TUTTI ABBIAMO PAURA?

Con “paura” ci si riferisce a una dimensione psicologica non individuale, ma sociale, un dato che sembra divenuto un elemento stabile della condizione umana nell’ambito delle attuali società complesse. Un dato che non ha sempre ragioni che lo giustificano. La criminalità non dilaga affatto, stando alle cifre, eppure la tensione cresce. Attribuire tutte le colpe alla stampa è comodo ma riduttivo. Siamo di fronte a processi che si svolgono essenzialmente a livello di “immaginario collettivo”, il che  li rende, se possibile, ancora più temibili: l’immaginario è ciò che seleziona in larga misura il nostro rapporto con la realtà e può portare ad esiti aberranti, come la storia del secolo scorso ha mostrato (a partire dalla Shoah). La paura, in particolare, cerca facilmente uno sfogo e una rassicurazione nella individuazione di un colpevole e nell’invenzione di aggregazioni che si coalizzano contro l’immaginario colpevole.

Per questo occorre rigore e non faciloneria, che consentano di affrontare a viso aperto posizioni altrimenti incontrollabili. Bisogna cercare di capire quali meccanismi di fondo rendono i ricchi e sicuri cittadini dell’Occidente sempre più incerti ed insicuri.

Alla base ci sono la rapidità e la profondità delle modificazioni in atto, che mettono in crisi aggregati sociali, strutture statuali, comportamenti condivisi, in sostanza l’intera società nelle sue dimensioni ideali-valoriali come in quelle materiali-economiche. Realtà (sociali o individuali) che vivevano in una relativa tranquillità, o addirittura in forme di relativo isolamento, comunque certe sulla loro natura, sulla loro identità e sul loro destino, si sono sentite sconvolte da meccanismi di tale dimensione da apparire incontrollabili: basta pensare al sistema delle comunicazioni sociali, dalle trasmissioni via satellite a Internet, alla gigantesca migrazione di massa che muove dal sud al nord. In sintesi, tutti quei fenomeni indicati genericamente con il termine “globalizzazione”.

Il primo effetto è una profonda crisi delle identità culturali e sociali, che appaiono tutte in crisi, il che rende facile il circolo vizioso tra paura della dissoluzione e riaffermazione, anche violenta, di sé.

Il fatto è che ci troviamo di fronte ad un abbozzo di società che però presenta vistose smagliature e una sua costante (e forse intrinseca) "non definizione". Molti degli attuali processi sono intrinsecamente contraddittori: quelle stesse regioni che maggiormente esprimono la paura degli extracomunitari sono anche quelle che protestano per un eventuale eccessivo contingentamento delle entrate di lavoratori stranieri, perché ne hanno bisogno! E tuttavia è anche vero che, anche per una tendenza al gigantismo che appare tipica del sistema capitalistico, certi processi travalicano, e di molto, le richieste del “sistema”. 

Di più, siamo ad un passaggio che diviene sempre più evidente e rilevante, senza che si veda un approdo. Nessuno può illudersi di individuare elementi “fissi”, ma molti vorrebbero, pur nella velocità del cambiamento, un qualche termine “forte” e “identificabile”. In assenza di questi elementi di rassicurazione, cresce la spinta a “rinchiudersi in sé”, una risposta che aggrava la situazione perché acuisce il disagio e mette ulteriormente in crisi gli elementi di solidarietà che rendono forte una società.

Lo stesso funzionamento del sistema sociale e della democrazia sono investiti da questi processi, con momenti estremi come gli atti di teppismo, la microcriminalità fino a forme di violenza insensata, tutte cose che i media, per la logica intrinseca ad un sistema di comunicazione di massa, amplificano e diffondono.

Di fronte di fenomeni complessi, che hanno una base oggettiva ma investono direttamente quella soggettiva suscitando emozioni molto forti, bisogna che, almeno a livello sociale” si cerchi di informare, per aiutare a tenere i “nervi a posto” evitando la scorciatoia di analisi semplicistiche e di comodo. Bisogna avere il coraggio di partire da alcune scomode verità:

NON ci troviamo di fronte ad un dato nazionale o locale,

NON c’è un’unica causa e NON è possibile individuare un solo colpevole,

NON si tratta di fenomeni di breve durata,

NON esistono al presente facili ricette per gestire questi fenomeni.

Tutto questo implica due conseguenze di segno assai diverso. Da una parte bisogna evitare che gruppi politici spregiudicati utilizzino tali insicurezze (amplificandole e irrobustendole) ai fini di un’affermazione elettorale; dall’altro bisogna evitare di minimizzare e riconoscere che il cittadino “normale” vive oggi uno stato di “disagio” che raggiunge con estrema facilità il livello di “paura”; tale paura, magari, non ha un oggetto specifico e una ragione adeguata, ma trova nella realtà che ci circonda una spiegazione sufficiente. Il che non la giustifica, ma obbliga ad una continua e attenta azione perché la situazione socio-politica non divenga “pericolosa”.

 

(Maurizio Migliori - dicembre 2000)

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INVITO AD UNA RIFLESSIONE ALLARGATA SULLA PAURA

La rapidità e la profondità delle modificazioni in atto hanno rapidamente messo in crisi aggregati sociali, strutture statuali, comportamenti condivisi, in sostanza l'intera società nelle sue dimensioni ideali-valoriali come in quelle materiali-economiche.

Realtà (sociali o individuali) che vivevano in una relativa tranquillità, o addirittura in forme di relativo isolamento, comunque certe sulla loro natura e sul loro destino, sono state travolte da meccanismi di tale dimensione da apparire incontrollabili: basta pensare al sistema delle comunicazioni sociali, dalle trasmissioni via satellite a Intemet, alla gigantesca migrazione di massa che muove dal sud al nord.

Questi processi rispondono anche ad attese e bisogni (i media a quelli del tempo libero, la migrazione a offerta di lavoro poco qualificato a basso costo), ma travalicano, e di molto, le richieste del sistema, per cui ci troviamo di fronte ad un abbozzo di società che per presenta vistose smagliature e una sua costante "non definizione". Siamo all'interno di un passaggio che diviene sempre pi evidente, sempre pi rilevante, senza che per si vada un approdo che certamente non può essere "statico", ma si vorrebbe, pur nella velocità del cambiamento, in qualche modo "stabile".

 

Il primo dato che emerge, da questa evoluzione, è una profonda crisi di "identità": le identità culturali e sociali appaiono tutte in crisi, strette tra le due opposte tendenze della dissoluzione e della riaffermazione, anche violenta, di sé.

 

Il risultato complessivo è che, a fronte di uno stato di benessere estremamente diffuso, l'incertezza e l'insicurezza sembrano diffondersi sempre di più. La conseguenza prima di questo processo è una forte spinta al "rinchiudersi in sé", una risposta che aggrava la crisi perchè acuisce il disagio sociale e mette ulteriormente in crisi quegli elementi di solidarietà che rendono forte una società. Inoltre, lo stesso funzionamento del sistema democratico appare tanto facilmente svuotabile dall'interno quanto più si diffondono questi comportamenti. E gli strati giovanili appaiono esposti a gravi rischi.

 

Ovviamente, tutto questo da luogo, poi, a momenti estremi, dagli atti di teppismo alla microcriminalità fino a forme di violenza insensata, tutte cose che i media, per la logica intrinseca ad un sistema di comunicazione di massa, amplificano e diffondono.

 

In sostanza, ci troviamo di fronte a fenomeni complessi, che intrecciano la dimensione oggettiva e quella soggettiva, "emozioni" che hanno una forte radice strutturale, per cui occorre evitare la scorciatoia di analisi semplicistiche e di comodo:

NON ci troviamo di fronte ad un dato nazionale o locale,

NON c'è un'unica causa,

NON è possibile individuare un solo colpevole,

NON si tratta di fenomeni di breve durata,

NON esistono al presente ricette o proposte per gestire questi fenomeni.

Soprattutto bisogna evitare che questi elementi divengano strumenti per pseudoterapie politiche che gruppi spregiudicati utilizzano ai fini di un'affermazione elettorale.

 

Tuttavia, bisogna anche riconoscere che "il cittadino" normale vive oggi uno stato di insicurezza che raggiunge con estrema facilità il livello di "paura", paura che, magari, non ha un oggetto specifico e una ragione adeguata, e che tuttavia trova nella realtà che ci circonda una spiegazione sufficiente. Il che non la giustifica e non la rende meno pericolosa. Il fatto che tali processi si svolgano essenzialmente a livello di "immaginario collettivo" li rende, se possibile, ancora più temibili: l'immaginario è ciò che seleziona in larga misura il nostro rapporto con la realtà e può portare ad esiti aberranti, come la storia del secolo scorso ha mostrato (a partire dalla Shoà). La paura, in particolare, cerca facilmente uno sfogo e una rassicurazione nella individuazione di un colpevole.

D’altra parte una gestione razionale della “paura” costituisce, a tutti i livelli, un problema. Non esistono più, oggi, proprio per quello che abbiamo detto, osservatori sociali complessivamente adeguati, ma se operatori dei vari settori, sensibili a questi problemi, propongono, sulle pagine di questo sito, riflessioni sul loro settore nella versione specifica canturina, confrontandosi sulla "paura", probabilmente qualche linea operativa si riuscirà a individuarla. Questa la speranza, questo è l'intento che giustifica il nostro invito.

(Areaperta - gennaio 2001)

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