LE PAROLE SONO PIETRE 

C'è qualcosa nell'aria che mi rende sempre più depresso. E non credo che sia la vecchiaia.
La complessità dei problemi che abbiamo di fronte richiede, se il sistema deve restare democratico, cittadini molto avvertiti della realtà o almeno dei loro interessi. Ma questo non mi sembra affatto che accada. Sono pessimista? Ho un ricordo di vari anni fa, all'inizio della catastrofe della Jugoslavia. Un addetto alle autostrade della neonata repubblica della Slovenia faceva passare gratis tutte le macchine con questa brillante affermazione: nella Jugoslavia le autostrade si pagavo, nella nuova Slovenia sono gratis. In sostanza, diceva che stava per diventare disoccupato, ma certamente non si rendeva conto di dirlo. Credo che, per sua fortuna, le autostrade slovene si paghino ancora, ma non è questo il punto.
Potrei fare su alcune recenti vicende italiane, ad esempio sulle pensioni o sulle tasse, esempi molto più crudi di come è possibile non avere una chiara percezione dei propri interessi, di chi davvero guadagna e di chi davvero perde con certe iniziative, così come potrei collegare il tutto alla vicenda argentina, per vedere come un paese civile, in mano ad una classe politica notoriamente corrotta e tuttavia sostenuto da una maggioranza dell'elettorato, può arrivare alla catastrofe perché fino alla fine tutti o non vedono o fanno finta di non vedere. Ma in questo caso dovrei scrivere un trattatelo, in secondo luogo potrei dare l'impressione di fare un discorso che collega elementi diversi per ragioni puramente strumentali. Preferisco quindi proporre una riflessione più astratta forse, ma anche più radicale su uno dei fattori importanti di questa deriva: il linguaggio
Le parole non hanno più alcuna stabilità: tritate nel frullatore dei media finiscono con l'essere usate da tutti, e alla fine anche da noi, non come uno strumento di comunicazione o, meglio ancora, come un veicolo principe per il nostro rapporto con la realtà, ma per tutt'altro. Così il nostro modo di vedere il mondo risulta deformato: noi pensiamo sulla base di quello che siamo in grado di dire. Un linguaggio deformato deforma il mondo in cui viviamo. E questo ha un enorme peso politico.
Il primo grosso segnale di questa situazione è apparso anni fa: dopo il successo di Berlusconi, nelle elezioni del 1994, alcuni dei suoi consiglieri spiegarono come avevano preparato il programma. Già il fatto stesso che potessero sfacciatamente dirlo è preoccupante, in quanto conferma che, di fronte alla complessità dei problemi, si può contare sulla disattenzione dei più: certi temi sfuggono del tutto all'attenzione dell'opinione pubblica che pure è coinvolta.
La prima operazione fatta per stendere il programma di Forza Italia era stata quella di graduare un certo numero di parole "chiave", per vedere quelle che venivano percepite in modo più positivo, quelle cioè che avevano un maggior indice di gradimento, si è poi fatta ruotare la "proposta politica" intorno a queste parole. D'altra parte, basta prendere termini come "Democrazia Cristiana" e "Forza Italia" per avvertire la differenza tra un nome che vuole esprimere alcuni valori e uno che pensa solo al consenso. Il guaio è che, in questo contesto, anche espressioni che potrebbero indicare valori, come "Casa delle libertà", sono frutto della stessa tecnica di marketing. Così le parole non esprimono più quello che pensa chi le propone, ma solo l'effetto che si ripromette di ottenere. E che ottiene, tanto più quanto più le questioni sono complicate e il "consumatore", in questo caso di politica, è disattento.
L'esempio più recente l'ho avuto con l'attentato terroristico. Non voglio, nemmeno in questo caso, affrontare la questione della guerra e dell'iniziativa politica. Dico che quando giornalisti esperti, che quindi sanno meglio di me il valore della parole e il senso delle contraffazioni, dicono e scrivono ripetutamente di un "bombardamento" delle Torri, usano coscientemente un'espressione errata. Perché non c'è stato alcun bombardamento, ma un'azione terroristica, che resta tale qualunque sia il mezzo usato.
Se si parla di "bombardamento" è per stabilire subito un parallelo con Pearl Habor e così dire che la guerra è già stata cominciata "dagli altri". Ora, si può sostenere che la guerra in Afghanistan è giusta o sbagliata, ma non si può e non si deve trasformare un attacco terroristico in un atto di guerra, perché poi tutto si confonde con tutto. Chi è il nemico? Quando si potrà dire di aver vinto questa guerra? Insomma, nella nebbia tutto diviene indistinto e tutto diviene lecito. Lo è in funzione di una "guerra infinita"?
Così mi capita di sentir dire che i nostri soldati sono in Afghanistan per difendere la nostra libertà. Ora, che la parola libertà sia "bella" non ci sono dubbi, ma proprio per questo usarla a sproposito è doppiamente sbagliato: Si può dire che sono in Afghanistan per aiutare la cattura dei terroristi, che sono in Afghanistan per aiutare la costruzione di un sistema politico democratico ("si può dire"; che poi sia vero o falso, corretto e sbagliato è tutta un'altra questione) ma la nostra libertà non è, in questo momento, in gioco lì, ma molto e molto di più nelle leggi che il parlamento italiano e, guarda caso, il parlamento americano hanno approvato e/o stanno approvando. Così, come ogni buon prestigiatore sta, bisogna fare in modo che il "pubblico" guardi là in modo che qua si possa fare il trucco.
Gli esempi potrebbero continuare: a me interessa solo convincere il lettore ad usare le parole nella loro accezione e a stare attento a come le usano gli altri, e soprattutto i potenti della terra. Che non sono necessariamente i politici: sono, anche più spesso, i media.
Le parole sono pietre, sono armi: come tali sempre più vengono usate. E chi soccombe nemmeno se ne accorge.

 

Maurizio Migliori

(Graffiti    Gennaio -Febbraio 2002)

 

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