POSTDEMOCRAZIA (appunti per il dibattito del 22.01.04) di Maurizio Migliori

Il titolo di questo incontro è stato preso da un recente volume di Colin Crouch, edito da Laterza, un pamphlet che ha il merito indubbio di invitarci a riflettere sull'evoluzione della democrazia nei paesi occidentali, fornendo un quadro preoccupato che la parola "post democrazia" ben espri-me. Sembra infatti necessario riflettere su questo tema per due ragioni di fondo.
La prima è che in modo molto superficiale diamo per scontata l'esistenza di un sistema demo-cratico e dimentichiamo che
1. la democrazia è un fenomeno fortemente minoritario sul pianeta;
2. la democrazia non è affatto il frutto di un processo "naturale" ma che è stato conquistato con rivoluzioni e lotte tese a ottenere quello che consideriamo banale, ilvoto, e poi voto per tutti, donne comprese;
3. solo 50 anni fa la democrazia è stata formalmente contestata nel cuore dell'Europa dai modelli nazi-fascisti (mentre quelli "comunisti" avevano almeno la volontà, rivelatasi del tutto fal-limentare, di realizzare un ulteriore e superiore modello di democrazia, non di negarla; in so-stanza, la "dittatura del proletariato" voleva essere molto più democratica della "dittatura della borghesia", cioè delle democrazie borghesi e liberali, anche se poi, alla prova dei fatti, si è rive-lata molto meno aperta di quelle).
Il secondo motivo è che ci sono evidenti segni di crescenti disfunzioni e quindi un crescente ma-lessere che tutti noi viviamo. Il punto che a noi stasera interessa,e che si collega con il libro di Crouch, è che non siamo affatto convinti che tutto si riduca a errori soggettivi: come dice l'Autore (p. 9) "vedere i mali della democrazia solo come colpa dei mass media e dell'ascesa degli strizzacervelli o degli errori personali dei politici significa ignorare che si stanno verificando processi ben più profondi". Per cui vale la pena di ricordare il vecchio detto cinese: quando uno indica la luna, l'imbecille guarda il dito. Stasera cerchiamo di guardare la luna.

Ora, la prima riflessione che va fatta, a mio avviso, è che il concetto di democrazia ha varie co-niugazioni, per cui bisogna subito distinguere tra diversi concetti di democrazia, non alternativi ma diversi. E parlo di "vere visioni della democrazia", non di cedimenti mascherati a questa idea come a un male minore, cosa che vari nemici della democrazia possono tranquillamente fare.

C'è una visione liberale della democrazia, a cui interessa essenzialmente la formalità che carat-terizza questo sistema, e quindi il suo modello di regole: elezioni, separazioni dei poteri, leggi come strumento forte e garante di un equilibrio tra alcune élites che si misurano per avere il vo-to del popolo e che, su questa base, hanno il diritto di legiferare e/o governare per il periodo lo-ro concesso dalla Costituzione

C'è una visione "democratica" (o liberal, in ambito anglosassone) della democrazia, che ha una grande attenzione al problema della partecipazione e quindi si pone il tema del rapporto tra realtà e formalità; il popolo deve davvero andare a votare, deve davvero scegliere, per cui le éli-tes devono essere fortemente controllate in modo da non prevaricare, i poteri devono essere davvero separati, con tutta una serie di leggi e di vincoli che la visione liberale trova "astratti" e contrari al diritto dei singoli e dei gruppi.

C'è poi una visione "egualitaria" della democrazia, che parte non dalla formalità e dalla natura del sistema politico, ma dai rapporti sociali che vuole modificare, per cui richiede analoghe mo-dificazioni del sistema democratico stesso, allargando lo spazio di potere concesso al popolo e alla società, con limiti alla delega, forme dirette di decisione, e via dicendo.

Se questa tripartizione ha qualche senso, emerge con chiarezza la necessità di capire su quale terreno si svolge una riflessione, perché, ad esempio, se ci si muove sul terzo terreno, che è il mio, il primo è sempre sotto attacco e sotto durissimo attacco, fin quasi a poter sostenere che quella è una "quasi non democrazia". La cosa non stupisce: trattandosi di paradigmi diversi, an-che se spesso ci sono le stesse cose, queste hanno un ruolo e un significato altrettanto spesso fortemente diverso. Ma questo valeva venti anni fa tanto quanto oggi: nulla ci dice delle trasfor-mazioni in atto.

Proprio per questo non svolgerò riflessioni a partire da quello che penso io, sia per confermare il mio costante rinnovato disprezzo per questa ridicola paroletta che è "IO" e per le forme dila-ganti di individualismo piccolo-borghese, come si diceva una volta, sia perché credo che questo sia un esercizio che, in una società complessa e multiculturale, occorre assolutamente imparare a fare: non partire da sé e da quello che si pensa ma prendere un sistema di pensiero, un para-digma interpretativo, e vedere a che cosa porta. Questo procedimento deve essere fatto sia per il/i proprio/i sistema/i di riferimento sia per quello altrui, perché a questo punto si può dare un giudizio che non parte da sé, ma da quel modello stesso (Bloch diceva che solo un buon ateo può essere un buon credente e solo un buon credente può essere un buon ateo; questo lo di-ceva già molte decine di anni fa…).

Per questo parto dal punto di vista liberale, cosa che mi riesce facile perché non credo affatto, e non ho mai creduto, che questo livello vada negato, tutt'altro. Così e solo così, se a livello libe-rale dovesse emergere una crisi della democrazia, potremmo davvero dirci preoccupati che la democrazia sta transitando ad un'altra cosa e che quindi questa serata non parla del sesso de-gli angeli o di cose da intellettuali.
La mia analisi sarà quindi svolta a livello di funzionamento del sistema "politico democratico" come lo intende questo pensiero "liberale", ricordando di passaggio che certo esistono oggi molti luoghi politici, ad esempio nei movimenti, ma che, in ogni caso, il sistema delle leggi, dei vincoli, non si è trasferito altrove ed è in grado di bloccare o indirizzare anche processi che hanno tutt'altra natura. Può esserci un forte movimento di volontariato, ma una legge può con-tribuire potentemente a cambiarne la natura, come rischia di succedere nel nostro paese, ed è comunque tutt'altro che indifferente.

Qual è una delle convinzioni di fondo del liberale? Che ci sono varie élites e che il parlamento è un luogo deputato alla mediazione e allo scontro tra queste élites, in modo da evitare guai peg-giori. Questo è evidentissimo nella storia inglese: dopo la grande rivoluzione del '600, la decapi-tazione del re e la "instaurazione" di un regime via via sempre più chiaramente di monarchia costituzionale (senza costituzione, perché essendo il primo esempio non "sapevano" di averne bisogno…) non c'è stato più alcun moto veramente rivoluzionario e il Parlamento ha funzionato nel senso detto. La pressione si è tutta incanalata in modo da avere una rappresentanza ade-guata nel Parlamento stesso, luogo della mediazione politica tra élites.

Lo stesso movimento operaio, in questo senso, ha operato come una elite e si è data una elite. Basta pensare ai partiti socialisti e al loro dibattito, pensate a Gramsci, sono chiaramente delle élites che si assumono un compito di rappresentanza di una classe sociale che è presentata essa stessa come élite, una élite tanto particolare che doveva cambiare il mondo.

Ma questo modello implica che esistano varie elite in conflitto tra loro; agrari, industriali, intellet-tuali, religioni, classe operaia, sistema informativo (il quarto potere), rappresentanti dei vecchi ceti magari legati alla monarchia o all'esercito, eccetera.

Ora noi parliamo da decenni di scomparsa delle appartenenze sociali forti e di fine delle grandi narrazioni, per cui non dovrebbe affatto stupirci la scomparsa, o se si preferisce, la crisi radicale di questa concetto di élites. Però a fronte della crisi di appartenenza generalizzata, che frantu-ma le tradizionali élites, non si sostituisce solo una multiappartenenza, che c'è ed è vera, ma anche l'affermarsi forte di una unica élite, che tiene, e di un unico sistema di valori: l'élite eco-nomico-finanziaria appare di gran lunga l'unica forte e dominante, in grado di pesare. Il sistema di valori e la funzionalità sociale sono del tutto appiattiti sul denaro e le altre élites sono divenu-te più o meno tutte subalterne, quando non direttamente "comperate" da quella. L'azienda è il modello di riferimento; le classi sociali pesano sempre meno e comunque la classificazione di-viene subito classificazione per stipendi e salari: un dirigente deve essere pagato tanto, l'essere pagato poco non è solo questione di stili di vita, ma di prestigio e di riconoscimento di valore. Se non costa, come si può dire che "valga"?
In alcuni casi la filiazione è evidente: la "libera stampa" funziona solo sulla base della pubblicità, e diventa essa stessa parte del business.
Le stesse realtà valoriali sentono potentemente il richiamo di questa dimensione: pensate a come funziona l'Opus Dei o al passaggio CL - Compagnia delle Opere per capire che cosa dico a proposito del richiamo che realtà valoriali hanno subito sul piano della logica aziendalistico-finanziaria. Basta riflettere alla radicale differenza con altre forti momenti innovativi interni alla tradizione cattolica, di natura tutt'altro che pauperista, come è stata la grande esperienza della Compagnia di Gesù, per vedere tutto un altro mondo.

Allora se mancano molte élites, manca la materia per il funzionamento della democrazia libera-le: il sistema politico non è più luogo di mediazione di diverse élites, ma ha di fronte essenzial-mente una sola élite consapevolmente potente, quella economica con cui deve andare a me-diazione. Anche perché abbiamo la prova provata che scelte politiche non gradite possono es-sere combattute non solo con mosse economiche che certamente determinano la sconfitta alle elezioni (il ricatto sulla socialdemocrazia tedesca è evidente, malgrado la posizione ipermodera-ta assunta dai socialdemocratici): in ultima istanza, in una realtà mondializzata è sempre possi-bile manifestare con relativa tranquillità la minaccia massima: chiudo e trasferisco tutto altrove.

L'unica scelta che può fare il sistema politico è quello di organizzarsi potentemente come sotto-sistema del sistema sociale complessivo, arrogarsi con forza il diritto, democraticamente legitti-mato dal voto popolare, di fare delle scelte e con questo contrattare il proprio potere con l'elite dominante (sono anni che ad ogni scontro con altre forze, con l'eccezione significativa del si-stema economico, i politici ricordano che loro sono gli unici che hanno il carisma del voto).
Il movimento dialettico fondamentale nella realtà non è più quello popolo-sistema politico, ma tra sistema politico votato e quindi eletto e il sistema economico-finanziario che è di fatto, e spesso anche di diritto, riconosciuto come elemento determinante. Nessun parlamento è in gra-do di votare oggi una legge che il sistema economico giudica "rovinosa", al di là della motiva-zioni che si portano per giustificare questo "rovinosa".
Il recupero dei "ceti produttivi" e la difesa dei loro interessi diventa l'elemento che unisce Schro-eder a Blair a Bush a Berlusconi, con tutte le varianti del caso, ma con una evidente linea di continuità. Le compatibilità economiche sono la spada di Damocle sulla testa di tutti i governi. E in mancanza di cultura adeguata e di ipotesi innovative, tutti bevono, più o meno soddisfatti, ca-lici analoghi.

In questo modello, l'immagine del governo "democratico" come "comitato degli affari della bor-ghesia" diventa quindi per vari aspetti più vera di quanto non fosse nell'Ottocento. Tanto più che ad un generale arretramento dello stato, che abbandona funzioni, settori produttivi, aree di pote-re, non ha corrisposto un altrettanto chiaro passo indietro dei poteri economici, che nel modello liberale "ideale" potrebbero limitarsi ad occuparsi degli affari nell'azienda, ma al contrario un progressivo avanzamento della lobby economica che per così dire in certi casi consapevolmen-te condiziona, in altri "occupa" lo stato. La famiglia Bush e Berlusconi, nonché lo scontro feroce in atto in Russia, sono segnali forti di questi processi.

Questo connubio può assumere facilmente la forma della corruzione, che conferma il continuo indebolirsi delle forme di controllo democratico, e insieme il peggioramento della funzionalità del sistema stesso. Il guaio primo della corruzione non è quello dell'iniquo spostamento di denaro e nemmeno quello, pur gravissimo, di aggravio di costi in una situazione di endemico indebita-mento pubblico, ma la ovvia e conseguente rinuncia a qualsiasi forma di controllo, perché il cor-rotto non è più colui che svolge una certa funzione statale, ma è - come si dice - sul libro paga dell'altro e quindi certamente non è in condizione di svolgere il suo diritto-dovere di controllo.
In effetti, come abbiamo scoperto in pochi anni, le forme di controllo, anche in paesi diversissimi come Italia e USA, ma non solo, hanno mostrato qualcosa che non si può nemmeno definire "crepe", ma un vero disastro. Con le conseguenze che già abbiamo visto e che determinano spinte e controspinte di cui valuteremo con il tempo la portata.

Giocano nel progressivo affermarsi di questa situazione una serie di fattori funzionali estrema-mente forti e di lungo periodo.
In primo luogo, conta il fatto che, in una società complessa e fortemente segmentata come la nostra, il sistema politico, con l'aiuto del sistema economico, può agire potentemente sull'opinione pubblica e condizionarne i pensieri. I fondi della campagna elettorale sono un ele-mento, a volte decisivo, della campagna stessa, soprattutto se si svolge su dimensioni naziona-li.
Questo spiega perché è possibile per un politico fare atti contrari anche alla stragrande maggio-ranza dell'opinione pubblica. Se ho un adeguato controllo dei mezzi d'informazione e sufficienti fondi posso presumere di riuscire a mettere al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica nel corso della campagna elettorale un tema a me favorevole. Se ci riesco vinco, qualunque sia stato il precedente rifiuto che ho registrato su certe scelte. Per farla breve, i temi, sul piano elet-torale, si valutano in termini di interesse che la gente prova e di tempi brevi, come accade per tutte le forme della comunicazione "veloce" della nostra società, non in termini di interessi og-gettivi o di "fatti accaduti". Se si parlerà di difficoltà economiche, quasi certamente Bush perde-rà; se si parlerà di lotta al terrorismo quasi certamente Bush vincerà. I meccanismo sono terri-bilmente simili a quelli normali nelle operazioni di marketing.

Ma questo già dice che il voto è svuotato di una parte consistente del suo valore selettivo e quindi pesa pochissimo sul sistema politico stesso. Io, sistema politico, so bene quanto poco vale il voto che mi elegge. Vale quanto quello della massaia a cui si rivolge una campagna pub-blicitaria per un detersivo. E quindi mi sento giustificato a interpretare la "delega" nel senso più libero possibile e a muovermi con estrema spregiudicatezza nei confronti del cittadino nel mo-mento in cui dico che cosa ho intenzione di fare, una volta eletto. Chi ricorda come Pilo descris-se la preparazione della prima campagna elettorale berlusconiana sa a che cosa alludo: parti-rono da un'indagine "di mercato" per individuare le parole percepite in modo positivo e quelle percepite in modo negativo e su questa base scrissero, per non dire costruirono, il programma. Un'operazione, peraltro riuscitissima, di marketing.

Questo ha degli effetti immediati. Se si cerca di salvare solo la formalità di un sistema che si sa e si sostiene povero di valore si finisce con il perdere la formalità stessa, perché è una buccia. La scandalosa elezione di Bush, da questo punto di vista, con fenomeni vistosi di brogli (che vanno ben al di là della questione dei buchi nelle schede, in quanto coinvolgono intere contee in cui il voto è stato fortemente condizionato, soprattutto a danno delle comunità di afro-americani) proprio nello stato governato dal fratello del futuro presidente, ne è un esempio molto preoccu-pante, perché alla fine tutti si sono affannati a chiudere l'incidente e a dimenticarlo! Ma questa non è più democrazia liberale.

L'altro dato centrale, su cui torno, è il controllo forte del sistema delle comunicazioni, che non è questione solo di padrone. Certo, l'intreccio sistema economico comunicazione è divenuto for-tissimo e tende ad essere accresciuto, ma il vero problema è altrove. Certo è grave che si alzi-no i livelli di concentrazione (in USA Bush ha regalato a Murdoch un innalzamento del livello di concentrazione televisiva al 45%), perché questi poi determinano un effetto a cascata (inviati, controllo delle fonti eccetera). In realtà, se vogliamo salvare la democrazia, non ci devono esse-re posizioni dominanti, ma non per una semplice questione di tradizionale antitrust. La questio-ne non è lì. Il tema va visto in un'ottica più generale, sugli effetti indotti sul pubblico stesso, cioè sugli individui che sono elettori, quindi non tanto o solo dal punto di vista della concentrazione, ma più generalmente del modo con cui questi operano. Se il controllo, anche di molti padrone, è stringente e le redazioni non sono libere, sulla guerra come su mille questioni, che ne è della li-bertà di stampa?? E quindi dell'informazione che giunge all'opinione pubblica. Possiamo e dob-biamo dire che il bipolarismo classico degli anni scorsi è preferibile al controllo canagliesco di oggi, ma possiamo dire che garantisce un'informazione libera e non semplicemente più articola-ta? La battaglia sugli strumenti di informazione e sulla stessa "natura" dell'utente (ad esempio, il suo concetto di tempo libero, il suo grado di recettività all'informazione, i suoi tempi di concen-trazione e di attenzione) è decisiva e si gioca prima di tutto sul rapporto redazione-sistema eco-nomico, redazione padrone. Una TV di stato fortemente autonoma dal sistema politico è qual-cosa su cui riflettere attentamente.

C'è un terzo ordine di riflessioni da fare. Se la politica diviene un ambito preciso, quasi corpora-tivo, l'appartenenza a questo ambito sembra entrare subito in conflitto con altre appartenenze. Un giudice che ha una precisa impostazione politica rischia, in forza di questa appartenenza, di non essere più ritenuto in grado di svolgere la sua funzione. Il rimedio che si pone, come nell'attuale riforma del Polo di destra (cosiddetto delle libertà), è il divieto di questa appartenen-za (si noti che questo da parte di una realtà che ha come modello gli USA in cui, su questo ter-reno, la pratica è, al limite, opposta). Un rimedio che certamente è un'idiozia, e che comunque è illiberale.

Ancora, questa visione della politica determina un aumento del peso dei diritti negativi, quei vin-coli che difendono il singolo dagli altri e anche dallo stato, come il diritto di proprietà e simili. Abbiamo quindi un ulteriore rafforzamento di spinte alla chiusura che già caratterizzano il nostro modello sociale per una serie di ragioni come lo spaesamento determinato dalla crisi delle iden-tità e per i crescenti fenomeni di paura, non ultimo, soprattutto in paesi come gli USA, la paura del terrorista.

Mi fermerei qui, con due aggiunte che riguardano non la visione liberale della democrazia, ma le altre due.

Per quanto riguarda la visione democratica, che resta di gran lunga preferibile perché si pone con forza molti dei problemi che per il primo livello non sono tali, non esistono. E tuttavia resta oggi interno allo stesso orizzonte di pensiero. Come dice Crouch a proposito della posizione di Giddens, l'Autore della Terza via inglese utilizzata (in modo anche troppo strumentale) da Blair, il sistema capitalistico e il tema del ruolo delle multinazionali per lui non sono un problema. Il che sa molto di "rimozione"
Anche su questo terreno registriamo un grave segno di modificazione: la partecipazione cade nel momento in cui uno si rende conto di quanto pesa un contributo economico nella campagna elettorale. Il soggetto si sente impotente e su questa base i partiti si rinsecchiscono e cambiano natura. I partiti hanno sempre più una caratteristica leaderistica se non populista se non perso-nalistica. Forza Italia non fa congressi, ma anche su quelli degli altri ci sarebbe molto da dire. E anche nei movimenti ci sono spinte leaderistiche di tipo individuale.
Altre organizzazioni politico-sociali trovano la loro giustificazione nel ruolo istituzionale che svolgono e non nella partecipazione dei cittadini. Pensate a certo modo di vivere il sindacato: se ha ottenuto il meglio (= ciò che lui, la controparte e il sistema politico giudicano il meglio) ritiene di aver ottenuto per ciò la sua legittimazione.

Quanto alla terza visione "egualitaria", ha dalla sua il fatto che il popolo non vuole democrazia, vuole benessere. E vede nella democrazia il modo per migliorare e tutelare le sue condizioni di vita. La democrazia come valore vale soprattutto, per non dire esclusivamente, per ceti bene-stanti e fortemente intellettualizzati. Ora il sistema democratico attuale non garantisce adegua-tamente i settori più deboli proprio perché resta del tutto subalterno alle lobby economiche. Il numero dei poveri aumenta. E il paese che ne ha di più è proprio gli USA: nel 2001 la sua per-centuale di "poveri" era la più elevata dell'Occidente, gli si avvicinano, staccati, solo Portogallo e Grecia!!
In effetti, se dovessi dire qual è il processo che trovo più impressionante avvenuto negli anni Ot-tanta-Novanta direi che è l'esplosione dei ricchi e l'affermazione sfacciata dei loro privilegi. Se il rapporto menager-lavoratore in USA alla fine degli Anni Sessanta era 1-40, cioè se il lavoratore mediamente prendeva 100 dollari il menager ne prendeva 4000; oggi la distanza è diventata superiore a 1 - 1000, cioè se l'uno prende 100 dollari l'altro ne prende 1.000.000. E la questione è tale che è diventata un dato di macroeconomia (ne parla spesso Ruffolo).
Per questa via la solidarietà civile va a farsi benedire e gli odi, le invidie, le frustrazioni personali e di gruppo, possono solo aumentare. E determinare uno scollamento della società civile. Che il "nemico" esterno, come "il terrorismo", può ricompattare.

In queste condizioni un "emarginato" finisce con il pensare che tanto andare a votare non serve a niente e che bisogna cercare un'altra strada, o pensare all'aldilà o credere a chiunque ci fac-cia sperare qualcosa o ribellarsi con spirito luddista. Tre posizioni che hanno in comune una profonda ragione di partenza e un altrettanto profondo irrazionalismo strumentale.

Vorrei concludere con qualcosa di positivo.
In primo luogo, bisogna far tutto il possibile perché il movimento democratico e quello egualita-rio producano idee e ipotesi di lavoro forti e praticabili. Nelle fasi di pericolo il vincolo della col-laborazione, anche con forti tensioni, è decisivo. Senza necessariamente mutare pelle e idee, ma dedicandosi a quello che le dinamiche storiche impongono.
Questo vuol dire riscoprire l'elemento critico insito nella dialettica: negare conservando, criticare valorizzando, quello che Marx fa in modo magistrale nel Manifesto, dove c'è una delle pagine più belle e lucide di esaltazione del capitalismo. Ma anche l'attacco radicale allo stesso. In sin-tesi, evitare le posizioni manichee e fondamentaliste, in cui c'è un impero del male. Bene e ma-le, vero e falso vanno insieme o non vanno, il grano cresce insieme al loglio; e via dicendo.
Quindi valorizzare quanto, ed è tanto, il sistema capitalistico continua a produrre e denunciare tutte le distorsioni che altrettanto continuamente propone cercando di individuare vie alternative praticabili. Cioè non buttarla in questioni di principio, che ci permettono di individuare la cosa giusta, che ha il piccolo difetto… di non essere praticabile.
Questo vuol dire accettare il quadro materiale esistente e nello stesso tempo porre lòe doman-de radicali, di fondo, ad esempio, porre con forza la domanda di che cosa vogliamo garantire all'umanità nei paesi cd. avanzati, da giovani, da adulti e da vecchi. E trovare una risposta pro-pria a questa domanda, non limitarsi cioè a distinguersi perché si fanno meno danni o si dà qualcosa di più. Bisogna far riemergere le differenze, il che richiede un non piccolo lavoro teori-co e una grande capacità comunicativa.
L'altra strada da percorrere è quella di tentare forme nuove di coinvolgimento, costruendo espe-rienze: ad esempio, i bilanci partecipati in cui i cittadini non vengono consultati ma decidono su parti chiare del budget comunale. Si tratta di moltiplicare le forme di partecipazione, impedire l'incancrenimento di quelle tradizionali, come partiti e sindacati, fare cultura politica diretta. Bat-tere i temi dell'avversario in breccia, il che è possibile solo se si sta al gioco.
E starci ponendo all'ordine del giorno problemi che la gente sente e può capire, fare scoprire nella prassi i pericoli che la democrazia corre, incalzare il sistema politico perché elimini delle strozzature (giustizia, sistemi di controllo). Il che vuol dire che bisogna operare secondo più lo-giche: la cosa che è importante per il partito non è necessariamente quella che deve portare al paese, per il quale sono importanti altre cose. Questa incapacità di distinguere capita a tutti, a sinistra come a destra (pensate agli scontri nel Polo, se non sembra persino più conflittuale dell'Ulivo. E questo malgrado abbia un padrone che non è in discussione; ma persino loro che sono attentissimo ai problemi di comunicazione, ci cascano).
In particolare, bisogna dedicare grandissima attenzione ai processi educativi e impedire in tutti i modi che continui ad affermarsi una concezione della scuola come puro grande contenitore di alcune fasce di età, perché questo non fa altro che coagulare il disagio e quindi renderlo poten-zialmente più esplosivo, o comunque incrementarlo.

Per spiegare quel che penso su questo terreno vorrei chiudere con un gioco: leggerò una do-manda retorica, dalla ovvia risposta, e poi ci rifletterò sopra.

"Si può reggere uno stato che non ha un buon sovrano che ce l'ha stupido, ignorante, at-tento solo ai propri interessi, che non apprezza la cultura, che affronta in modo superfi-ciale i problemi? Come può un simile stato evitare la rovina?".

La cosa che mi interessa non è il contenuto di queste frasi, molto banali, peraltro, ma quello che avete pensato voi. Credo che mentre parlavo, tutti hanno pensato al governo, e magari ai go-verni attuali, a Bush e al consiglio dato a Gore di non apparire troppo colto e preparato perché questo gli faceva perdere voti.
Ma io non parlavo di questo, io parlavo del popolo sovrano. E pensando al popolo com'è oggi dicevo: Si può reggere uno stato che non ha un buon sovrano che ce l'ha stupido, ignorante, at-tento solo ai propri interessi, che non apprezza la cultura, che affronta in modo superficiale i problemi? Come può un simile stato evitare la rovina?".

Questa è la maggiore preoccupazione. Ricordo una magistrale lezione di un filosofo della politi-ca scomparso, Alessandro Biral, liberale, che alla fine chiese ai presenti: Chi difende la costitu-zione? E rispose: il popolo in armi. Perché non c'è altra risposta. Le leggi sono interne alla co-stituzione e hanno loro organi di difesa, la Costituzione no. Senza il popolo la costituzione è un pezzo di carta che non ha alcuno strumento per difendersi, a differenza della legge.
Perché in un sistema democratico solo il popolo può essere sovrano, e per questo deve essere all'altezza del suo ruolo.

Antico Mondo Greco
Eliano, Indagini varie, X 17: Dice Crizia che Temistocle, figlio di Neocle, prima di cominciare la vita politica, aveva come patrimonio tre talenti. Dopo che fu a capo dello stato, poi fu esiliato e gli furono confiscati i beni, si trovò che possedeva una sostanza di più di cento talenti. In modo simile anche Cleone, prima di darsi alla vita politica, non aveva nessuno di beni proprî libero da impegni, ma dopo lasciò un patrimonio di cinquanta talenti.

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