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PEPPE
SINI
Devo fare una premessa: non sono un patito degli atti giudiziari, scritti
perlopiu' malissimo e al limite dell'intelligibilita'; potendo scegliere,
passerei il mio tempo a leggere i lirici e i tragici greci, con Dante e
Cervantes, Leopardi e Kafka, Hannah Arendt e Simone Weil. Ma, come a
tutti,
anche a me sono capitati da vivere tempi corruschi di armi e di stragi. E
qui finisce il prologo.
*
Avevo letto la motivazione della sentenza di primo grado del processo di
Perugia: la mia opinione e' che si poteva arrivare a una condanna di
Andreotti.
Avevo letto la domanda di autorizzazione a procedere inviata dalla Procura
al Senato: la mia opinione e' che si poteva arrivare a una condanna di
Andreotti.
Ho letto anche i libri sull'argomento della morte di Pecorelli usciti anni
fa, lavori giornalistici ma non disprezzabili: la mia opinione e' che si
poteva arrivare a una condanna di Andreotti.
E ho letto anche la raccolta degli scritti di Pecorelli pubblicati da
Franca
Mangiavacca in Memoriale Pecorelli dalla Andreotti alla Zeta, due volumoni
per piu' di mille pagine: la mia opinione e' che si poteva arrivare a una
condanna di Andreotti.
Ma ho letto anche i fascicoli originali di intere annate di "OP"
(per un
colpo di fortuna diversi anni fa ne trovai una copia rilegata grazie a un
amico rivenditore di libri usati): la mia opinione e' che si poteva
arrivare
a una condanna di Andreotti.
*
Ho letto anche la memoria della Procura di Palermo alla base del processo
sui rapporti tra Andreotti e la mafia (e' stata pubblicata, e merito
gliene
sia reso, dall'editore Pironti, in un volume di quasi mille pagine): la
mia
opinione e' che si poteva arrivare a una condanna di Andreotti.
Ho letto anche diversi dei molti libri, scritti perlopiu' da giornalisti,
ma
anche da studiosi e personalita' autorevolissime, sulle vicende oggetto
del
processo di Palermo: la mia opinione e' che si poteva arrivare a una
condanna di Andreotti.
E ho letto anche le opere - fondamentali - di Umberto Santino e i lavori -
fondamentali - della Commissione parlamentare antimafia quando la
presiedette Luciano Violante: la mia opinione e' che si poteva arrivare a
una condanna di Andreotti.
*
E fin qui sto parlando di letture.
Ma non sono solo un lettore. Sono da molti anni un militante politico
impegnato contro i poteri criminali e il regime della corruzione, e vivo
in
un luogo molto lontano dalla Sicilia, ma contrastare la mafia e i suoi
complici e' necessario anche qui nell'alto Lazio.
E sono stato per molti anni un pubblico amministratore impegnato contro la
mafia, in un luogo molto lontano dalla Sicilia, ma contrastare la mafia e
i
suoi complici e' necessario anche qui nell'alto Lazio.
E sono stato per molti anni uno degli animatori del principale settimanale
d'informazione di Viterbo impegnato contro la mafia, in un luogo molto
lontano dalla Sicilia, ma contrastare la mafia e i suoi complici e'
necessario anche qui nell'alto Lazio.
E questa esperienza mi ha condotto ad una convinzione che credo di avere
documentato in molti interventi, esposti, pubblicazioni, lungo migliaia di
pagine che ho scritto: che il sistema di potere andreottiano ha favorito
la
penetrazione mafiosa anche nell'alto Lazio. Significhera' pur qualcosa che
il boss Pippo Calo' per anni durante la sua latitanza abbia abitato nel
viterbese; e che Gaspare Mutolo sia arrestato a Montalto di Castro, in
provincia di Viterbo (e non la faccio piu' lunga qui, rinviando al mio
"Sistema di potere andreottiano e penetrazione dei poteri criminali a
Viterbo" riportato integralmente in questo stesso notiziario qualche
giorno
fa, nel n. 421 del 20 novembre).
Il capo degli andreottiani viterbesi, Rodolfo Gigli, ora deputato di Forza
Italia, volle querelare per diffamazione molti anni or sono un mio
articolo
dal titolo "La mafia a Viterbo", e mal gliene incolse: io venni
assolto, nei
miei confronti lui usci' duramente sconfitto in tribunale. Fa parte dei
paradossi di questo paese che io abbia vinto il processo, che la
magistratura mi abbia dato ragione, e che il capo degli andreottiani
viterbesi (uno dei massimi capi della DC a livello regionale, all'epoca
presidente della Regione Lazio e segretario regionale della DC, e parliamo
della regione al cui interno si trova Roma) sconfitto e smascherato in
tribunale abbia potuto continuare la sua carriera politica e progredirvi
fino al parlamento.
*
Sono contrario all'istituto del carcere; cosi' come l'umanita' ha saputo
superare altre forme penali piu' crudeli, penso che un ulteriore
miglioramento della civilta' umana portera' anche al superamento del
carcere. Ma sono favorevole al fatto che i delitti siano denunciati,
giudicati, sanzionati.
Non sono un perdonatore per conto terzi, e provo ripugnanza per chi si
dichiara tale; credo che il perdono sia una prerogativa esclusivamente
delle
vittime: solo la vittima puo' perdonare, se vuole, il suo carnefice; ma
quando le vittime sono state assassinate, gli assassini non possono piu'
essere perdonati da alcuno. Per questo chi ha eseguito o promosso o
giustificato o contribuito a uccisioni da se stesso si e' privato della
possibilita' di poter essere un giorno perdonato.
Non sono un giudice, non sta a me emettere sentenze. Ma sono un essere
umano, e per avventura un cittadino italiano, e so che la mia parola ha un
valore; e la mia opinione e' questa: che la sentenza emessa dalla corte
d'appello di Perugia in relazione all'imputato Andreotti vada rispettata.
E che quanti in questi giorni si sbracciano in favore di Andreotti, col
loro
sbracciarsi dimostrano una cosa soltanto: una cosa che non scrivero' qui,
poiche' tutti i gentili lettori e le gentili lettrici di queste righe
l'hanno gia' pensata da se'.
E adesso che cali il sipario.
GIUSEPPE
DI LELLO
[Questo intervento e' apparso sul quotidiano "Il manifesto" del
19 novembre
2002. Giuseppe Di Lello (per contatti: gdilello@europarl.eu.int), nato nel
1940, magistrato, membro con Caponnetto, Falcone, Borsellino e Guarnotta
del
pool antimafia di Palermo e firmatario con loro dell'ordinanza-sentenza
che
istrui' il maxiprocesso alla mafia che costitui' un punto di svolta nella
lotta contro i poteri criminali in Italia. Attualmente e' parlamentare
europeo. Opere di Giuseppe Di Lello: Giudici, Sellerio, Palermo 1994]
Si dice sempre che le sentenze si commentano solo dopo aver letto le
motivazioni, ma l'urgenza di una riflessione e un po' di senso pratico
possono farci azzardare, con il beneficio d'inventario, anche un commento
del dispositivo.
Giulio Andreotti dunque e' stato condannato quale mandante dell'omicidio
di
Mino Pecorelli e con lui e' stato condannato il vecchio boss mafioso Tano
Badalamenti. I giudici d'appello di Perugia, pero', hanno confermato
l'assoluzione di primo grado per tutti gli altri imputati, Vitalone, Calo',
La Barbera e Carminati, e cio' rende alquanto problematica la condanna dei
due "superstiti".
La struttura dell'accusa aveva una sua logica se riusciva ad incastrare
tutte le tessere del puzzle Pecorelli, con il senatore a vita ricattato
dal
giornalista fastidioso, con Vitalone che suggeriva una soluzione
definitiva,
con Badalamenti e Calo' che si incaricavano del "favore"
affidandolo per
l'esecuzione a La Barbera e a Carminati e cioe' a Cosa nostra e alla banda
della Magliana.
Le varie dichiarazioni dei pentiti di mafia e di mala, combinandosi e
scombinandosi tra di loro, non erano pero' risultate convincenti in primo
grado. Con la condanna di domenica sono ancor meno convincenti proprio
perche', come suggerisce il dispositivo, sembrano essersi ridotte
essenzialmente alle confidenze fatte da Badalamenti a Buscetta: l'omicidio
come favore fatto dalla mafia ad Andreotti.
Eliminati sia gli intermediari tra Andreotti e Badalamenti sia quelli tra
Badalamenti e gli ignoti esecutori, resta solo la parola di Buscetta:
insufficiente per una condanna.
E non credo che varrebbe a rinforzarla nemmeno la "regola"
mafiosa secondo
cui questi criminali, quando parlano tra di loro, hanno l'obbligo di dire
la
verita'. Le guerre di mafia insegnano che l'inganno, il tradimento,
l'agguato favorito sempre con la collaborazione dell'amico piu' caro della
vittima, sono essi si' la regola, mentre la sincerita' e' l'eccezione.
Non vorremmo insomma poter dire, alla lettura della motivazione, che
Buscetta sta ad Andreotti come Marino sta a Sofri, entrambe le accuse
essendo sostenute dalla parola di un pentito senza riscontri.
Condanna che dunque lascia perplessi, ma e' una perplessita' solo tecnica:
come al tempo delle assoluzioni, cosi' ora il nostro giudizio politico su
Andreotti rimane immutato. Lo scempio di vite umane e di democrazia
consumatosi in Sicilia nel corso di decenni e' stato possibile
"grazie"
anche al cinismo politico-criminale con il quale la Dc, e la famiglia
politica di Andreotti-Lima-Salvo in particolare, hanno accettato la mafia
come componente essenziale del loro blocco di potere: non sara' una
decisione assolutoria di un organo giudiziario ad indebolire questo
giudizio, ne' sara' una condanna a rafforzarlo.
Ovviamente Berlusconi si affrettera' (anzi, si e' gia' affrettato) a
strumentalizzare questa sentenza per tentare di dare la spallata
definitiva
all'indipendenza della magistratura.
Appare pero' sempre piu' scopertamente fasullo un teorema che reputa
"giusti" i giudici che assolvono o scarcerano e
"comunisti" quelli che
arrestano o condannano, ulteriormente smentito dalla retata dei giudici
cosentini a danno dei giovani disubbidienti. Attenzione, perche' anche da
destra, e proprio sull'onda dei fatti di Cosenza, qualcuno potrebbe
tentare
di recuperarci all'interno di una santa alleanza contro la magistratura
presentata sempre piu' inaffidabile, dai processi a Berlusconi all'arresto
dei no global, passando per la condanna di Andreotti.
Ma l'indipendenza della magistratura e' un valore essenziale per la tenuta
della democrazia e le nostre critiche delle singole sentenze o dei singoli
provvedimenti servono a difenderla e ad accrescerla, senza lasciarsi
sconfiggere dal timore di poter cosi' contribuire a delegittimare l'ordine
giudiziario. Le critiche della destra servono, invece, solo a ridurla o
eliminarla per avere una magistratura ancella del potere e pronta a dare
una
mano al suo disegno politico-sociale.
A Cosenza e' stato fatto un errore di ortografia giudiziaria e per
correggerlo il centrodestra potrebbe strumentalmente cercare a sinistra
alleati contro l'indipendenza della magistratura. E' piu' probabile, pero',
che lo schema cosentino - con meno errori maldestri - venga ritenuto
"idoneo" a contrastare il movimento, anche se per attuarlo su
larga scala ci
vorra' l'aiuto di un pubblico ministero sottoposto all'esecutivo e di una
magistratura meno indipendente.
Chissa se il vecchio Andreotti non sia capace, con la sua condanna, di
offrire un ulteriore contributo alla nobile causa del cavaliere erede del
Caf?
LIDIA
MENAPACE
Quello che verro' dicendo non e' stato confrontato con una sinossi degli
eventi, che quindi non si succederanno in ordine cronologico, ma per
somiglianze, cenni, echi: e i filoni di pensiero che ripercorrero' hanno
una
loro coerenza, almeno per me, anche se non saprei connetterli se non per
quel che a me pare il loro intrinseco nesso. Molte cose restano
indimostrate
e non provate, ma per l'appunto sto facendo una riflessione, non una
dimostrazione matematica o un esperimento scientifico; una espressione di
pensiero politico, non un processo. Basta quella che vien chiamata
certezza
morale, una delle forme della certezza umana.
*
Parto da: "sto facendo una espressione di pensiero politico, non un
processo". Uno dei punti di maggior dissenso con l'opinione diffusa a
sinistra negli scorsi anni e' che a me l'insieme di eventi denominato
sbrigativamente "Mani pulite" non e' mai piaciuta e l'ho
considerata una
operazione di dubbio senso.
Nella politica italiana (e non solo in quella del resto) i reati, il
malaffare e persino il delitto sono certo presenti: gli stati sono dotati
addirittura di strumenti detti "servizi segreti" autorizzati a
compiere
azioni criminali: vi e' nella forma dello stato tale violenza e
machiavellismo intersecati che fino a quando non troveremo un'altra forma
di
azione politica organizzata, e avvieremo il deperimento dello stato, non
se
ne potra' fare a meno.
Quando parlo di stato sociale e di stato militarista e dico che sono
antagonisti o almeno incompatibili, mi riferisco appunto al fatto che se
c'e' lo stato sociale quello militarista langue e si debbono fare delle
politiche di mediazione internazionale; se lo stato e' militarista lo
stato
sociale va a farsi benedire (come vediamo ogni giorno) e il segreto di
stato
dilaga e la democrazia ammala.
Una forma speciale di stato violento e' quella governata dai magistrati:
il
governo dei magistrati e' uno dei peggiori perche' intrinsecamente
conservatore, dato che i magistrati per professionalita' debbono applicare
le leggi vigenti e non spetta loro modificarle.
Scrissi- mi ricordo - su "Avvenimenti" che "Mani
pulite" avrebbe screditato
la politica e la magistratura perche' anche i magistrati sbagliano e si
sarebbe messo sotto accusa anche cio' che non puo' essere passato in
tribunale, cioe' un assetto politico.
La supplenza della magistratura rispetto alla politica non e' meno
scorretta
della supplenza economica o religiosa.
*
Cio' premesso (che ora non commento), ho d'altra parte sempre sperato che
Andreotti fosse innocente dei sospetti e accuse che lo mescolano con fatti
di sangue come l'omicidio Pecorelli e l'altro strano suicidio di un
ingegnere dell'Eni, mi par di ricordare, avvenuto subito dopo una visita
fatta a lui.
A me Andreotti e' sempre parso un machiavellico puro di tipo cattolico,
quello cioe' nella versione dei gesuiti che introducono la "ragion di
stato"
come giustificazione di azioni inique: a differenza di altri, come gli
attuali reggitori, che mi sembrano piuttosto guicciardiniani, cioe'
intenti
al loro particulare.
Inoltre sarebbe davvero un abisso di iniquita' quello che dovremmo leggere
nella vita di Andreotti, un uomo la cui pratica religiosa, sia pure non
ostentata, e' pero' nota tenace e continua.
In piu' pensare che uno, stato presidente del Consiglio, ministro di quasi
tutti i ministeri, sottosegretario di De Gasperi a 25 anni, sia uno che
commissiona esecuzioni, mi ripugna davvero. Credo che il tribunale di
Perugia abbia emesso un verdetto strampalato (un omicidio del quale sono
condannati i mandanti e non gli esecutori), perche' i magistrati non sono
riusciti a convincere la giuria, che - come dice lo stesso Andreotti - non
conosce altri climi politici. Per questo scrivera' un dispositivo di
sentenza, che la Cassazione possa cancellare. Sarebbe in tono con tutto il
machiavellismo della vicenda, ma darebbe un sostegno a mutare lo stato, a
cominciare a farlo deperire, non invece uno spunto al disprezzo per la
politica e una spinta alla disperazione passiva, tanto piu' pericolosa e
incubatrice di avventure reazionarie. Lo spero.
LUCIANO
BENINI
Dopo essere stato il protagonista assoluto, per 50 anni, della politica
italiana, Andreotti e' stato accusato in due distinti procedimenti
giudiziari di essere in rapporti con la mafia (il famoso bacio a Toto'
Riina
ne simboleggerebbe - se dimostrato - il legame col potere mafioso) e di
essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, allora
direttore della rivista "OP".
Nella sentenza di primo grado del processo di Palermo e' scritto che sono
stati dimostrati, al di la' di ogni dubbio, gli stretti legami fra
Andreotti
e la mafia, ma non essendo stato possibile dimostrare specifici fatti di
rilevanza penale Andreotti e' stato assolto: una sentenza dunque di
assoluzione sul piano penale ma di totale condanna sul piano politico.
Nel processo per l'omicidio Pecorelli Andreotti, dopo essere stato assolto
in primo grado, ora e' stato condannato a 24 anni di carcere.
Quasi l'intera prima Repubblica, ma anche spezzoni consistenti della
seconda
(ammesso che ci sia una seconda Repubblica, visto che il cosiddetto
"Polo
delle liberta'" ha assunto l'eredita' della parte peggiore della
prima, e
che anche buona parte del centro sinistra e' figlio di quel periodo) si
sono
subito lanciati in dichiarazioni di stupore, incredulita' e indignazione
per
la sentenza di condanna, esprimendo piena solidarieta' al senatore.
E' chiaro il perche' di tante unanimi dichiarazioni: se Andreotti e'
davvero
colpevole, che figura politica ci fanno tutti coloro che per decenni con
Andreotti hanno strettamente collaborato o, dall'opposizione, lo hanno
comunque considerato un interlocutore credibile e un abile e valido
politico?
*
Io non so se davvero Andreotti e' il mandante dell'omicidio Pecorelli, e
se
e' stato il principale referente politico della mafia. Ma per certo molto
potere ha avuto e quindi molte altre cose ha commesso come principale
politico italiano per 50 anni. Si dira' che la responsabilita' penale e
quella politica sono cose ben diverse: e' vero, ma anche un giudizio
politico e morale su cinquant'anni di potere in Italia puo' esere dato e
va
dato.
Vi raccontero' un fatto di cui sono stato testimone diretto a meta' degli
anni '80.
Erano gli anni in cui, con la responsabilita' primaria di Andreotti
Presidente del Consiglio, Ministro della Difesa o Ministro degli Esteri,
l'Italia vendeva sistemi d'arma contemporaneamente ad Iraq ed Iran in
guerra
fra loro: una guerra costata piu' di due milioni di morti. Per aver
accusato
i governi italiani di questi immondi traffici, padre Alex Zanotelli fu
cacciato dalla direzione di "Nigrizia", la prestigiosa rivista
dei
comboniani, che comunque hanno continuato a denunciare il ruolo
dell'Italia
nelle guerre di mezzo mondo.
A quel tempo andai al convegno annuale di Mani Tese, a Firenze. Mani Tese
era, ed e', una delle piu' importanti e significative associazioni
impegnata
nella cooperazione coi paesi impoveriti del Sud del mondo.
Al convegno era stato invitato Andreotti, all'epoca non ricordo se
presidente del consiglio o ministro degli esteri. Qui occorre una
precisazione: nel 1976 Mani Tese aveva subito una scissione "a
sinistra":
una parte dei suoi aderenti se ne era uscita accusando l'associazione di
essere troppo sbilanciata sul versante degli aiuti e poco
"politica", poco
impegnata, cioe', nella lotta alle cause del sottosviluppo.
Probabilmente Andreotti si aspettava di trovarsi di fronte alla solita
platea di cattolici addomesticati, ai quali raccontare qualche storiella e
cavarsela con battute piu' o meno intelligenti. Le cose andarono molto
diversamente.
Piu' di mille persone, rappresentanti di decine e decine di associazioni
di
volontariato del mondo cattolico, lo accolsero srotolando uno striscione
che
chiedeva di fermare il commercio delle armi e proponeva l'obiezione di
coscienza al militare. Quando inizio' il dibattito, ricordo gli interventi
del carissimo Graziano Zoni, allora presidente di Mani Tese e oggi
presidente mondiale di Emmaus, di Gigi Bobba, oggi presidente nazionale
delle Acli, di Tonino Drago e altri che gli contestarono puntigliosamente
la
vergognosa politica estera italiana che affamava i piu' poveri uccidendo
milioni di persone nel Sud del mondo, la vendita di armi ai paesi in
guerra
(pochi sanno che la guerra del Biafra degli anni '60 fu combattuta
principalmente con armi italiane esportate con l'autorizzazione dal
governo
italiano, nel quale c'era gia' Andreotti), il sostegno a dittatori di
mezzo
mondo fra i quali, in particolare, Saddam Hussein.
Andreotti non si aspettava accuse cosi' precise e circostanziate, avanzate
proprio dall'associazionismo cattolico: sbianco' in volto, balbetto',
ingenuamente nego'. Io ero nelle prime file: vidi allora quel volto
sgomento
e incredulo che gli italiani non avevano mai visto e che per la prima
volta
videro solo dieci anni dopo, al momento delle accuse ad Andreotti di
essere
in rapporti con la mafia. Per uscire da quella situazione Andreotti,
negando
tutto, affermo' che avrebbe portato le prove di cio' che diceva: cosa che
ovviamente non poteva fare e infatti non fece. Anzi. La controprova si e'
avuta nel 1991 quando nonostante i ripetuti appelli del Papa contro una
soluzione militare nella crisi del Golfo, il Parlamento italiano ha
approvato la partecipazione italiana ai bombardamenti sull'Iraq chiesta
proprio dal governo presieduto da Andreotti. Una guerra che e' costata
subito la morte di decine di migliaia di bambini iracheni e un milione di
morti poi, col successivo embargo.
Non e' un caso se Don Giuseppe Dossetti ruppe un silenzio durato decenni
affermando con forza proprio il rifiuto di qualunque guerra e la difesa e
la
valorizzazione della Costituzione.
Fra Andreotti e De Gasperi da una parte, Dossetti e La Pira dall'altra, ci
sono due concezioni di cristiani in politica antitetiche e incompatibili.
Come per Priebke, come per Pinochet, mi auguro che Andreotti non faccia un
solo giorno di carcere: ma la storia, e i giovani, devono sapere quale e'
stata la vera vicenda politica che si e' snodata in Italia dal dopoguerra
ad oggi. Perche' i giorni che ci si parano innanzi sembrano totalmente
dimentichi di questi avvenimenti, e preparano nuove guerre e nuovi lutti.
LUCIANO
VIOLANTE: DODICI TESI SULLE MAFIE ITALIANE
[ Le "dodici tesi" seguenti sono estratte da Luciano Violante,
Non e' la piovra. Dodici tesi sulle mafie italiane, Einaudi, Torino 1994.]
Tesi 1. La mafia non e' una piovra, ne' un cancro. Non e' ne' misteriosa
ne'
invincibile. Per combatterla efficacemente e per vincerla occorrono
analisi
razionali. E' fatta di uomini, danaro, armi, relazioni politiche e
relazioni
finanziarie. E' costituita essenzialmente da tre grandi organizzazioni
criminali, Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra, e da un'organizzazione
minore, la Sacra Corona Unita, che e' radicata in Puglia. Queste
organizzazioni hanno in comune il controllo del territorio, i rapporti con
la politica e l'internazionalizzazione. Questo le differenzia dalle comuni
forme di criminalità organizzata.
*
Tesi 2. La principale organizzazione mafiosa e' Cosa Nostra, con circa
5.000
affiliati. Ha un esteso radicamento sociale, un'organizzazione
paramilitare,
illimitate disponibilita' finanziarie. Controlla minuziosamente il
territorio sul quale opera. La sua forza e' determinata dal rapporto con
la
politica. La regola fondamentale e' l'utilitarismo. La strategia e'
costituita dall'espansione illimitata. Cosa Nostra e' uno Stato nello
Stato
e agisce come una componente eversiva armata.
*
Tesi 3. La camorra agisce prevalentemente in Campania; e' costituita da
centinaia di bande, con quasi 7.000 affiliati, che si compongono e si
scompongono con grande facilita', a volte pacificamente, altre volte con
scontri sanguinosi. La camorra ha una storia antichissima e un carattere
prevalentemente mercenario. Ha manifestato una grande capacita' di
condizionamento dell'economia e delle amministrazioni locali.
*
Tesi 4. La mafia calabrese si chiama 'ndrangheta. Essa ha caratteristiche
proprie che la fanno apparire anomala tanto rispetto a Cosa Nostra quanto
rispetto alla camorra. Mantiene aspetti arcaici insieme a innovazioni di
straordinaria modernita'. Ha il quasi monopolio del traffico d'armi, conta
circa 5.600 affiliati, sul proprio territorio riesce a mantenere livelli
di
impunita' elevatissimi, superiori a quelli di Cosa Nostra. E'
l'organizzazione mafiosa piu' presente nel nord del Paese.
*
Tesi 5. La Puglia e' il "cortile di casa" delle tre mafie
principali. Vi
operano diverse forme di criminalita' organizzata di tipo mafioso; la piu'
importante e' la Sacra Corona Unita. Essa trae origine dal mutamento
strutturale di organizzazioni malavitose locali venute a contatto, agli
inizi degli anni Ottanta, con la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e,
grazie al soggiorno obbligato, con esponenti di Cosa Nostra. E' un tipico
esempio di crescita incontrastata di un'organizzazione mafiosa che avrebbe
potuto essere bloccata con una ordinaria e tempestiva azione giudiziaria e
di polizia. Il fenomeno, nonostante le reiterate denunce della Commissione
antimafia, a partire dalla prima meta' degli anni Ottanta, ha potuto
espandersi senza ostacoli sino a raggiungere una pericolosita'
considerevole.
*
Tesi 6. Il carcere costituisce per le organizzazioni mafiose il
prolungamento del loro territorio. Non 'e' alcuna possibilita' di
sconfitta
della mafia se non si attua una rigida separazione tra mafiosi detenuti e
mafiosi in liberta'. Percio' e' necessario mantenere l'efficacia
dell'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che stabilisce
particolari controlli sui detenuti pericolosi.
*
Tesi 7. Il potere delle mafie moderne nasce essenzialmente da alcune
grandi
decisioni pubbliche. Ci sono, al di la' della storia specifica di Cosa
Nostra e del suo ruolo ai tempi dello sbarco alleato in Sicilia, scelte
pubbliche di natura politica o economica, che hanno schiacciato il
Mezzogiorno, hanno premiato classi politiche dirigenti locali fragili e
delegittimate e sono state attuate con la tolleranza dei ceti
imprenditoriali.
Questo fenomeno ha prodotto l'integrazione della mafia nel sistema
economico
e politico e ha dato luogo ad estese pratiche corruttive. La corruzione,
nel
processo espansivo della mafia, si e' rivelata piu' importante del ricorso
alla violenza.
*
Tesi 8. Logge massoniche "deviate" costituiscono il tramite piu'
frequente e
piu' sicuro nei rapporti tra mafia e istituzioni. Per mezzo di queste
logge,
in particolare, la mafia cerca di "aggiustare" i processi che la
riguardano.
Esponenti delle logge massoniche, a loro volta, hanno chiesto in diverse
occasioni la partecipazione di Cosa Nostra a vicende criminali ed
eversive.
Il terreno d'incontro tra la mafia e queste logge e' costituito dai comuni
interessi antidemocratici.
*
Tesi 9. Le leggi contro la mafia ci sono. E' necessario apportare alcune
correzioni; ma in questa fase non servono altre leggi. Serve invece un
forte
indirizzo politico per ottenerne dagli apparati dello Stato la piu'
puntuale
osservanza. E' grave piuttosto che le leggi contro la mafia siano state
approvate solo dopo grandi omicidi, come se la classe politica dirigente
dovesse essere costretta dagli avvenimenti a fare queste leggi e non
avesse
mai avuto una propria autonoma strategia antimafia. Tra le diverse leggi,
una delle piu' efficaci e' quella che stabilisce forti riduzioni di pena
per
i cosiddetti "pentiti" inducendo i mafiosi a rompere l'omerta' e
a
collaborare con lo Stato contro le organizzazioni di appartenenza.
*
Tesi 10. La Federazione Russa costituisce oggi, per la crisi economica,
per
la fragilita' politica e per la difficolta' a darsi regole e farle
osservare, un nuovo terreno di insediamento delle grandi mafie dei diversi
Paesi, comprese le mafie italiane. Questi insediamenti possono arrecare
danni particolarmente gravi e inediti perche' la Russia e' una potenza
nucleare e perche' senza una radicale azione di contrasto, concertata tra
tutti i Paesi interessati, quel territorio potrebbe diventare una sorta di
colossale "citta' aperta" alle mafie di tutto il mondo.
*
Tesi 11. La mafia, grazie ad un volume di affari che si aggira attorno ai
69.000 miliardi l'anno, puo' distruggere il mercato sostituendo con i
propri
imprenditori gli imprenditori onesti, rapinando le ricchezze nazionali,
inquinando irrimediabilmente il sistema bancario e finanziario. La difesa
del mercato dalle organizzazioni mafiose ha per la democrazia un valore
analogo alla difesa delle istituzioni dello Stato.
*
Tesi 12. Risultati definitivi nella lotta contro la mafia possono
ottenersi
soltanto se all'azione repressiva contro le organizzazioni mafiose si
accompagnano interventi sociali per garantire i diritti fondamentali dei
cittadini. Sinora la lotta contro la mafia ha avuto un andamento pendolare
proprio perche' la repressione non e' stata affiancata da un'azione di
risanamento. I nostri successi saranno definitivi se sapremo rompere tutti
i
rapporti tra mafia e politica e realizzare le riforme sociali. Accanto
all'antimafia dei delitti deve affermarsi l'antimafia dei diritti, fondata
sulla costruzione di condizioni economiche e sociali dignitose per tutti.
La
mafia e' il nostro principale fattore di arretratezza
APPELLO:
ANDREOTII NON E' SOPRA LA LEGGE
In
seguito alla sentenza di condanna a carico del senatore a vita Giulio
Andreotti, diciotto parlamentari del Comitato "La legge e' uguale per
tutti"
hanno firmato un appello in difesa dell'autonomia e dell'indipendenza
della
magistratura.
"Crediamo che una legge uguale per tutti sia alla base della
convivenza
civile in un sistema democratico e su questo presupposto ci siamo mossi in
questi mesi. Davanti ai clamori e alle polemiche conseguenti alla condanna
in secondo grado del senatore Andreotti, riteniamo di dover ribadire che
un
sistema democratico deve basarsi sul bilanciamento dei poteri, nel quale
ogni mandato si deve esplicare nel pieno rispetto di tutte le regole, e
che
quindi nemmeno l'investitura del voto popolare puo' essere considerata
prevalente e in questa ottica consideriamo che sia patrimonio inviolabile
l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura.
Ripetuto che per tutti la presunzione di non colpevolezza deve essere
totale
fin al compimento del giudizio, crediamo che non si possa usare il caso
specifico per alimentare una polemica sulla credibilita' della
Magistratura
e quindi scardinare l'ordinamento costituzionale, cosi' come crediamo che
il
caso specifico non possa essere indicato come sintomo di malessere, crisi,
non funzionamento o quant'altro della Magistratura.
Ad esempio, non si tratta di un disinvolto, arbitrario, interessato
procedere di un Pm, ma si tratta di un giudizio emesso da un collegio
composto anche da giudici popolari, di una decisione specifica che puo'
essere anche "sbagliata" ma comunque si tratta di una decisione
che deve
essere accettata, puo' essere modificata e corretta, e puo' essere non
condivisa e discussa, auspicabilmente alla luce di tutti gli elementi e
quindi a sentenza depositata, nel pieno rispetto e nell'accettazione delle
regole democratiche che abbiamo prima richiamato.
Una sentenza che viene modificata in appello non e' sintomo di una
patologia
del sistema giudiziario, ma e' la prova del suo funzionamento.
Si continua a parlare di giustizia senza dire cosa si vuole cambiare.
C'e' il legittimo sospetto che continueremo a discutere di progressivi
ridimensionamenti della Magistratura anziche' affrontare i veri problemi
della giustizia per tutti. Lo diciamo anche da garantisti, ma ancora una
volta le garanzie debbono essere per tutti e non solo per alcuni.
Abbiamo invece assistito ad una serie incredibile di straripamenti, di
aprioristiche assoluzioni politiche, di inammissibili giudizi di chi
riveste
cariche istituzionali, di accuse, evidentemente interessate, di processi
televisivi,
che peraltro sono un privilegio soltanto di alcuni condannati,
che nei fatti sono diventati solamente, per testo e contesto, attacchi
alla
magistratura".
Per ulteriori adesioni: m.acciarini@ senato.it, a.battisti@senato.it
Sen. Maria Chiara Acciarini, sen. Alessandro Battisti, sen. Daria
Bonfietti,
on. Valerio Calzolaio, on. Francesco Carboni, sen. Renato Cambursano, sen.
Mario Cavallaro, sen. Nando Dalla Chiesa, sen. Bruno Dettori, sen. Tana De
Zulueta, sen. Anna Donati, on. Giovanni Kessler, sen. Marina Magistrelli,
sen. Achille Occhetto, sen. Pierluigi Petrini, on. Roberta Pinotti, sen.
Albertina Soliani, sen. Gianpaolo Zancan.
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