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POSTDEMOCRAZIA (appunti per il dibattito del 22.01.04) di Maurizio Migliori |
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Il
titolo di questo incontro è stato preso da un recente volume di Colin
Crouch, edito da Laterza, un pamphlet che ha il merito indubbio di
invitarci a riflettere sull'evoluzione della democrazia nei paesi
occidentali, fornendo un quadro preoccupato che la parola "post
democrazia" ben espri-me. Sembra infatti necessario riflettere su
questo tema per due ragioni di fondo. Ora, la prima riflessione che va fatta, a mio avviso, è che il concetto di democrazia ha varie co-niugazioni, per cui bisogna subito distinguere tra diversi concetti di democrazia, non alternativi ma diversi. E parlo di "vere visioni della democrazia", non di cedimenti mascherati a questa idea come a un male minore, cosa che vari nemici della democrazia possono tranquillamente fare. C'è una visione liberale della democrazia, a cui interessa essenzialmente la formalità che carat-terizza questo sistema, e quindi il suo modello di regole: elezioni, separazioni dei poteri, leggi come strumento forte e garante di un equilibrio tra alcune élites che si misurano per avere il vo-to del popolo e che, su questa base, hanno il diritto di legiferare e/o governare per il periodo lo-ro concesso dalla Costituzione C'è una visione "democratica" (o liberal, in ambito anglosassone) della democrazia, che ha una grande attenzione al problema della partecipazione e quindi si pone il tema del rapporto tra realtà e formalità; il popolo deve davvero andare a votare, deve davvero scegliere, per cui le éli-tes devono essere fortemente controllate in modo da non prevaricare, i poteri devono essere davvero separati, con tutta una serie di leggi e di vincoli che la visione liberale trova "astratti" e contrari al diritto dei singoli e dei gruppi. C'è poi una visione "egualitaria" della democrazia, che parte non dalla formalità e dalla natura del sistema politico, ma dai rapporti sociali che vuole modificare, per cui richiede analoghe mo-dificazioni del sistema democratico stesso, allargando lo spazio di potere concesso al popolo e alla società, con limiti alla delega, forme dirette di decisione, e via dicendo. Se questa tripartizione ha qualche senso, emerge con chiarezza la necessità di capire su quale terreno si svolge una riflessione, perché, ad esempio, se ci si muove sul terzo terreno, che è il mio, il primo è sempre sotto attacco e sotto durissimo attacco, fin quasi a poter sostenere che quella è una "quasi non democrazia". La cosa non stupisce: trattandosi di paradigmi diversi, an-che se spesso ci sono le stesse cose, queste hanno un ruolo e un significato altrettanto spesso fortemente diverso. Ma questo valeva venti anni fa tanto quanto oggi: nulla ci dice delle trasfor-mazioni in atto. Proprio per questo non svolgerò riflessioni a partire da quello che penso io, sia per confermare il mio costante rinnovato disprezzo per questa ridicola paroletta che è "IO" e per le forme dila-ganti di individualismo piccolo-borghese, come si diceva una volta, sia perché credo che questo sia un esercizio che, in una società complessa e multiculturale, occorre assolutamente imparare a fare: non partire da sé e da quello che si pensa ma prendere un sistema di pensiero, un para-digma interpretativo, e vedere a che cosa porta. Questo procedimento deve essere fatto sia per il/i proprio/i sistema/i di riferimento sia per quello altrui, perché a questo punto si può dare un giudizio che non parte da sé, ma da quel modello stesso (Bloch diceva che solo un buon ateo può essere un buon credente e solo un buon credente può essere un buon ateo; questo lo di-ceva già molte decine di anni fa…). Per
questo parto dal punto di vista liberale, cosa che mi riesce facile
perché non credo affatto, e non ho mai creduto, che questo livello vada
negato, tutt'altro. Così e solo così, se a livello libe-rale dovesse
emergere una crisi della democrazia, potremmo davvero dirci preoccupati
che la democrazia sta transitando ad un'altra cosa e che quindi questa
serata non parla del sesso de-gli angeli o di cose da intellettuali. Qual è una delle convinzioni di fondo del liberale? Che ci sono varie élites e che il parlamento è un luogo deputato alla mediazione e allo scontro tra queste élites, in modo da evitare guai peg-giori. Questo è evidentissimo nella storia inglese: dopo la grande rivoluzione del '600, la decapi-tazione del re e la "instaurazione" di un regime via via sempre più chiaramente di monarchia costituzionale (senza costituzione, perché essendo il primo esempio non "sapevano" di averne bisogno…) non c'è stato più alcun moto veramente rivoluzionario e il Parlamento ha funzionato nel senso detto. La pressione si è tutta incanalata in modo da avere una rappresentanza ade-guata nel Parlamento stesso, luogo della mediazione politica tra élites. Lo stesso movimento operaio, in questo senso, ha operato come una elite e si è data una elite. Basta pensare ai partiti socialisti e al loro dibattito, pensate a Gramsci, sono chiaramente delle élites che si assumono un compito di rappresentanza di una classe sociale che è presentata essa stessa come élite, una élite tanto particolare che doveva cambiare il mondo. Ma questo modello implica che esistano varie elite in conflitto tra loro; agrari, industriali, intellet-tuali, religioni, classe operaia, sistema informativo (il quarto potere), rappresentanti dei vecchi ceti magari legati alla monarchia o all'esercito, eccetera. Ora
noi parliamo da decenni di scomparsa delle appartenenze sociali forti e di
fine delle grandi narrazioni, per cui non dovrebbe affatto stupirci la
scomparsa, o se si preferisce, la crisi radicale di questa concetto di
élites. Però a fronte della crisi di appartenenza generalizzata, che
frantu-ma le tradizionali élites, non si sostituisce solo una
multiappartenenza, che c'è ed è vera, ma anche l'affermarsi forte di una
unica élite, che tiene, e di un unico sistema di valori: l'élite
eco-nomico-finanziaria appare di gran lunga l'unica forte e dominante, in
grado di pesare. Il sistema di valori e la funzionalità sociale sono del
tutto appiattiti sul denaro e le altre élites sono divenu-te più o meno
tutte subalterne, quando non direttamente "comperate" da quella.
L'azienda è il modello di riferimento; le classi sociali pesano sempre
meno e comunque la classificazione di-viene subito classificazione per
stipendi e salari: un dirigente deve essere pagato tanto, l'essere pagato
poco non è solo questione di stili di vita, ma di prestigio e di
riconoscimento di valore. Se non costa, come si può dire che
"valga"? Allora se mancano molte élites, manca la materia per il funzionamento della democrazia libera-le: il sistema politico non è più luogo di mediazione di diverse élites, ma ha di fronte essenzial-mente una sola élite consapevolmente potente, quella economica con cui deve andare a me-diazione. Anche perché abbiamo la prova provata che scelte politiche non gradite possono es-sere combattute non solo con mosse economiche che certamente determinano la sconfitta alle elezioni (il ricatto sulla socialdemocrazia tedesca è evidente, malgrado la posizione ipermodera-ta assunta dai socialdemocratici): in ultima istanza, in una realtà mondializzata è sempre possi-bile manifestare con relativa tranquillità la minaccia massima: chiudo e trasferisco tutto altrove. L'unica
scelta che può fare il sistema politico è quello di organizzarsi
potentemente come sotto-sistema del sistema sociale complessivo, arrogarsi
con forza il diritto, democraticamente legitti-mato dal voto popolare, di
fare delle scelte e con questo contrattare il proprio potere con l'elite
dominante (sono anni che ad ogni scontro con altre forze, con l'eccezione
significativa del si-stema economico, i politici ricordano che loro sono
gli unici che hanno il carisma del voto). In questo modello, l'immagine del governo "democratico" come "comitato degli affari della bor-ghesia" diventa quindi per vari aspetti più vera di quanto non fosse nell'Ottocento. Tanto più che ad un generale arretramento dello stato, che abbandona funzioni, settori produttivi, aree di pote-re, non ha corrisposto un altrettanto chiaro passo indietro dei poteri economici, che nel modello liberale "ideale" potrebbero limitarsi ad occuparsi degli affari nell'azienda, ma al contrario un progressivo avanzamento della lobby economica che per così dire in certi casi consapevolmen-te condiziona, in altri "occupa" lo stato. La famiglia Bush e Berlusconi, nonché lo scontro feroce in atto in Russia, sono segnali forti di questi processi. Questo
connubio può assumere facilmente la forma della corruzione, che conferma
il continuo indebolirsi delle forme di controllo democratico, e insieme il
peggioramento della funzionalità del sistema stesso. Il guaio primo della
corruzione non è quello dell'iniquo spostamento di denaro e nemmeno
quello, pur gravissimo, di aggravio di costi in una situazione di endemico
indebita-mento pubblico, ma la ovvia e conseguente rinuncia a qualsiasi
forma di controllo, perché il cor-rotto non è più colui che svolge una
certa funzione statale, ma è - come si dice - sul libro paga dell'altro e
quindi certamente non è in condizione di svolgere il suo diritto-dovere
di controllo. Giocano
nel progressivo affermarsi di questa situazione una serie di fattori
funzionali estrema-mente forti e di lungo periodo. Ma questo già dice che il voto è svuotato di una parte consistente del suo valore selettivo e quindi pesa pochissimo sul sistema politico stesso. Io, sistema politico, so bene quanto poco vale il voto che mi elegge. Vale quanto quello della massaia a cui si rivolge una campagna pub-blicitaria per un detersivo. E quindi mi sento giustificato a interpretare la "delega" nel senso più libero possibile e a muovermi con estrema spregiudicatezza nei confronti del cittadino nel mo-mento in cui dico che cosa ho intenzione di fare, una volta eletto. Chi ricorda come Pilo descris-se la preparazione della prima campagna elettorale berlusconiana sa a che cosa alludo: parti-rono da un'indagine "di mercato" per individuare le parole percepite in modo positivo e quelle percepite in modo negativo e su questa base scrissero, per non dire costruirono, il programma. Un'operazione, peraltro riuscitissima, di marketing. Questo ha degli effetti immediati. Se si cerca di salvare solo la formalità di un sistema che si sa e si sostiene povero di valore si finisce con il perdere la formalità stessa, perché è una buccia. La scandalosa elezione di Bush, da questo punto di vista, con fenomeni vistosi di brogli (che vanno ben al di là della questione dei buchi nelle schede, in quanto coinvolgono intere contee in cui il voto è stato fortemente condizionato, soprattutto a danno delle comunità di afro-americani) proprio nello stato governato dal fratello del futuro presidente, ne è un esempio molto preoccu-pante, perché alla fine tutti si sono affannati a chiudere l'incidente e a dimenticarlo! Ma questa non è più democrazia liberale. L'altro dato centrale, su cui torno, è il controllo forte del sistema delle comunicazioni, che non è questione solo di padrone. Certo, l'intreccio sistema economico comunicazione è divenuto for-tissimo e tende ad essere accresciuto, ma il vero problema è altrove. Certo è grave che si alzi-no i livelli di concentrazione (in USA Bush ha regalato a Murdoch un innalzamento del livello di concentrazione televisiva al 45%), perché questi poi determinano un effetto a cascata (inviati, controllo delle fonti eccetera). In realtà, se vogliamo salvare la democrazia, non ci devono esse-re posizioni dominanti, ma non per una semplice questione di tradizionale antitrust. La questio-ne non è lì. Il tema va visto in un'ottica più generale, sugli effetti indotti sul pubblico stesso, cioè sugli individui che sono elettori, quindi non tanto o solo dal punto di vista della concentrazione, ma più generalmente del modo con cui questi operano. Se il controllo, anche di molti padrone, è stringente e le redazioni non sono libere, sulla guerra come su mille questioni, che ne è della li-bertà di stampa?? E quindi dell'informazione che giunge all'opinione pubblica. Possiamo e dob-biamo dire che il bipolarismo classico degli anni scorsi è preferibile al controllo canagliesco di oggi, ma possiamo dire che garantisce un'informazione libera e non semplicemente più articola-ta? La battaglia sugli strumenti di informazione e sulla stessa "natura" dell'utente (ad esempio, il suo concetto di tempo libero, il suo grado di recettività all'informazione, i suoi tempi di concen-trazione e di attenzione) è decisiva e si gioca prima di tutto sul rapporto redazione-sistema eco-nomico, redazione padrone. Una TV di stato fortemente autonoma dal sistema politico è qual-cosa su cui riflettere attentamente. C'è un terzo ordine di riflessioni da fare. Se la politica diviene un ambito preciso, quasi corpora-tivo, l'appartenenza a questo ambito sembra entrare subito in conflitto con altre appartenenze. Un giudice che ha una precisa impostazione politica rischia, in forza di questa appartenenza, di non essere più ritenuto in grado di svolgere la sua funzione. Il rimedio che si pone, come nell'attuale riforma del Polo di destra (cosiddetto delle libertà), è il divieto di questa appartenen-za (si noti che questo da parte di una realtà che ha come modello gli USA in cui, su questo ter-reno, la pratica è, al limite, opposta). Un rimedio che certamente è un'idiozia, e che comunque è illiberale. Ancora, questa visione della politica determina un aumento del peso dei diritti negativi, quei vin-coli che difendono il singolo dagli altri e anche dallo stato, come il diritto di proprietà e simili. Abbiamo quindi un ulteriore rafforzamento di spinte alla chiusura che già caratterizzano il nostro modello sociale per una serie di ragioni come lo spaesamento determinato dalla crisi delle iden-tità e per i crescenti fenomeni di paura, non ultimo, soprattutto in paesi come gli USA, la paura del terrorista. Mi fermerei qui, con due aggiunte che riguardano non la visione liberale della democrazia, ma le altre due. Per
quanto riguarda la visione democratica, che resta di gran lunga
preferibile perché si pone con forza molti dei problemi che per il primo
livello non sono tali, non esistono. E tuttavia resta oggi interno allo
stesso orizzonte di pensiero. Come dice Crouch a proposito della posizione
di Giddens, l'Autore della Terza via inglese utilizzata (in modo anche
troppo strumentale) da Blair, il sistema capitalistico e il tema del ruolo
delle multinazionali per lui non sono un problema. Il che sa molto di
"rimozione" Quanto
alla terza visione "egualitaria", ha dalla sua il fatto che il
popolo non vuole democrazia, vuole benessere. E vede nella democrazia il
modo per migliorare e tutelare le sue condizioni di vita. La democrazia
come valore vale soprattutto, per non dire esclusivamente, per ceti
bene-stanti e fortemente intellettualizzati. Ora il sistema democratico
attuale non garantisce adegua-tamente i settori più deboli proprio
perché resta del tutto subalterno alle lobby economiche. Il numero dei
poveri aumenta. E il paese che ne ha di più è proprio gli USA: nel 2001
la sua per-centuale di "poveri" era la più elevata
dell'Occidente, gli si avvicinano, staccati, solo Portogallo e Grecia!! In queste condizioni un "emarginato" finisce con il pensare che tanto andare a votare non serve a niente e che bisogna cercare un'altra strada, o pensare all'aldilà o credere a chiunque ci fac-cia sperare qualcosa o ribellarsi con spirito luddista. Tre posizioni che hanno in comune una profonda ragione di partenza e un altrettanto profondo irrazionalismo strumentale. Vorrei
concludere con qualcosa di positivo. Per spiegare quel che penso su questo terreno vorrei chiudere con un gioco: leggerò una do-manda retorica, dalla ovvia risposta, e poi ci rifletterò sopra. "Si può reggere uno stato che non ha un buon sovrano che ce l'ha stupido, ignorante, at-tento solo ai propri interessi, che non apprezza la cultura, che affronta in modo superfi-ciale i problemi? Come può un simile stato evitare la rovina?". La
cosa che mi interessa non è il contenuto di queste frasi, molto banali,
peraltro, ma quello che avete pensato voi. Credo che mentre parlavo, tutti
hanno pensato al governo, e magari ai go-verni attuali, a Bush e al
consiglio dato a Gore di non apparire troppo colto e preparato perché
questo gli faceva perdere voti. Questa
è la maggiore preoccupazione. Ricordo una magistrale lezione di un
filosofo della politi-ca scomparso, Alessandro Biral, liberale, che alla
fine chiese ai presenti: Chi difende la costitu-zione? E rispose: il
popolo in armi. Perché non c'è altra risposta. Le leggi sono interne
alla co-stituzione e hanno loro organi di difesa, la Costituzione no.
Senza il popolo la costituzione è un pezzo di carta che non ha alcuno
strumento per difendersi, a differenza della legge. Antico
Mondo Greco
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