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Tamar
Pitch, intellettuale, antropologa e sociologa, insegna sociologia del
diritto presso la facolta' di giurisprudenza dell'universita' di Camerino.
www.costituzionalismo.it
Parlando
con i miei studenti, maschi e femmine, prima di aborto, poi di
procreazione assistita, mi sono accorta che la madre e' scomparsa anche
per
loro. L'embrione, dicono, e' essere umano, e va protetto e tutelato. Che
l'embrione, per svilupparsi e poi, eventualmente, nascere abbia bisogno
non
solo di un corpo, ma anche del desiderio e della dedizione di una donna e'
del tutto ignorato. La donna e' mero contenitore, oppure mente, soggetto,
antagonista, dunque da controllare, disciplinare.
Certo, puo' ben essere che questa "dimenticanza" sia dovuta alla
martellante
propaganda degli ultimi tempi, ma io credo invece che ci sia dell'altro,
molto altro. In primo luogo, mi pare di poter individuare qui una sorta di
deriva della retorica dei diritti. Anche se quando le donne hanno chiesto
l'aborto libero gratuito e assistito si sono ben guardate dal tematizzarlo
come un "diritto", che la questione della procreazione chiami
invece in
causa diritti, delle donne, degli uomini, e degli embrioni, e diritti per
forza contrapposti, e' diventata opinione assai diffusa. Ricordo a questo
proposito la posizione espressa molti anni fa da Giuliano Amato, secondo
cui, uomini e donne avendo ormai raggiunto parita' di diritti, anche gli
uomini dovevano avere voce in capitolo nella decisione di abortire. Chi
poi,
in caso di conflitto dentro la coppia, dovesse dirimerlo, non era chiaro.
La soggettivazione dell'embrione, la sua assunzione a statuto di
"persona",
o quanto meno essere umano, procede anch'essa da questa logica, una logica
a
suo modo sociologicamente conseguente, laddove la prima mossa nella
soggettivazione e' l'assunzione dello statuto di vittima. All'epoca della
battaglia sull'aborto, vittime erano le donne, per via dei rischi degli
aborti clandestini. Poi, lo sono diventati gli uomini e infine gli
embrioni:
vittime dell'onnipotenza e dell'egoismo femminile, di queste
"nuove" donne
ormai padrone della vita e della morte, che non si sa perche' e come
decidano, e che comunque non devono vedersi riconosciuta la
responsabilita'
in merito alla procreazione.
In secondo luogo, come gia' parecchi anni fa diceva Barbara Duden, il
nuovo
statuto di essere umano dell'embrione e' in relazione con le innovazioni
tecnologiche, soprattutto l'ecografia, che permette di "vederlo"
nuotare
nell'utero materno, e spinge ad una sua separazione dal corpo della madre,
ridotto a mero contenitore.
Ma c'e' anche la paura (condivisibile) di un progresso scientifico e
tecnologico di cui non solo non sono affatto chiari esiti e obbiettivi, ma
che rimette in discussione il significato di vita e morte. Il progredire
di
scienza e tecnologia in maniera molto piu' veloce di quanto sia possibile
comprendere e discutere collettivamente si coniuga del resto con la
crescente sfiducia nei loro confronti, una sfiducia che alcuni hanno
tematizzato come configurante una "societa' del rischio": gli
effetti non
voluti e spesso catastrofici dell'umana manipolazione della
"natura" sono
adesso molto piu' evidenti dei benefici e dei vantaggi.
La "societa' del rischio" e' anche stata caratterizzata come
"societa'
dell'insicurezza", come pervasa da una "cultura della
paura". Coniugando i
vari scenari, io la chiamerei piuttosto "societa' della
prevenzione", una
societa', insomma, dove la cultura e' orientata da due opposti obbiettivi:
la retorica del "correre rischi" e allo stesso tempo quella del
prevenirli.
Ambedue le retoriche si dirigono piuttosto all'individuo singolo che non
alla collettivita'. Correre rischi e prevenirli spettano alla
responsabilita' individuale. Cosi', insicurezza e paura spingono, come
dice
Bauman, a cercare soluzioni biografiche a rischi e problemi sistemici. Ma
restringono al contempo la sfera pubblica, impediscono la libera
discussione
collettiva, privatizzano temi e problemi un tempo considerati sociali.
La paura diffusa viene indirizzata verso capri espiatori: gli stranieri, i
"diversi", la pluralita' e la diversita' in quanto tali.
L'ideologia
neoliberista imperante si coniuga alla riscoperta e all'enfasi sui
"valori
tradizionali", assunti ad assoluti e universali, e alla denuncia di
un
relativismo "etico", nuovo mostro contro cui si scagliano da
destra e da
sinistra, che in realta' e' soltanto, appunto, la pluralita' e la
diversita'
di visioni del mondo cui dovrebbe essere concessa piena cittadinanza in
uno
stato di diritto. Cio' che da' luogo al fondamentalismo che scatena guerre
"giuste", "del bene contro il male", all'esterno come
all'interno, e
pretende di imporre per legge la sua propria visione, incurante non solo
della lesione allo stato laico e liberale, ma anche dell'inefficacia e
della
produzione di effetti perversi di tale normazione.
*
E' precisamente questo il caso della legge 40, sulla procreazione
medicalmente assistita. Una legge che vieta per la procreazione assistita
cio' che e' perfettamente lecito, e non vietabile, per la procreazione
cosiddetta "naturale" (la maternita' singola, la cosiddetta
fecondazione
eterologa); che lede in maniera pesante il diritto alla salute delle donne
(creazione di soli tre embrioni, tutti e tre da impiantare in utero),
nonche', vietando le diagnosi pre-impianto, condannando le donne
portatrici
di un embrione gravemente malformato al trauma fisico e psichico
dell'aborto. Una legge che, per imporre una particolare etica, produce gli
effetti perversi del turismo procreativo e del mercato nero dello sperma,
tra l'altro introducendo una discriminazione pesante tra chi si puo'
permettere di andare all'estero e chi non puo'.
La tutela del "concepito" e' la giustificazione addotta per
queste norme. E
tuttavia, e' assai evidente come esse siano esplicitamente orientate a
rimettere in ordine cio' che i mutamenti sociali e culturali degli anni
passati, in particolare il decennio degli anni settanta, aveva
"disordinato": in particolare, le nuove liberta' femminili in
materia di
procreazione, la diffusione di modelli relazionali e familiari plurimi. E'
un ordine simbolico e culturale, giacche', come si diceva, questa legge
e',
dal punto di vista empirico, inapplicabile. Vi e', qui, il tentativo di
imporre certezze per legge, di decidere con la mannaia di una legge
proibizionista in materia di vita e morte.
Ma e' un modo di produrre certezze che, invece, veicola paura: una paura
della diversita', della pluralita', cosi' delle persone come delle
concezioni del mondo, inscritta nella stessa rigidita' della normazione,
che
richiama quella nozione di sicurezza intesa nel senso della
sterilizzazione
del territorio e dei "muri ad ogni angolo di strada" evocata dai
pericoli
dei migranti, dei criminali, di chi non e' come "noi".
Questa legge, mi pare, fa parte dello stesso immaginario, ma diversamente
dalle norme che alla sicurezza fanno riferimento, e' un argine ridicolo
dal
punto di vista pratico, e pero' devastante da quello simbolico, rispetto
al
mutamento, alla pluralita', alla diversita'. Ridicolo non significa che
non
abbia effetti pratici perversi, come gia' dicevo. E' precisamente perche'
manifestamente inefficace, ineffettiva, che questa legge produce tali
effetti, gia' documentati: un costosissimo, in termini di denaro ma anche
se
non soprattutto dal punto di vista psicologico, turismo procreativo, un
mercato nero dei gameti, in specie dello sperma, facilmente reperibile e
facilmente utilizzabile, ma rischioso per la salute, una diminuizione del
tasso di nascite per interventi, la moltiplicazione di stimolazioni
ovariche
sulla singola donna, ecc.
Ma sul piano simbolico l'impatto e' ancora peggiore. In primo luogo induce
nel dibattito attorno alle tecnologie, alla stessa ricerca scientifica,
una
polarizzazione insensata che impedisce una discussione aperta e una
riflessione meditata. Non c'e' dubbio che tecnologie e ricerca aprano
nuove
questioni in ordine al significato della vita e della morte, e diano luogo
ad una moltiplicazione di scelte potenzialmente tragiche. I problemi del
limite, della responsabilita' individuale e collettiva, del rapporto tra
scienza e societa', e cosi' via, sono problemi la cui soluzione non e'
affidabile al diritto, specialmente quando di esso ci si serve come una
clava. C'e' un vuoto impressionante di discussione pubblica, di politica
intesa come confronto tra posizioni ed opinioni diverse entro uno spazio
comune: la legge, questa legge, come altre relative alle cosiddette
differenze, e, come dicevo, alla "sicurezza", pretendono di
decidere, ma
sono decisioni impaurite e che producono paura, decisioni fasulle, perche'
la materia sfugge e non si lascia imbrigliare.
La polarizzazione, inoltre, si affida e produce schemi di amico/nemico, e
laddove pretende di produrre sicurezza moltiplica insicurezza, diffidenza,
divisione, scontro.
Piu' da vicino: in generale, vi e' una stigmatizzazione di chi richiede
l'intervento di procreazione assistita, particolarmente evidente dove si
dispone perche' alla coppia, prima di procedere, sia prospettata la
possibilita' di adozione e di affido. La coppia, dunque, e' sospettata di
egoismo "biologistico", di volere a tutti i costi un figlio
geneticamente
proprio. Ma la diffidenza nei confronti di chi ricorre a queste tecniche
e'
veicolata da tutto l'impianto normativo, e diventa vera e propria
"criminalizzazione" quando, in nome della tutela dell'embrione,
si fa
divieto di rinuncia all'impianto, nonche', per la donna, di rimanere
anonima
dopo il parto. Criminalizzazione, giacche' si prospetta qui qualcosa che
e'
assai presente nel dibattito sulla questione dell'aborto, ossia un
"naturale" antagonismo tra donna ed embrione, donna e feto. Cio'
procede
anche, naturalmente, dalla soggettivazione dell'embrione, detto "il
concepito", dei cui diritti si dispone la tutela. E questa tutela si
dispiega in una serie di norme che pregiudicano altri diritti, questi si'
costituzionalmente previsti, come quello alla salute. La previsione di
appello all'obiezione di coscienza del personale medico e' un'altra spia
di
come la procreazione assistita, e dunque chi vi ricorre, siano
stigmatizzati.
Non ho citato la stigmatizzazione/criminalizzazione della donna singola,
perche' il divieto di accesso alle singole non e' prerogativa di questa
legge: esso e' disposto in pressoche' tutti i progetti di legge che
l'hanno
preceduta, a conferma del fatto che la maternita' singola, specialmente
quando non puo' essere costruita come dramma, problema, triste fatalita',
e'
considerata sia a destra che a sinistra una scelta irresponsabile,
egoista,
produttrice di mali nei confronti dei figli e della societa' intera.
I divieti di accesso alle singole si coniugano del resto con altri
provvedimenti e progetti, come quello relativo all'affidamento condiviso
dei
figli minori nel caso di separazioni, che dicono che non si puo' nascere
senza padre. Vengono a questo proposito in mente due casi di alcuni anni
fa,
tutti e due coinvolgenti tecnologie mediche. Nel primo caso, si trattava
di
una donna che con il marito aveva tramite procreazione assistita concepito
alcuni embrioni, poi congelati. Il marito muore (per mano di mafia), la
donna chiede l'impianto post mortem. Deplorazioni e scandalo su tutti i
media, vescovi che lanciano anatemi (da cui: allora era lecito, anzi era
giusto, buttare gli embrioni nel cestino?): il povero bambino sarebbe nato
orfano. Nel secondo caso, una donna incinta entra in coma profondo e
irreversibile al quinto mese di gravidanza: il suo corpo viene tenuto in
"vita" per permettere al feto di svilupparsi fino al momento di
farlo
nascere, per quanto rischioso fosse per la stessa "normalita'"
di questo
feto. Grandi festeggiamenti sui media: dunque, in questo caso, il bambino
non sarebbe stato orfano? Per non parlare dei casi di donne incinte (con
gia' altri bambini), le quali diagnosticate di gravi malattie hanno
preferito non curarsi, e dunque lasciare orfani sia il nascituro sia gli
altri gia' nati: queste donne sono state santificate. Non si discute qui
della loro scelta, quanto del modo in cui hanno reagito i grandi media, la
chiesa, ecc., e metter in luce che, a quanto pare, non si e' orfani se si
nasce senza madre, ma soltanto se si nasce senza padre.
*
Si giunge a questa legge attraverso un cammino lungo e tortuoso, durato
varie legislature, e in cui si sono succeduti vari progetti di legge,
nessuno dei quali rispondente ai requisiti di modestia, flessibilita',
mitezza richiesti dalla materia. Sulla questione della procreazione
assistita si sono scatenati fantasmi che hanno a che fare con i mutamenti
sia sociali e culturali che normativi accaduti negli anni settanta e
ottanta.
Negli anni settanta, una particolare congiuntura sociale e politica ha
permesso l'introduzione di norme liberali, in linea con i principi
costituzionali, come la riforma del diritto di famiglia, il divorzio, la
legalizzazione dell'aborto (ma anche lo statuto dei lavoratori e la
riforma
sanitaria...), a seguito della grande stagione dei movimenti
antiautoritari
nonche' dell'emergere del movimento femminista. Come tutte le leggi, anche
queste sono state frutto di compromessi e negoziazioni, e ne portano il
segno. Si puo' certo dire che esse non solo non rispecchiano le domande
piu'
radicali, in specie delle donne, ma che adesso mostrano segni evidenti di
inadeguatezza. Tuttavia, per il modo in cui sono state utilizzate, in
particolare la legge sulla legalizzazione dell'aborto, esse hanno seguito,
se non agevolato, i mutamenti sociali e culturali, tra i quali il
rafforzamento della soggettivita' femminile.
Gli anni novanta sono gli anni dell'incertezza e della paura. Le cause
sono
molte e tutte ben note e piu' volte descritte: a questa incertezza e
paura,
che hanno origini lontane e difficilmente gestibili localmente, si danno
risposte che individuano capri espiatori. Gli stranieri, i migranti, i
criminali, e le donne. Le donne hanno in realta' un doppio ruolo. Per un
verso, sono accusate di onnipotenza, egoismo, e a loro, alle loro nuove
liberta', sono imputati il disordine familiare e sociale: oppresse e
sfruttate nell'immaginario degli anni settanta, esse diventano negli anni
ottanta e novanta virago pericolose, nemiche degli uomini e dei bambini.
Per
un altro verso, come sempre nei periodi di crisi, alle donne ci si rivolge
perche' riprendano i loro compiti di custodi dei valori tradizionali, di
produttrici di fiducia particolaristica, laddove viene meno la fiducia
generale.
Gli eventi e i mutamenti degli anni settanta tornano nell'immaginario come
incubi, come cio' che sta alla radice dell'insicurezza presente, o almeno
come cio' che puo' essere rivisto e rimesso a posto, laddove altre origini
dell'incertezza presente non sembrano potersi gestire.
*
Sulla procreazione, assieme ai fantasmi dell'onnipotenza femminile, si
scatenano cosi' le paure relative a sviluppi tecnologici e scientifici che
parlano di un "progresso" i cui sbocchi non appaiono piu'
univocamente
positivi, anzi. Un progresso che destabilizza continuamente, di cui sono
sempre piu' visibili e presenti le conseguenze perverse, non solo
globalmente, ma localmente, in termini di deterioramento dell'ambiente
urbano, di precarizzazione del lavoro e della vita, di incertezza del
futuro.
L'ambivalenza sempre presente quando si evoca la "natura" qui
mostra il suo
versante difensivo e retrivo. E non per caso si tratta di procreazione, e
dunque di corpo femminile. Il corpo femminile sta per la natura che non
deve
essere alterata, la natura che per essere benevola abbisogna di cultura,
ossia di norma, e dunque di norma maschile. La natura, che incombe
minacciosa attraverso gli scempi imputabili al progresso, deve essere
restaurata attraverso il controllo del corpo femminile, e di cio' che quel
corpo puo' fare. La vita, appunto: riprendiamoci il controllo sulla vita,
sembra dire questa legge, una vita il cui significato e' diventato cosi'
incerto e contestato, che non si sa piu' quando comincia e quando finisce,
e
che e' sempre di piu' il terreno di scontro e intervento della biopolitica.
E' facile far notare come il conflitto sullo statuto degli embrioni, la
loro
difesa ad oltranza, cosi' come il conflitto sul morire, e la difesa ad
oltranza dell'accanimento terapeutico si coniughino con guerre, stermini
per
fame e malattie, stragi di "clandestini" in mare, finanche,
negli Usa, la
pena di morte. Non so se c'e' davvero incoerenza, giacche' in gioco appare
appunto il controllo della vita, piuttosto che la difesa della vita,
qualsiasi cosa si voglia dire con questa parola. Infatti, nel caso della
procreazione le tecnologie devono essere piegate al "rispetto della
natura",
dove con questo termine si mischiano insieme biologismo e concezioni
tradizionali della famiglia, mentre nel caso del morire le tecnologie
devono
servire a mettere in scacco la "natura", che lasciata al suo
corso
porterebbe appunto alla morte.
*
Il controllo della "vita", come quello della "natura",
passa attraverso il
controllo delle donne. La posta in gioco e' visibilmente questa.
Visibilmente, perche' e' dichiarata, in questa legge e nelle discussioni
che
l'hanno circondata, ma anche nei conflitti e nelle guerre in giro per il
mondo, dove le donne, i loro corpi, i loro diritti, sono richiamati per
giustificare guerre e conflitti e, viceversa, come cio' che esprime i
valori
da difendere contro l'occidente. Vita, natura, tradizione sono associati
alle donne, e il collasso dei tre termini l'uno sull'altro rafforza questa
associazione. Cio' avviene nell'occidente sviluppato come altrove. Da noi,
questa associazione si rivela nei conflitti attorno alla questione della
procreazione, dunque anche dell'aborto, e, come dicevo, si sposa al
dominio
dell'ideologia neoliberista.
Si tratta, dunque, di una questione di ordine. Un ordine che non riguarda
solo la famiglia, ma, come dicevo, attraverso la famiglia i rapporti
sociali, attraverso le donne la "natura" e la "vita".
Un ordine che si avvale, inoltre, di un altro potente costrutto culturale,
assai diffuso oggigiorno, quello della vittima. Benche' non in modo
esplicito, anche qui, come in molti altri casi, e' all'opera una modalita'
di pensare il sociale in termini paralleli a quelli dell'amico-nemico,
ossia
nei termini di offensore-vittima. Uno schema che si avvale del richiamo ai
diritti, qui intesi in un senso antagonistico e disgiuntivo: i diritti
della
donna contro quelli dell'embrione, dove e' l'embrione, in quanto "piu'
debole", ad essere postulato come vittima potenziale. Anzi, e'
precisamente
attraverso la sua costruzione come vittima che l'embrione puo' accedere
allo
statuto di titolare dei diritti.
L'attuale deplorazione della supposta noncuranza con cui le donne si sono
battute, negli anni settanta, per la legalizzazione dell'aborto,
noncuranza
che non avrebbe tenuto in alcun conto la violenza nei confronti
dell'embrione, la sofferenza di un essere "piu' debole", si
inscrive, di
certo senza intenzione, precisamente in questa diffusa cultura della
vittimizzazione, dove sembra che per accedere alla voce bisogna designarsi
vittime, e si scatena dunque la gara a chi e' la vittima piu' vittima. Chi
meglio dell'embrione, del tutto impotente di fronte alla
madre/contenitore?
Violenza, sofferenza, fragilita', debolezza, viceversa, si impongono alla
riflessione oggi con una intensita' che richiede pietas, ascolto,
accoglienza, nonche' politica, nel senso pieno del termine: il contrario
di
questa legge, che pretende di decidere in maniera rigida su qualcosa che
abbisogna piuttosto di elasticita', mitezza, modestia. Il diritto viene
qui
utilizzato per imporre un'etica di parte, dunque contraddicendo la stessa
radice del diritto moderno, la separazione tra diritto e morale, e la sua
ragion d'essere, modalita' di composizione delle dispute e di regolazione
dei rapporti interindividuali nel rispetto dei diritti e nel
riconoscimento
delle diversita' delle visioni del mondo.
*
Il giusto, non il bene, dicono i liberali, e' l'obbiettivo del governare.
Si
puo' discutere se sia davvero possibile separare il giusto dal bene, se
davvero politica, diritto e diritti moderni non veicolino invece anche una
particolare visione del bene. Tuttavia, la particolare concezione del bene
coerente con democrazia e stato di diritto e' precisamente quella che si
identifica con la liberta' riconosciuta e assicurata al dispiegarsi e
interagire di modelli culturali, valori, scelte diversi e plurali. La
tutela
dei "piu' deboli" e' certamente parte integrante di questa
concezione del
bene: ma su che cosa si possa e debba oggi, invece, intendere per vita
umana
si discute. Cio' su cui, viceversa, non si dovrebbe discutere piu' e' il
diritto alla salute, la libera scelta dei rapporti di amore e familiari,
il
primato, e dunque la responsabilita', femminili in ordine alla
procreazione.
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