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1°
ragionamento
Stelle e strisce: Sofri ha ragione
Adriano
Sofri non mi è mai stato simpatico e questo sentimento, maturato in anni
giovanili, non è cambiato malgrado la sua vicenda umana e la dignità con
cui l'ha gestita. Ma in questa stessa ho continuato a vedere alcuni di
quegli elementi per cui mi sono sempre sentito lontano dalle sue
posizioni. Anche il fatto che io sia "moralmente" convinto della
sua innocenza e lo veda vittima di una ingiustizia si traduce in dolore
per lui e per la sua famiglia e in senso di frustrante impotenza, ma non
fa nascere in me simpatia nei suoi confronti.
Tuttavia, i sentimenti non devono mai far velo sui giudizi, né in
positivo né in negativo. Devono quindi esprimere gratitudine a Sofri
perché molte delle cose che recentemente scrive mi colpiscono, mi fanno
pensare. Ad esempio, credo che Sofri abbia ragione nel dire che alla
marcia della pace ci dovrebbero essere bandiere a stelle e strisce e che
abbia torto chi invece quella bandiera la brucia. Quest'ultimo atto va, a
mio avviso, condannato a priori, perché esprime il non riconoscimento del
diritto all'esistenza di una nazione colpendone il simbolo. Un gesto
stupido, che mi ricorda i falò dei libri, esperienza con cui non dovremmo
avere nemmeno la più piccola tangenza. Si può avere un dissenso radicale
senza per questo negare il diritto all'esistenza di colui contro cui si
lotta.
È necessario lavorare contro le semplificazioni, gli schematismi, per
tornare a capire il gioco complesso delle contraddizioni in cui siamo
inseriti, anche se questo richiede estremo coraggio e grande lucidità. In
una società complessa, mondializzata, la distinzione di piani è ancor
più necessaria. Invece sempre più sentiamo risuonare (a destra, a
sinistra e in quelli che non sono né a destra né a sinistra e nemmeno al
centro), il canto delle sirene, dei figli dei modelli binari, che ci
dicono : "noi soli siamo buoni, tutti gli altri sono cattivi".
Si apre così la strada ad una delega cieca, che non permette di guardare
in faccia le situazioni contraddittorie in cui dobbiamo accettare di
muoverci perché è il reale che ce le impone.
Se si manifesta per la giustizia, bisogna solidarizzare con tutti quelli
che hanno subito qualcosa, quali che siano i loro torti, che tuttavia
dobbiamo ricordare, segnalare, combattere. Questo è il difficile:
riuscire ad essere vicini e lontani, solidali anche con chi si contrasta
su altri terreni. Gli Usa hanno subito un'azione terroristica di enorme
portata, forse la maggiore che si sia mai vista (finora, va detto,
purtroppo). Non si può liquidare la cosa con una frase, un riconoscimento
formale: la solidarietà dev'essere evidente, palpabile. L'onore alla
bandiera è uno, non necessariamente l'unico o il migliore, di questi
gesti. Solo chi è semplicemente antiamericano o antimperialista o qualche
altro "anti" del genere può rifiutare questo gesto, che invece
potrebbe essere fatto anche da chi disapprova l'azione militare che si sta
conducendo in Afghanistan. Perché si può esprimere solidarietà su un
terreno e fermo dissenso su un altro.
Il mondo non è bianco o nero, ma è ricco di sfumature: l'approvazione
non dev'essere acritica, così come la condanna non dev'essere assoluta.
Fatte salve poche (per fortuna) e drammatiche eccezioni.
A queste manifestazioni dovrebbero quindi esserci anche le bandiere di
Cuba, per protestare contro il blocco che da decenni gli USA impongono a
questo paese, anche se questo non vuol dire affatto approvare il disprezzo
per i diritti umani praticato da quel governo. Così dovrebbero esserci
quelle della Palestina e quelle di Israele, qualunque sia il giudizio che
sulle politiche dei due governi, su Hamas o sul governo Sharon, uno
esprime. Se si vuole la pace tra i due popoli, se si riconosce che i torti
e le ragioni non sono solo da una parte, non si può fare altrimenti.
Questo non esclude un giudizio politico, possibile e necessario, per
identificare le colpe maggiori, le responsabilità politiche e storiche
che hanno portato a certe situazioni. Bisogna anche schierarsi, ma chi in
una manifestazione per la pace e la giustizia volesse una sola bandiera
deve avere il coraggio di assumere le conseguenze di quello che dice: una
nuova Shoà, da una parte, il non riconoscimento dei diritti del popolo
palestinese dall'altro.
Bisogna prendere posizione, bisogna evitare l'irenismo e il pacifismo
cieco, ma per questo bisogna prima di tutto andare contro quello che ci
dice "la pancia", che ci porta sempre a schierarci da una parte
o dall'altra in quanto è quella "buona e giusta". Al contrario,
occorre riconoscere la complessità dei processi politici che abbiamo
davanti e che non ammettono semplificazioni, schierandoci anche ma in una
posizione che almeno è soggettivamente coerente e non manichea.
Ma di questo parlo altrove. Credo del tutto inutilmente. E anche in
questo, per la prima volta in vita mia, mi sento vicino ad Adriano Sofri.
Anche se, a differenza di lui, io scrivo a casa mia.
2°
ragionamento
Un solo albero, due frutti avvelenati
Io
non sono un pacifista, non lo sono mai stato e non lo sarò mai. Un
pacifista è uno che condanna ogni forma di uso della forza, ogni e tutte
le guerre, quelle imperialiste e quelle di liberazione, è uno che non ha
e soprattutto non vuole avere nemici. Io ho nemici e ne ho sempre avuti,
odio ed ho odiato una molteplicità di cose. Credo che questo sia vitale,
perché se viene assunto consapevolmente ci costringe a pensare e a
giustificarci. Perché avere nemici e odiare è una cosa terribile, come
è terribile la guerra.
Un uomo onesto in queste condizioni non può non pensare a quello che
siamo e ai criteri con cui ci misuriamo con il mondo, perché se
combattiamo contro ciò che non va a noi proprio perché non va a noi,
qualunque siano i discorsi ideologici con cui ci giustifichiamo,
affermiamo in realtà solo la violenza. Se invece combatto per valori o
contro disvalori, ad esempio contro lo stesso uso diffuso e dissennato
della violenza, la questione cambia radicalmente, perché devo stabilire
il peso, la valenza, il significato di quei valori che, per il solo fatto
di essere "umani", non sono e non devono essere degli assoluti.
Un uomo onesto in queste condizioni non può non pensare al pericolo
costituito da questo odio, per noi stessi, per la nostra interiore
umanità e per quella degli altri. Perché non c'è la violenza levatrice
della storia, anche se la violenza c'è e ci sarà ancora per moltissimo
tempo. E la violenza guasta prima di tutto colui che la pratica. Di nuovo
e ancor di più il giudizio diviene estremamente difficile e invita alla
cautela.
Si tratta di affermazioni che possono sembrare facile da dirsi, ma che
sono certamente difficili da praticare. Tuttavia non credo che abbiamo
scelta: mi spaventa troppo colui che dice di non aver nemici e poi scrive
pagine che trasudano odio, così come mi ripugna chi parla di pace e poi
brucia le bandiere. Non è solo questione di coerenza. Costoro credono di
essere "antagonisti" o "radicalmente diversi" e invece
rischiano di esprimere solo i due frutti peggiori che la modernità ci ha
lasciato: l'individualismo e il manicheismo.
Non si può andare fuori e oltre il proprio tempo: non è possibile
ignorare, in questa società, il ruolo del soggetto, del singolo. Ma su
questa base l'individuo diviene un nuovo, pericoloso idolo: nessuno può
giudicarlo, nessuno può controllarlo: i suoi valori, il suo modello di
vita, la sua convinzione non ammette limiti, momenti di verifica,
condizionamenti. Colui che incarna e realizza questo modello opera in una
visione autocentrata in cui l'esito è già prefissato. Berlusconi è il
prototipo di questo comportamento: se sbaglia è la realtà che ha
sbagliato, che non ha capito, che ha frodato l'unico esito che era
possibile, quello favorevole a lui, quello che lui aveva previsto. Guai
poi se le cose vanno davvero come voleva.
Nulla resiste di fronte allo strapotere dell'individuo, neanche il divieto
di contraddirsi: si può dire di essere moderati e avere una pratica
estremista, parlare sempre di democrazia e praticare un modello
organizzativo di tipo "carismatico", in cui quello che dice uno
deve valere per tutti, essere pacifista e a sostegno di una lotta armata.
Quello che conta non è il vero o la realtà oggettiva, ma solo il
soggetto, IO, che dice l'unica verità possibile, perché l'unico
tribunale che riconosce è se stesso.
Questa posizione si sposa bene con il manicheismo, quella visione tragica,
forte nella nostra civiltà, che vede, vuole assolutamente vedere, il
mondo diviso tra buoni e cattivi, tra chi ha tutta la ragione e chi ha
tutti i torti, tanto che con lui forse è meglio nemmeno parlare, nemmeno
comunicare. Il Novecento è stato pieno di condanne senza remore, ma oggi
si fa la stessa cosa sul Novecento stesso. Credo che sia lo stesso errore
ripetuto all'infinito: noi siamo dalla parte della ragione perché voi
siete dalla parte del torto.
Bruciare libri o bandiere è solo l'ultimo gesto di un processo che ha
messo il soggetto, non in senso astratto ma come individuo concreto, nel
grande e nel piccolo, nel mondo come in Italia come in qualche entità
locale, nel piano della coscienza individuale come in quello politico,
sullo scranno del giudice supremo con in mano una spada fiammeggiante per
dividere il mondo in due parti. Magari in nome della giustizia,
dell'amore, della pace.
Credo che dobbiamo odiare l'incoerenza, la menzogna, lo sfruttamento,
l'ingiustizia, ma senza pensare di essere portatori di coerenza, verità,
giustizia. Lo dobbiamo volere e tanto, ma con la consapevolezza che ogni
tentativo di realizzare una proposta utopica comporta un carico di dolori
immenso, che ogni convinzione del genere ci farebbe perdere il già debole
senso dei nostri limiti.
L'unica cosa che credo giusta è continuare a "pedalare",
tenendo duro, perché tanto, prima o poi, dovrò fermarmi. Ma stimo
enormemente quei pochissimi - tanto lontani da me - che praticano o hanno
praticato questi valori, da San Francesco a Ghandi, anche perché si sono
consapevolmente condannati alla morte o comunque ad una vita piena di
dolori e delusioni. San Francesco morì lontano dai frati che a lui
volevano richiamarsi, Ghandi e Martin Luther King sono stati ammazzati.
Chi vive l'utopia vive sulla sua pelle le incapacità degli esseri umani,
chi va come pecora in mezzo ai lupi non può non incontrare la morte.
Ma li stimo anche perché li vedo nemici del mio nemico, lontani e
contrari a questo mondo di soggetti manichei e di falsi antagonisti che
continua a piacermi sempre meno.
Maurizio
Migliori
Ottobre
2001
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