccio di una forza
militare accompagnato dall'elemento psicologico, dall'animus
bellandi, cioè dalla volontà di sconfiggere l'avversario, al punto
che l'intervento armato ha provocato ulteriori morti in Kosovo, tra i
kosovari, oltre che tra i serbi, ed il risultato è stato una pulizia
etnica subita dai serbi che dalla fine della guerra hanno avuto migliaia
di scomparsi od uccisi (si parla di circa 250.000 persone che sono dovute
fuggire in Yugoslavia); c'è stata una contraddizione interna fra lo
sbandierato obiettivo umanitario ed il mezzo usato che altro non è stato
se non una guerra. Afghanistan -2:
In Afghanistan la situazione è diversa: siamo all'indomani
dell’attentato alle Torri Gemelle, che sicuramente ha colpito le
coscienze di tutti, e la motivazione, od almeno quella principale degli
Stati Uniti e dei loro alleati, è legata alla legittima difesa. Ed è
l'unico caso, di cui io abbia conoscenza nella storia di questi anni, in
cui esplicitamente il Consiglio Atlantico ha richiamato il famoso art. 5
del Trattato NATO, che impone agli Stati membri un obbligo di solidarietà
ove vi sia un attacco armato contro uno degli Stati del Patto; e Bush
junior definì immediatamente l'attentato un atto di guerra. Ci troviamo
di fronte ad una impostazione diversa, ma anche in questo caso a me pare
ci sia stata una volontà di estromettere dalla gestione della crisi il
C.d.S. in funzione di una gestione diretta da parte degli Stati Uniti e
degli altri Paesi NATO, anche se poi in fondo la stessa NATO si è
limitata a fare una risoluzione, mentre sono intervenuti i singoli Stati.
Diamo per buoni una serie di elementi che, in punto di fatto, non sono
stati accertati e cioè che l'attacco alle Torri Gemelle fosse di Al Qaeda
e che questa organizzazione
fosse direttamente collegata col governo afgano,
perché solo così si può sostenere la legittima difesa, quando
cioè il gruppo terroristico non è una banda armata a se stante ma
talmente legato ad un governo che questi possa essere considerato
corresponsabile di quell'atto. Dato tutto questo per scontato, in realtà
il C.d.S. nelle sue risoluzioni ha richiamato il diritto di legittima
difesa senza però mai riferirlo al caso concreto; se leggiamo le prime
risoluzioni del C.d.S. dopo l'attacco alle Due Torri, non troviamo mai la
parola Afghanistan, né Talebani o Bin Laden, e c'è una ragione ben
precisa: perché le risoluzioni che parlavano di legittima difesa, cui
anche il nostro governo e l'opposizione facevano riferimento, sono del
settembre 2001, quando ancora il C.d.S. non poteva disporre degli elementi
emersi con l'accertamento della NATO che è dell' ottobre successivo. Il
riferimento alla legittima difesa che troviamo nelle risoluzioni del
C.d.S. consentiva tuttavia, questo è vero, a degli Stati di intervenire
militarmente senza bisogno di ulteriore intervento del Consiglio in caso
di effettiva urgenza. Ciò
che però, mi pare, dimostra la volontà di sfuggire ad ogni controllo
dell'ONU è proprio l'insistenza sulla legittima difesa, quando in realtà
c'erano tutte le condizioni perché lo stesso C.d.S. intervenisse con una
sua risoluzione: il C.d.S., così come quasi tutto il mondo ed a
condizione che vari aspetti
fossero chiariti, era certamente solidale con gli Stati Uniti e non
sarebbe stato difficile ottenere un assenso da parte del C.d.S., ma si è
preferito invece non chiederlo e, forse proprio per non legarsi a quella
condizione della "legittima difesa" che in qualche modo è
condizione temporanea, nel senso che consente il ricorso alla forza fin
quando non intervenga il Consiglio stesso. Gli Stati Uniti hanno invece
notificato al Consiglio di stare operando per legittima difesa ed il
C.d.S. non ha adottato specifiche risoluzioni su questo intervento
militare. D'altra
parte, mi pare che l'intervento ancora una volta sia stato quantomeno
sproporzionato; la legittima difesa, messa in atto secondo vecchie regole
del diritto internazionale, deve innanzi tutto avere un rapporto
proporzionato all'attacco che si vuole respingere. Nel nostro caso,
ammesso che ci fosse ancora un attacco in atto, il che è dubbio poiché
l'attacco nella sua ferocia era ormai esaurito, e che si potesse
ipotizzare un attacco terroristico che continuasse, una risposta per
sconfiggere questo attacco sarebbe stata lecita se fosse rimasta nei
limiti di proporzionalità intesi ad eliminare basi terroristiche, mentre
anche qui abbiamo avuto una guerra in piena regola, condotta con l'uso di
armi probabilmente illecite da parte degli USA e della loro coalizione,
che si è conclusa con la caduta di Kabul, con l'imposizione di fatto di
un governo filo-americano e tutta una serie di altri episodi, quali il
disconoscimento della qualifica di prigionieri di guerra a coloro che
secondo lo stesso Bush una guerra avevano combattuto. Anche
qui, si è avuta una presenza italiana che difficilmente si può definire
"partecipazione a missione di pace" perché compiti di pace non
c'erano, non era ancora ISAF e non prevedeva Caschi Blu; l’Italia si
trovava in una coalizione in qualche modo autorizzata dall'ONU, ma con
compiti che ritengo di poter definire repressivi. Ci
si potrebbe chiedere a che scopo sarebbe dovuto intervenire il C.d.S., o
meglio a cosa sarebbe servito: forse per rispettare la forma della Carta ?
E' stato detto che un timbro del C.d.S. non cambia le cose, e questo è
vero. Ritengo però che il rispetto delle prerogative del C.d.S. non sia
un fatto soltanto formale, o formalistico, ma sia diretto, da una parte, a
garantire - ed anche in questo caso avrebbe potuto farlo - anzitutto
l'obiettività dell'accertamento, che rappresenta il primo compito del
Consiglio, in quanto giudice terzo (non è, infatti, la parte lesa, la
vittima di un reato che accerta i fatti), e dall'altra a controllare la
gestione della crisi, garantendo la moderazione circa l'uso della forza.
Sono convinto, infatti, che da parte degli Stati vada sempre tenuta
presente la regola che l'uso della forza è vietato e che ogni eccezione
vada interpretata in maniera restrittiva e nei limiti necessari a
respingere o far venir meno l'attacco terroristico. Iraq
-3.
Terzo episodio l'Iraq, che è sotto gli occhi di tutti. Anche in questo
caso, e forse in maniera ancora più grave perché non c'è neppure il
richiamo al terrorismo o a fini umanitari, è stata evidente la volontà
degli Stati Uniti e del Regno Unito e del "gruppo degli 8" di
estromettere l'ONU che, a mio parere, stava funzionando egregiamente. Le
ispezioni condotte da organi imparziali, presieduti da Blix per la
Commissione che si occupava delle armi di distruzione di massa chimiche e
batteriologiche e da Baradai per l’Agenzia Internazionale per l'Energia
Atomica per le armi atomiche, stavano dando risultati incoraggianti: non
c'erano siti sottratti alle ispezioni dell'ONU, al punto che fino al
giorno precedente i primi bombardamenti, in Iraq si distruggevano armi
vietate, pure di pericolosità limitata, e si continuava a fare ispezioni
e si riducevano le difese mentre dall'altra parte, con un cinismo davvero
impressionante, ci si preparava a massicci bombardamenti, resi più
agevoli dalla riduzione delle difese. Anche
qui, a prescindere dalle valutazioni morali, credo sia bene dire in
termini molto chiari che il C.d.S. non ha mai autorizzato nulla che fosse
una guerra; si è giocato molto sulle precedenti risoluzioni, dicendo che
nel 1990, ai tempi della 1^ Guerra del Golfo dopo l'invasione del Kuwait,
il C.d.S. aveva autorizzato una coalizione di Stati ad utilizzare tutti i
mezzi necessari - e si sapeva che ciò significava la forza armata - per
liberare il Kuwait e ristabilire la pace nella regione. Poi, finita la
guerra, siamo nell'aprile del 1991, una seconda risoluzione, la 687,
poneva le condizioni di pace, tra le quali il disarmo relativo alle armi
di distruzione di massa, con la precisazione che, al momento in cui l'Iraq
avesse accettato queste condizioni, ci sarebbe stata una definitiva
cessazione delle ostilità. Ad
un certo momento, prima ancora di iniziare la
guerra, Stati Uniti e Regno Unito affermarono che l'inadempimento
sul punto del disarmo, data la mancata o scarsa collaborazione dimostrata
dagli iracheni (il che era certamente verosimile almeno in certi momenti),
aveva determinato una sorta di reviviscenza dell'autorizzazione alla forza
militare. Discorso giuridicamente non corretto in quanto il C.d.S. in via
eccezionale aveva autorizzato un gruppo di Stati all'uso della forza ed
era chiaro che, una volta cessate in maniera permanente le ostilità, lo
stesso Consiglio avrebbe ripreso nel pieno le proprie competenze e
responsabilità: di fronte alle inadempienze dell'Iraq lo stesso Consiglio
avrebbe potuto deliberare nuove sanzioni - come in effetti fece -, ma non
c'era nessun automatismo. Poi, quando l'8 novembre 2002 si deliberò la
ripresa delle ispezioni in Iraq, ispezioni rafforzate e più intrusive,
Stati Uniti e Regno Unito (ed in realtà anche Spagna, Italia ed altri)
hanno nuovamente trovato un argomento per affermare che "la scarsa
collaborazione irachena consentiva un automatico ricorso alla forza",
giocando sul fatto che in quella risoluzione si diceva che l'Iraq aveva
sostanzialmente violato i propri obblighi, che si voleva offrire un'ultima
opportunità all'Iraq e che se l'Iraq non avesse adempiuto avrebbe subito
le più gravi conseguenze: queste espressioni, secondo quei Paesi,
consentivano un intervento militare in caso di inadempienza da parte
dell'Iraq. Anche
qui, mi pare, si tratta di interpretazione forzata e del tutto sbagliata;
siamo di fronte ad espressioni generiche che non possono essere paragonate
ad una autorizzazione militare, ma al di là dell'interpretazione
letterale (ogni risoluzione è ovviamente frutto di compromessi), la
ragione di fondo che porta ad escludere che il C.d.S. avesse autorizzato
l'uso della forza è che c'erano ispezioni in atto, ispezioni che andavano
fatte; e chi poteva giudicare che fossero carenti e ci fossero violazioni
o fossero sufficienti ed adeguate se non il Consiglio stesso sulla base
dei rapporti che venivano da Blix e da Baradai? Infatti il solo C.d.S.,
che tramite i suoi organi di verifica gestiva la crisi, era in grado, e ne
aveva la competenza giuridica, di valutare la rispondenza delle ispezioni;
chi mai altri avrebbe potuto, autonomamente, dare un giudizio? I fatti
hanno poi dimostrato che da parte americana ed inglese non di giudizi si
trattava, ma di pregiudizi, perché tutto era stato deciso prima. E non
stupisce che ora per menzogna vengano accusati Bush e Blair, e per
menzogne che non riguardano questa volta fatti privati (come era accaduto
per Clinton), ma eventi che hanno provocato la morte di tanta gente. Non
mi soffermo su altre motivazioni, come per es. il ristabilimento della
democrazia, peraltro tirata fuori dopo, al venir meno della motivazione
delle armi di sterminio; non credo che la democrazia si possa imporre
bombardando mentre oggi in Iraq assistiamo ad una aggressione permanente
frutto di una occupazione militare durissima che si esprime con frequenti
sparatorie sui civili, definiti come terroristi. In
questi tre casi, che a me paiono tutti e tre in sostanza illeciti
(specialmente l'ultimo con l'aggressione palese che continua), il C.d.S.
ha adottato poi delle risoluzioni non di “condanna” dell'aggressore -
questo va riconosciuto - ma sia per il Kosovo che per l'Afghanistan ed ora
per l'Iraq risoluzioni che, politicamente
almeno, finiscono per accettare il fatto compiuto. Dico
politicamente e non giuridicamente perché risulta chiaro dai lavori
preparatori e dalle discussioni in seno al Consiglio, ma anche dallo
stesso testo, che si voleva arrivare a risoluzioni “politiche" per
salvare comunque il mantenimento della pace nella nuova situazione. In
particolare, per l'ultima risoluzione che riguarda l'Iraq, nel momento in
cui essa riconosce il potere all’autorità occupante (peraltro
incoraggiando in maniera abbastanza grottesca gli Stati Uniti ed il Regno
Unito a proseguire nella ricerca delle armi di distruzione di massa) mi
chiedo se addirittura, nell'incoraggiare quella che è una vera e propria
aggressione, essa non debba essere considerata illecita; infatti non tanto
per volontà giuridica ma certo politicamente, finisce per essere un
sostegno all'aggressione. Che
fare
Questa
è l'ONU fino ad oggi e qui si innesta il "che fare"; certamente
proprio queste ultime vicende, oltre all'immobilismo del C.d.S. rilevato
negli anni dal 1945 al 1989/90, inducono a spingere per una revisione del
sistema. Sotto questo aspetto bisogna realisticamente sapere che se per
revisione intendiamo modifiche formali, giuridiche della Carta dell'ONU,
queste sono certamente possibili, ma soltanto con la volontà dei Membri
Permanenti; tutte le modifiche richiedono, infatti, oltre a ben precise
maggioranze, la ratifica di tutti e cinque i Membri Permanenti, senza la
quale l'emendamento, la modifica non potrebbe passare, e questo rende le
cose difficili. Ma
queste difficoltà, per altro verso, inducono a pensare a una via
alternativa: quella cioè che, con termine un po' generico, chiamiamo la
via delle "modifiche de facto", di quelle modifiche che possono
essere introdotte senza toccare la Carta, senza modificarla, senza passare
per quelle procedure complesse, ma facendo affidamento, per es., su
particolari interpretazioni della Carta che vengono consolidandosi, oppure
su quelle norme regolamentari che, nelle pieghe dello Statuto, possano
inserire elementi innovativi, oppure ancora su raccomandazioni,
risoluzioni, ecc., su atti cioè detti
di "soft law", diritto morbido, che però possono orientare in
senso lato la vita dell'ONU, o addirittura su modifiche giuridicamente
formali come risultato ma che si formano "per consuetudine",
mediante cioè una prassi che si consolida e modifica la Carta. Per
quanto riguarda le modifiche formali, cosa c'è sul tappeto? Il discorso
parte da lontano, una modifica, o meglio più di una, già ci fu e
riguarda il numero dei Membri non permanenti del C.d.S., oltre che del
Consiglio Economico e Sociale, ed avvenne già nel 1963. Ci fu poi un
ripensamento complessivo del sistema che partì concretamente intorno alla
fine del 1974, in un Comitato ad hoc dell'ONU che, nelle prime discussioni
prese in considerazione vari articoli della Carta, alcuni considerati
ormai desueti, come quello di Stati ex nemici (ormai non più, come la
Germania ed il Giappone), ed in quella occasione ci fu una posizione assai
rigida e conservatrice dell'Unione Sovietica
- affermò che quelle norme non andavano toccate in quanto memoria
storica del passato -. Ci
fu poi qualcuno che tentò di mettere in discussione addirittura il
sistema di votazione del C.d.S., che però appare intoccabile. Successivamente,
dal 1993, è stato creato, dall'Assemblea Generale dell'ONU, un Comitato
ad hoc, aperto, che si occupa essenzialmente delle modifiche al C.d.S. in
relazione a problemi di: rappresentanza,
nel senso di realizzare una più ampia rappresentanza; votazioni; trasparenza
dei lavori. In
quella sede sono state presentate decine e decine di proposte tendenti a
coniugare due esigenze, quella dell'efficienza (il Consiglio deve poter
funzionare) e quella di maggiore rappresentatività rispetto alla comunità
internazionale. Gli Stati Uniti, allora d'intesa con la Germania ed il
Giappone, proposero semplicemente di aumentare il numero con altri cinque
Membri Permanenti, ma senza diritto di veto, quindi di serie B, -
Germania, Giappone ed altri tre da trovare rispettivamente uno tra i Paesi
Africani, uno tra i Paesi Asiatici ed uno tra i Paesi Sud-americani-.
L'iniziativa fu bloccata, anche per iniziativa dell'Italia, molto attiva
nel dibattito, in cui aveva proposto un sistema articolato con Membri
Permanenti, altri a rotazione ma con diversi criteri di permanenza. Credo
si possa affermare, a proposito di questi meccanismi che potremmo dire di
"ingegneria costituzionale", che attualmente ci si trovi in una
posizione di stallo, con l'eccezione di una intesa che dovrebbe portare ad
un aumento del numero dei Membri del Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe
passare dagli attuali 15 a 24/26, senza però che ne siano state definite
le caratteristiche di permanenza o meno. Come si vede, siamo molto lontani
da possibili soluzioni. Anche
sul diritto di veto sono state avanzate proposte, tutte tendenti a
limitarlo, non certo ad eliminarlo, il che non avrebbe senso pratico. E
qui i Paesi Non Allineati, ad es., chiederebbero una limitazione del
diritto di veto sulle questioni relative al mantenimento della pace.
Qualche altro ha lanciato l'idea di eliminarlo, ma nel 2030 (chi vivrà
vedrà). Ancora altri hanno proposto il veto doppio, nel senso che non
sarebbe sufficiente il veto di un solo Stato, ma occorrerebbero almeno i
voti negativi di due Stati. La mia impressione è che anche su questo
problema, per il momento, non se ne faccia nulla. Per
questo ritengo che meritino attenzione le possibilità di modificare il
sistema senza modifiche formali e quindi anche senza affrontare il diritto
di veto. In
questo senso tra ciò che è proposto ufficialmente, tra ciò che qualche
altro propone in dottrina ed ancora tra valutazioni che vengono fatte in
varie occasioni, un profilo sul quale si sta lavorando, anche se si tratta
di un discorso a lunga scadenza, è quello di cercare di dare in futuro
una voce all'Unione Europea nel C.d.S., non come membro del Consiglio,
perché non è uno Stato; ci sono però proposte allo studio intese a far
partecipare l'Unione Europea, attraverso il suo Presidente od un
Rappresentante della Commissione, inserito nella delegazione di uno degli
Stati Europei in quel momento presente (ad es., attualmente è presente la
Germania). Ancora
si sono fatte proposte relative al voto nel C.d.S. che potrebbero
realizzarsi senza bisogno di modificare la Carta: un’idea, è di
realizzare una specie di "gentlement agreement" in
base al quale i Membri Permanenti si impegnano a limitare il loro
uso del diritto di veto - è chiaro che ciò è realizzabile nella misura
in cui ci sia la volontà di mantenere l'impegno -. Qualcosa che si
potrebbe fare per prassi, altra proposta avanzata, sarebbe di inserire
l'obbligo di motivare il veto di fronte all'Assemblea Generale - anche qui
non ci sarebbe bisogno di modificare la Carta, nel senso che il diritto
non viene messo in discussione, ma si chiede di spiegare alla platea più
ampia dell'ONU il perché lo si voglia usare -, e potrebbe rappresentare
anche una ripresa in carico del problema da parte dell'Assemblea Generale.
Ogni tanto si parla poi della questione di dotare il C.d.S. di un proprio
esercito, il che non sarebbe modificare, quanto piuttosto attuare la
Carta, ma non mi pare che in questo momento la si voglia affrontare. Anche
per quanto riguarda l'Assemblea Generale, si potrebbe pensare ad una serie
di meccanismi per aumentarne la centralità: per es., il C.d.S. potrebbe
essere tenuto a presentare annualmente un rapporto all'Assemblea Generale
- nelle proposte della Conferenza di San Francisco si
leggeva che l'Assemblea Generale avrebbe potuto esaminare, discutere e
valutare l'operato del C.d.S., poi si preferì limitare i poteri
dell'Assemblea per evitare il rischio che nel giro di pochi anni si
arrivasse, sia pure in maniera embrionale, ad un controllo politico sul
C.d.S. da parte dell'Assemblea Generale, visto come "organo
democratico" rappresentativo di tutti gli Stati. Si
potrebbe anche pensare - e qualche Stato dovrebbe forse avere il coraggio
di cominciare a farlo - a rivalutare un'idea antichissima che però aveva
un suo senso - già Wilson, Stati Uniti, ai tempi della Società delle Nazioni disse la celebre frase "il voto
ai Governi, la parola ai Popoli"-: consentire cioè che nelle
delegazioni governative siano presenti espressioni della Società Civile,
in maniera che , pur restando il voto nelle mani dei Governi (altrimenti
bisognerebbe modificare tutto), ci sia la possibilità che nei dibattiti,
anche sul terreno politico, siano presenti voci direttamente
rappresentative di quella che chiamiamo la "società civile",
con funzioni diverse da quelle degli esperti dei Governi. Vorrei
arrivare a delle conclusioni: la mia impressione, in questo momento, è
che l'ONU stia vivendo una fase critica; anche Paesi che avevano dato una
maggiore speranza, e mi riferisco alla Francia ed alla Germania, con
quella risoluzione che praticamente riconosce la presenza delle forze di
occupazione in Iraq, alla fine hanno capitolato, e ci sono estreme
difficoltà nella modifica del sistema. Ritengo
che qualsiasi modifica formale o de
facto - e qui penso che si potrebbe rivalutare una risoluzione
dell'Assemblea Generale del 1950 che, in caso di paralisi del C.d.S.,
permette alla stessa Assemblea Generale di fare quantomeno
raccomandazioni, anche circa l'uso della forza, e quindi se il C.d.S. è
paralizzato dà all'Assemblea Generale un potere di gestione della crisi;
una procedura del genere si potrebbe considerare già nella prassi
dell'ONU - dovrebbe tenere presenti tre obiettivi fondamentali: 1.
L'efficienza, cercando di moderare il diritto di veto, con meccanismi
vari. Passi avanti in questa direzione rappresenterebbero già buoni
risultati. 2.
La democratizzazione della vita dell'ONU, che si potrebbe ottenere
allargando la presenza di Paesi nel C.d.S., che i Paesi del Terzo Mondo
vedono obbiettivamente come qualcosa di estraneo, in quanto comprende come
Membri Permanenti tre Paesi Occidentali, più la Russia e la Cina, che si
muove come battitore libero e certamente non li esprime. 3.
Uno sviluppo del potere di controllo dell'Assemblea
Generale, in quanto organo che rappresenta tutti gli Stati. Ma ciò
non sarebbe sufficiente se non si riuscisse, in qualche modo, a far
sentire in quella sede la voce dei Popoli. Proprio le attuali vicende
hanno fatto emergere tutta questa assenza: nell'Assemblea Generale non c'è
stata alcuna iniziativa di questo tipo; probabilmente gli Stati hanno
paura, gli Stati vengono comprati, gli Stati vengono minacciati. I governi
sia di Stati presenti nell'Assemblea sia di Stati che fanno parte del
C.d.S. dimostrano di non avere la forza per opporsi e forse la forza va
presa dalla Società Civile, dai Movimenti che non avranno il voto, ma
potrebbero intervenire facendo conoscere il loro parere. Oltre
questi tre obiettivi molto importanti, c'è un altro aspetto su cui si fa
poca attenzione, ma che a me sembra pure fondamentale ed è quello della
legalità, che non si riduce ad avere una certa maggioranza od a rendere
più difficile il diritto di veto - devo dire che a me ha fatto molto
piacere che nella vicenda Iraq ci sia stato il diritto di veto così che
il C.d.S. non ha adottato una risoluzione favorevole agli Stati Uniti; in
un sistema imperfetto il diritto di veto può addirittura rappresentare
una garanzia per le forze che sono in minoranza, poiché democrazia non è
solo impero della maggioranza, ma significa anche tutela dei diritti delle
minoranze e rispetto delle regole del sistema - ma anche favorire e
garantire appunto quella legalità affidandola, per es., alla Corte
Internazionale di Giustizia. Ma in questo campo il dibattito sembra
alquanto asfittico, e mi sto rendendo conto di fare un'affermazione che
non ha alcun riscontro nelle iniziative concrete in atto. Al
di là poi di qualunque discorso di modifica, di ingegneria
costituzionale, credo, senza essere retorico, che in questo momento (forse
era vero anche in passato ma in specie in questo momento) ci sia bisogno
di una rinascita morale dell'ONU, cioè di una ripresa della
consapevolezza di ciò che l'ONU rappresenta non solo per gli Stati, ma
per l'opinione pubblica mondiale, per essere il punto di riferimento di
tanti Paesi. Già nel 40° anniversario dell'ONU, nel 1985, lo scriveva
Bobbio ed oggi il discorso si ripete perché si ripetono le crisi, anche
se, come dicevo, la situazione mi pare più grave; in realtà l'ONU oggi
rischia una perdita di autorità politica e morale. Sotto
questo aspetto occorrerebbe da parte degli Stati un rilancio degli organi
dell'ONU, ed in particolare di quelli che dagli Stati sono indipendenti:
mi riferisco in particolare al Segretario Generale dell'ONU - la figura
di Kofi Hannan mi è parsa sempre più appiattita sui potenti, è
riuscito ad uscire dalle guerre e poi parlare senza ricordare che c'erano
queste guerre; francamente non ha avuto un minimo di tensione ideale che
invece avevano dimostrato i suoi predecessori, limitandosi ad una gestione
burocratica, se non addirittura personale della Segreteria, quasi tesa al
solo salvataggio del proprio lavoro, con una caduta di tensione ideale -.
Credo pertanto che al di là delle modifiche, che servono a poco se manca
la volontà di ridare centralità all'ONU, ciò che occorre è,
innanzitutto, una ripresa di tensione spirituale ed ideale. E' questa la maggiore sfida; se l'ONU perderà la sua centralità, se non sarà più un punto di riferimento e se il discredito, che lo sta accompagnando continuerà, allora rimarrà solamente quale punto di riferimento dei Paesi potenti da rispettare, ed oggi potremmo dire dell'unica super potenza che, mi pare, non è neppure in grado di dettare delle regole, se le regole sono generali ed astratte, perché il terrorista è il terrorista del momento, perché la democrazia è la propria democrazia legata al mercato assunto quasi a principio etico. Ci troviamo di fronte, infatti, ad una super potenza, ad un impero - se posso fare un paragone un po' bislacco- che non è come l'Impero Romano, col suo diritto e le regole che dava, ma anche con la sua capacità di integrare ciò che gli era estraneo; questo invece è incapace di dare certezze di norme perché si regola sulla casualità del momento, il che significa veramente andare verso la disgregazione del diritto internazionale. Cos’è
umano?
Scuola
di ricerca e critica delle antropologie
Seminario
del 22 giugno 2003
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