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IL PARTITO DEMOCRATICO |
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Il
dibattito sul partito democratico: l'intervento del segretario Ds
Dobbiamo
essere socialisti e kennediani «Così
nascerà un centrosinistra europeo»
«Kennediani
o socialisti» scrive Paolo Franchi sul Corriere della Sera . Ma
è sicuro Franchi che quell’alternativa sia così secca? A me pare di
no. E per due ragioni. La
prima. Rappresentare la socialdemocrazia europea come
qualcosa di datato, statico, novecentesco è assai riduttivo. Il Partito
Laburista norvegese - uno dei grandi partiti della socialdemocrazia
europea - nel '92 (cioè 15 anni fa!) tenne il suo Congresso sul tema «ripensare
l'equità nella società flessibile». Felipe
Gonzales in Spagna è stato il protagonista di
una transizione democratica all'insegna della modernità. E così Costa
Simitis in Grecia. Gerhard Schröder - e prima di lui Helmut Schmidt -
sono l'espressione di un pensiero socialdemocratico capace di misurarsi
con il mercato, i suoi vincoli e le sue regole. Processi
resi più dinamici dal fatto che ciascuno di quei partiti ha potuto
avvalersi di una pluralità di culture. Il
Ps francese nacque ad Epinay dall'incontro e dalla contaminazione della
storica Sfio con i cristiano sociali di Delors, i radicali di Mendes
France, i repubblicani di Mitterrand. La socialdemocrazia nordica è stata
influenzata in modo significativo dall'etica luterana, così come da una
robusta sensibilità ambientalista ed ecologica. Il Partito socialista
portoghese ha uno dei suoi leader più significativi in Antonio Guterres,
uomo di forti ed esplicite convinzioni cattoliche. E Tony Blair ha
rigenerato il laburismo inglese aprendosi a una coraggiosa contaminazione
con il pensiero liberaldemocratico. Furono
Willy Brandt, Olof Palme e Bruno Kreisky - leader
storici del socialismo europeo - a capire per primi che la
socialdemocrazia non poteva appagarsi del welfare state europeo, ma
doveva allargare lo sguardo al mondo. E oggi l'Internazionale socialista
raccoglie 180 partiti di ogni continente, la maggioranza dei quali non
vengono da una storia socialdemocratica, dall'Anc di Nelson Mandela al Pt
di Lula, dal Partito Liberale colombiano al Partito del Popolo pakistano,
dall'Unione Civica Radicale argentina al Partito del Congresso indiano di
Gandhi e Nehru. Per
venire al dibattito di questi giorni, l'Ulivo - lo si chiami Partito
democratico o riformista - nasce
più robusto non già se Ds e Margherita recidono i loro legami
internazionali, ma al contrario se unendosi nell'Ulivo, Ds e Margherita
lavorano nelle rispettive famiglie socialista e liberaldemocratica per
favorirne una crescente loro convergenza in Europa. E l'Ulivo italiano
diviene così incubatore e sollecitatore di un centrosinistra europeo che
veda l'incontro - anche a quella dimensione - delle diverse esperienze e
culture riformiste del continente E
quando Prodi, come leader dell'Ulivo, andrà a incontrare i
progressisti europei incontrerà prima di tutto leader socialisti e
socialdemocratici, perché un campo di forze riformiste più ampio lo si
può costruire non contro o senza le grandi forze riformiste socialiste,
ma promuovendo e favorendo il loro incontro con culture riformiste
provenienti da altre storie. In
questo progetto - ed è la mia seconda considerazione - rilevante
può essere l'apporto del pensiero democratico americano. L'America è per
antonomasia terra di scoperte, di nuove frontiere e di continue
innovazioni, di modernità e di progresso; è società cosmopolita,
libera, multietnica. E' il simbolo di una società capitalista, segnata
certo da grandi ineguaglianze e spietate marginalità; ma è anche il
Paese che più incarna quel dinamismo produttivo, sociale e culturale che
è motore della storia e anima dell'innovazione e della modernità. E per
questo la democrazia americana sta nel cuore della sinistra molto più di
quanto non si riconosca, a partire da quel tratto di identità che segna
gli Stati Uniti fin dal loro nascere: il «pionierismo». D'altra
parte, Franklin Roosevelt e il new
deal non sono da decenni un
riferimento sicuro per chi voglia tenere insieme crescita e giustizia? E
Wilson non fu il più tenace assertore della «Società delle Nazioni»,
primo tentativo - poi consolidato nell'Onu - di dare forma istituzionale a
quel multilateralismo per cui si batte chi vuole pace in un mondo libero e
giusto? E la «nuova frontiera» di John e Bob Kennedy non è stato un
grande orizzonte ideale per una intera generazione? E Benjamin Franklin,
Abraham Lincoln, Thomas Jefferson, Martin Luther King, non sono
altrettante icone di ogni democratico e progressista? Piero
Fassino segretario
dei Ds 20
ottobre 2005
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