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ALLA RICERCA DELLA LAICITA' PERDUTA di Stefano Rodotà | |
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Dalla deriva sulla questione scuola agli imbarazzi sui temi della bioetica all'inerzia di fronte al nuovo temporalismo, il tradimento della promessa di laicità che è invece il tessuto della Costituzione. Una laicità che significa(va?) libertà, senza catechismi né censure.
1. La vicenda della laicità viene storicamente identificata con la contrapposizione tra clericali e anticlericali che, con il passare del tempo, ha finito con l'apparire sempre più datata, addirittura presentata con le stimmate negative di un anacronismo. Ma così non è, perché le pretese dei diversi fondamentalismi, le dispute intorno ai valori ripropongono spesso drammaticamente la questione dei rapporti tra fede e politica, tra regole giuridiche e regole etiche. Perfino più radicalmente che in passato siamo obbligati a interrogarci intorno al modo di costruzione della sfera pubblica e di quella privata, al libero sviluppo della personalità, ai caratteri stessi dello Stato. Qui il principio di laicità non solo mantiene attualità e forza, ma trova rinnovate ragioni di rilevanza nel momento in cui il carattere pluralista delle nostre società non riguarda soltanto un'enunciazione generale, che fa del pluralismo un connotato della stessa democrazia, ma riflette un dato di realtà, fatto di politeismo di valori, di diversità culturali, etniche, nazionali. Ma davvero la storia più recente ci obbligherebbe a mettere da parte ogni discorso sulla laicità? Penso alle parole accorate (sconsolate?) con le quali Arturo Carlo Jemolo, alle cui opere converrebbe ancora attingere proprio in questa temperie, chiudeva nel 1963 una nuova edizione della sua grande ricerca su Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni. Lo colpiva "l'inattesa realizzazione di uno Stato guelfo a cento anni dal crollo delle speranze neoguelfe". E questo lo portava a dire che "questa Italia non è quella che avevo sperato; questa società non è quella che vaticinavo: società laica nella sua struttura giuridica, ma dove tutti portassero in sé un alto afflato religioso". La lenta nascita della Repubblica resta così segnata da una promessa di laicità, visibilissima nella trama e nel linguaggio stesso della Costituzione, che subito deve fare i conti con l'aporia rappresentata dall'art. 7 e con una realtà nella quale precocemente s'insedia appunto la creazione d'uno "Stato guelfo" che, riguardata oggi, incarna la forma più insidiosa di quella che fu chiamata l'"inattuazione costituzionale". Può darsi che l'art. 7 abbia evitato una lacerazione politica e sociale (manca la controprova), anche se il timore che fondò la linea togliattiana non sembra quella del divorzio tra masse cattoliche e comuniste, quanto piuttosto quello di un palese conflitto tra Vaticano e Pci. Comunque sia, quella scelta ha segnato l'avvio della Repubblica con un'idea di laicità "negoziabile", riemersa tutte le volte che il realismo politico induceva a non creare frizioni con la Chiesa, come dimostrano, tra l'altro, l'atteggiamento del Pci sul divorzio e il "Concordato Craxi". La possibilità di far nascere una "religione civile" - di cui una qualche forma di "patriottismo costituzionale" è componente indispensabile, vivendo noi in Stati costituzionali di diritto - viene così pregiudicata all'origine. Con un doppio effetto, sul quale ha ben richiamato l'attenzione Gian Enrico Rusconi: il radicarsi nella cultura di sinistra (comunista prima, poi anche socialista) nei confronti della "religione-di-Chiesa" di "un misto di deferenza strumentale e di attenzione ai sentimenti e alle tradizioni popolari", che ha impedito una riflessione aperta sui nuovi significati di laicità, fondata su un dialogo tra laici e cattolici capace di partire dai nodi concreti da sciogliere (penso ai molti tentativi di Lelio Basso); e il progressivo consolidarsi, via via che si spegneva la forza delle tradizionali culture di sinistra, di atteggiamenti "surrogatori o supplenti di una religione civile che in Italia non poteva e non può essere ricuperata in nessuno dei suoi significati originari". Si è così aperto il varco a una delega in materia di valori fondativi della società non solo alla dimensione propriamente religiosa, ma all'entità della Chiesa, alla quale viene così chiesto, consapevoli o no, di colmare un vuoto ormai evidente nella sfera della politica. In questo clima di crescente subalternità, la stessa parola "laico" finiva con l'essere fastidiosa o sospetta, determinando una progressiva emarginazione della cultura laica di matrice liberale. Cercare di ridarle peso e dignità attraverso un'improbabile alleanza di ferro con il liberismo economico, come si è cercato di fare in tempi recenti, mi pare impresa intimamente contraddittoria, contrastante con i presupposti stessi della laicità, come cercherò di chiarire più avanti con qualche riferimento a situazioni concrete. Proprio perché ho sempre avuto ben presente questo intreccio di fatti, e serbo precisa memoria di una storia che più d'uno cerca di dimenticare o riscrivere, non sono stato sorpreso da una deriva che nelle reazioni all'evento giubilare della riunione a Roma di due milioni di giovani ha avuto il suo momento di massima evidenza. Ma quelle reazioni di sorpresa o di resa di persone per abitudine chiamate "laici" erano state ampiamente annunciate dagli imbarazzi (a dir poco) sui temi della bioetica, dalla sciagurata impostazione parlamentare della legge sulla procreazione assistita, dalla deriva sull'intera questione della scuola, da molte reazioni a documenti pontifici, dall'inerzia di fronte al nuovo temporalismo. Le ultime due questioni meritano un immediato commento. Era già evidente anni fa che la frammentazione politica del mondo cattolico, avviata dalla scomparsa della Democrazia cristiana, avrebbe determinato una maggior debolezza del mondo politico-parlamentare di fronte alle richieste vaticane, perché l'accettazione di queste e la conseguente patente di ortodossia divenivano carte da giocare nella ricerca del sostegno elettorale della Chiesa e del consenso del mondo cattolico più tradizionalista. La Democrazia cristiana non aveva dovuto subire questa esplicita concorrenza e, grazie pure alle sue radici, aveva potuto mantenere un atteggiamento se non più laico, certo più indipendente di fronte alle posizioni della Chiesa. Cogliendo anni fa l'emergere di questo problema, e segnalandolo immediatamente, ho dovuto registrare con stupore alcune reazioni che, sostanzialmente, parlavano di incomprensione dei valori che la Chiesa incarnava, e che solo a un bieco anticlericale d'altri tempi non apparivano subito in tutta la loro importanza. Ma non era questo il punto. Quel che discutevo non erano i valori in sé, ma la pretesa di imporli a tutti, facendo addirittura divenire un obbligo del parlamentare cattolico il seguire le indicazioni della Chiesa. Pretesa già in sé laicamente inaccettabile. E che diveniva particolarmente pericolosa per la particolare situazione del parlamento italiano e la perversa concorrenzialità che avrebbe innescato, come i fatti successivi hanno puntualmente confermato. Ma quella reazione "a sinistra" era segno della perdita della capacità di un confronto basato sulla reciproca autonomia, o di una vera e propria resa. Imboccando strade come questa, si finisce accecati. Lo dimostrano le reazioni recenti al documento vaticano sulle carceri, che ha animato la discussione intorno all'amnistia e all'indulto. Ma l'appello del papa, proprio perché toccava corde che suscitano un sacrosanto consenso, offriva un'occasione per riflettere sul sistema dei valori fuori dalle strumentalizzazioni politiche e dalle rozzezze culturali. Che cosa ha detto in quella occasione Wojtila? Ha invitato "i legislatori a ripensare il sistema carcerario e il sistema penale mirando a renderli più rispettosi della dignità umana". E credo che il suo complesso messaggio possa essere così riassunto: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Queste ultime parole suonano familiari per qualcuno? Lo spero, perché si tratta di quel che dice, con bella lingua, l'art. 27 della Costituzione repubblicana. Sono parole del 1948, non del 2000. Sono la prova che l'abbandono del testo fondativo della nostra religione civile, il suo tradimento, sono all'origine della disperata condizione carceraria, del degrado del nostro sistema penale. Non si è trattato di una dimenticanza. Infinite volte a chi invocava una civile politica carceraria si è risposto con irrisione: "Volete che le carceri siano degli alberghi?". Nei messaggi del papa, e non solo nell'ultimo, si sottolinea sempre il forte richiamo alla dignità. Proviamo anche qui a fare un piccolo confronto, tornando di nuovo alla Costituzione. Nell'art. 3 si legge che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge": il principio di dignità è affermato addirittura prima di quello d'eguaglianza. E l'art. 41 è perentorio: "L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Questi sono i fondamenti della Repubblica, di cui abbiamo via via perduto la memoria. Questa è la coscienza laica dello Stato che abbiamo smarrito e che, inconsapevoli, cerchiamo di sostituire con altre tavole di valori. Questo è il segno della ricchezza culturale di una Costituzione che non nasce, come vorrebbero alcune approssimative ricostruzioni di questi ultimi anni, da un consociativismo ante litteram, ma da un confronto fecondo, grazie al quale anche la tradizione cattolica ha ovviamente lasciato un forte segno, in un contesto che la fa divenire parte di un comune patrimonio laico. Non sto proponendo un polemico esercizio di nostalgia. Voglio più semplicemente dire che, nel momento in cui si manifesta un bisogno di valori di riferimento, i laici dovrebbero sapere che possono rivolgersi verso un testo, la Costituzione, che per i cittadini dovrebbe rappresentare un riferimento spontaneo, più che obbligato. So bene quali siano le difficoltà di riferirsi a un testo che, mai particolarmente popolare, negli ultimi anni è stato oggetto di una critica tanto distruttiva, quanto approssimativa ed ingiustificata. Ma quello è un luogo ineludibile per una riflessione laica sui valori.
2. La laicità, lo sappiamo, non è una tavola di valori da contrapporre semplicisticamente ad altri valori. E' piuttosto una dimensione della libertà, uno strumento per la libera formazione della personalità, un elemento essenziale per la convivenza. Vi è un'antica componente della laicità, in cui certamente si rinviene la sua matrice illuministica, che consiste nel valore della conoscenza piena e critica, liberata da catechismi e censure. Ma, per muovere in questa direzione, è indispensabile una sua specifica cornice istituzionale. Così, nella sua storia concreta, la laicità incontra lo Stato, di cui diviene un connotato anche perché questo è l'unico modo per allontanare la tragedia delle guerre di religione, di cui l'Europa non ha solo triste memoria, ma conosce anche i disastri nella feroce rivendicazione dell'identità religiosa che l'ha sanguinosamente segnata ancora in questi anni. Appartiene soltanto al passato, a un'antica lotta contro ogni forma di oscurantismo, la rivendicazione della conoscenza non solo come strumento di liberazione individuale, ma come tramite indispensabile per la comprensione reciproca, come fondamento della tolleranza? V'era un senso comune da sconfiggere, che parlava per bocca del popolano di Giuseppe Gioacchino Belli:
Che ppredicava a la Missione er prete? "Li libbri non zò rrobba da cristiano: Fijji, pe ccarità, nnu li leggete".
E' lo stesso senso comune che compare in La sonata a Kreutzer di Tolstoj: «Il vecchio avrebbe voluto rispondere qualcosa, ma in quel momento il treno si mosse ed egli, toltosi il berretto, cominciò più volte a farsi il segno della croce e a recitare sottovoce una preghiera. Terminato poi che ebbe di pregare, dopo essersi segnato ancora tre volte, il vecchio si rimise in testa il berretto, calcandoselo profondamente, si adagiò meglio al suo posto, poi prese a dire: "Succedeva, signore, anche prima, ma un po’ meno - disse - Di questi tempi è fatale che sia così. E' la troppa istruzione"». Non deve sorprendere, allora, se il connotato principale dello Stato laico per eccellenza, la Terza Repubblica francese, fosse appunto l'istruzione, tanto che essa è passata alla storia anche come la «République des instituteurs». La scuola dei maestri, la scuola pubblica dove gli alunni vestivano il grembiule perché la frequentazione comune non fosse subito segnata dall'appartenenza ad un ceto, testimoniava il passaggio concreto a uno Stato in cui l'istruzione non era un privilegio, e quindi uno strumento di separazione, ma il luogo dove la conoscenza dell'altro si fa concreta e pone le basi della convivenza. Tutto questo appartiene al passato, o invece diventa ancor più rilevante in società segnate dal pluralismo, e per ciò bisognose di un confronto continuo e paritario tra tutti i soggetti che le compongono? Ieri, Guido Calogero rivendicava il valore della laicità fondandolo proprio sulla virtù del dialogo. Oggi, nessuna teoria dell'agire comunicativo sarebbe plausibile senza il flusso libero delle informazioni, la libertà del convincimento, il rispetto degli altri.
3. Da queste premesse è possibile muovere in due direzioni. La prima ci porta verso un ripensamento del concetto di tolleranza, che non può essere inteso in un'accezione tutta passiva, che rischia di segnare piuttosto una separazione e una distanza. Sono «tollerante» se accetto che altre culture o etnie vivano accanto a me, a condizione però che siano separati i luoghi di abitazione e socializzazione, limitandomi ad accettare il precario contatto determinato dalle occasioni di lavoro? Questa sarebbe una società pluralista o un insieme di ghetti? Sarebbe una società laica o una società dell'indifferenza? Laicità vuole che ci si proietti al di là dell'originario suo progetto di tolleranza. Non possiamo appagarci di una società che tollera sempre di più, ed integra sempre di meno. A qualcuno la separazione potrà sembrare più rispettosa dell'«altro». Ma non sempre è così. Anzi, essa sfuma sempre più spesso nell'indifferenza, e incarna non il rispetto, ma il timore. La separazione non è mai una forma intensa di riconoscimento, ma il tentativo di allontanare l'altro da sé, perché il proprio sistema culturale e la propria identità non vengano scalfiti. Ma proprio la laicità oggi vuole che a questo atteggiamento passivo, che prelude alla chiusura, si sostituisca un'attitudine capace di portare all'accettazione dell'altro. Ed è qui che si pone il tema del passaggio dalla tecnica della separazione a quella del confronto, che indica la seconda direzione di marcia. Ma quali sono i luoghi dove questo confronto dev'esser reso possibile? Chi li definisce? Provo qui ad abbozzare un primo elenco degli «spazi pubblici di confronto», dove la laicità trova la forma istituzionale più adeguata alle dinamiche culturali e sociali di questo tempo: la scuola, i mezzi di comunicazione, le reti telematiche, la democrazia locale, i comitati etici. Con un'intuizione felice, Pietro Calamandrei parlò della scuola come «organo costituzionale». E quella intuizione è stata confermata via via che diveniva sempre più evidente il nesso tra scuola e democrazia: l'istruzione è un diritto fondativo del modo d'essere cittadini, dunque una precondizione della democrazia; la scuola è il luogo dove ci si forma, si acquisisce sapere critico. Se, invece, si imbocca la strada della pura competitività aziendale, e si offre un incentivo economico alla creazione delle scuole separate, dove ciascuno rinsalda la propria appartenenza (religiosa, etnica, ideologica, localistica …), si contraddice proprio questo programma democratico e la scuola perde definitivamente la possibilità d'essere il momento in cui si avvia la costruzione dell'uguaglianza, del riconoscimento degli altri. Si frantuma in mille ghetti, luoghi di incubazione dei futuri conflitti. Tradisce la funzione che, più di prima, dovrebbe avere in società inevitabilmente pluralistiche, quella di rappresentare uno dei luoghi essenziali d'unificazione e confronto. La scuola è sicuramente uno dei luoghi che ci portano a ripensare la nozione stessa di laicità, che dev'essere arricchita, sviluppando i motivi che la fondano, che sono, insieme, la negazione del confessionalismo, il rifiuto dell'intolleranza, il riconoscimento delle ragioni delle minoranze. Se la scuola, come altri luoghi del «pubblico», non rende possibile il confronto, allora nella società rischiano di affermarsi con prepotenza le forme di una separazione non più benefica occasione offerta a ciascuno di conservare la propria identità, ma fonte di pericolosa contrapposizione. E allora: scuole confessionali l'una contro l'altra armate, famiglie o comunità religiose il cui integralismo non è più bilanciato da uno spazio pubblico dove si incontra l'«altro». La separazione non può divenire esclusione: di persone, di idee, fedi. Non basta tollerare: bisogna anche riconoscere e, soprattutto, «includere». Qui, come altrove, emerge con forza l'altro grande tema di oggi, quello del conflitto tra una società dell'esclusione e quella dell'inclusione. Un'idea rinnovata di laicità ci parla della scuola come di un luogo di formazione comune, dove l'incontro e la conoscenza di culture diverse educano alla convivenza, evitando così che il pluralismo diventi solo la registrazione delle diversità o della distanza, e quindi l'anticamera del conflitto. Può darsi che una forte riduzione dell'area della scuola pubblica abbia scarsi effetti negativi in società fortemente coese: ma determinerebbe sicuramente conseguenze distruttive là dove si manifestano o cominciano a manifestarsi distinzioni forti, per non dire fratture. Il passaggio a un sistema sostanzialmente privatizzato, basato sulla esistenza di scuole cattoliche e mussulmane, leghiste e meridionalizzate, per élite e per diseredati, annuncia un tempo in cui non è la libertà di ciascuno ad essere esaltata, ma nel quale il riconoscimento reciproco è sostituito dall'esasperazione della propria identità, il confronto dalla distanza dall'altro. Chiuso ciascuno nel proprio ghetto, tutti preparati a contrapporsi ferocemente l'un l'altro. Si prepara così una società nella quale nessuno è educato al dialogo, dove non solo la soglia della tolleranza si abbassa drammaticamente, ma si perde pure la possibilità di essere educati alla ricerca di dati comuni, che sono poi quelli che consentono di superare gli egoismi e di individuare interessi generali. Solo una scuola pubblica, o «comune», può trasformare la molteplicità in ricchezza. E bastano queste considerazioni per mostrare quanto sia inappropriato, e pericoloso, il tentativo di trasferire nella scuola le pure regole della concorrenza, il trasformare il sapere in una pura merce che si compra meglio se il mercato si articola. Solo così la stessa disciplina costituzionale dell'istruzione può essere letta senza chiusure, ed essere proiettata anche al di là delle ipotesi revisioniste che periodicamente vengono prospettate. Onestà intellettuale, e corretta ermeneutica, vogliono che l'art. 33 della Costituzione sia, come s'usa dire, «di stretta interpretazione», e dunque debba esser letto per quel che dice: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». Di fronte a una formula così chiara non valgono a nulla giochi dialettici come quello di chi dice che il divieto riguarderebbe la sola "istituzione" delle scuole, non il loro successivo funzionamento. Né si può sostenere che le scuole private, entrando a far parte di un unico sistema formativo, costituirebbero comunque un "servizio pubblico", perché l'Assemblea costituente, con i voti democristiani, respinse proprio un emendamento così formulato. Il sistema disegnato dall'art. 33 della Costituzione è chiarissimo. Si comincia proclamando la libertà di insegnamento. Si continua prevedendo il dovere della Repubblica di istituire "scuole statali per tutti gli ordini e gradi". Si parla poi del diritto dei privati di istituire scuole senza oneri per lo Stato. Infine, si stabilisce che alle scuole non statali, che chiedono la parità, dev'essere assicurata "piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali". In questo quadro la pretesa costituzionalmente legittima dei cittadini è quella di un sistema pubblico completo ed efficiente, che realizzi appunto il dovere di istituire scuole statali, non quella di un sistema di scuole private finanziate con denaro pubblico. Il sistema privato dell'istruzione rientra nella diversa dimensione delle libere scelte di imprenditori, genitori, alunni, insegnanti. Dirò di più. Anche se si cancellasse l'inciso «senza oneri per lo Stato», non verrebbe meno quel dovere dello Stato stesso di dotare la collettività di un completo sistema d'istruzione pubblica che risponde non all'obiettivo "statalista" di perpetuare un monopolio pubblico dell'istruzione, ma al ben diverso fine laico di garantire fondamenti e ragioni della convivenza. E la scelta di quante risorse attribuire ai privati sarebbe condizionata dalla priorità di questo obiettivo.
4. Accenno rapidamente agli altri spazi pubblici di confronto. Per quanto riguarda il sistema delle comunicazioni di massa, mi limito a ricordare che il principio laico del libero confronto delle idee risulta pregiudicato dalle concentrazioni in poche mani di tali mezzi, sì che la disciplina antitrust (pur con tutti i limiti, peraltro accentuati dai processi di globalizzazione) rimane un riferimento necessario. Per quanto riguarda le reti telematiche, il problema nasce dal fatto che Internet, all'origine configurata unicamente come spazio di libera comunicazione, ha ormai assunto un prevalente aspetto commerciale: diventa, quindi, essenziale che le sue regole di accesso e di funzionamento non trovino il loro fondamento soltanto nella logica di mercato, attraverso restrizioni della libertà d'uso per finalità diverse, arrivando così a uno spazio asettico e purificato da ogni manifestazione di dissenso o di non conformismo. Il laico non conosce l'ossequio alle religioni, e dunque neppure a quella del mercato. La democrazia locale, poi, è lo spazio dove il confronto e la comune responsabilità esigono l'estensione dell'elettorato attivo anche ai residenti non cittadini, partecipi da ogni punto di vista, quello fiscale in primo luogo, della vita della collettività. I comitati etici, infine, non dovrebbero essere in sé considerati come uno spazio pubblico di confronto. Dovrebbero, comunque, essere strutturati in modo da essere il punto di avvio di un confronto poi esteso all'intera collettività. Ad essi, in realtà, possono essere attribuiti ruoli diversi, ed è sempre stata forte la spinta a considerarli come una sorta di depositari d'una verità, che poi comunicherebbero al "Principe", sia esso parlamento o governo. In questa prospettiva, però, è inevitabilmente destinato a crescere il dubbio sulla loro legittimazione: si può affidare soltanto ad esperti il compito di dire l'ultima parola in materie che riguardano la vita di tutti? Si possono espropriare gli organi rappresentativi, i parlamenti, del diritto-dovere di stabilire democraticamente principi e regole? Ma vi è un altro modo di intendere i comitati etici. Loro interlocutore non dovrebbe essere il sistema politico, ma la società. Loro funzione non quella di consigliare o dire l'ultima parola, ma il mettere l'opinione pubblica in condizione di valutare con piena conoscenza le diverse questioni via via proposte dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Questo è il modo in cui lavorano ormai diversi comitati etici, i cui documenti non anticipano una decisione politica, non prefigurano una legge possibile, ma forniscono ai cittadini, con chiarezza e completezza, le informazioni necessarie per discussioni e valutazioni meditate, non prigioniere dell'emozione o di un'informazione che agita fantasmi o enfatizza motivi di scandalo. E così anche la decisione politica può esser presa in un ambiente sociale segnato dalla consapevolezza dei problemi, dal confronto tra le diverse soluzioni possibili e dalla valutazione dei loro effetti.
5. L'analisi della nuova dimensione istituzionale della laicità esige anche una considerazione rinnovata delle tecniche di disciplina. Queste sono state tradizionalmente strutturate come regole di supremazia, nel senso che la norma giuridica veniva intesa soprattutto come strumento per chiudere un conflitto dando prevalenza a uno soltanto tra gli interessi presenti. In una dimensione in cui la laicità è anche presidio del pluralismo, cresce il numero delle materie e delle aree nelle quali servono invece regole di compatibilità, in grado di far coesistere valori, punti di vista, interessi diversi. Questo può avvenire in molti modi: ad esempio, attraverso procedure che fissano criteri e parametri, anche informativi, che consentono al soggetto di fare la scelta che ritiene più conforme ai propri interessi; o ricorrendo a clausole generali o concetti elastici (come buona fede o buon costume), il cui concreto significato può essere adattato ai diversi contesti in cui vengono applicati. Ma l'esercizio della laicità esige anche, e forse soprattutto, misura nell'uso dello strumento legislativo. Questo non deve trasformarsi in scorciatoia autoritaria per imporre valori non condivisi, per mortificare l'autonomia individuale in nome di ideologie o fedi. Il laico conosce i rischi di quella che Paolo Prodi ha chiamato "la norma ad una dimensione", nella quale la giuridicità diviene veicolo obbligato di un'etica. Distinguendo tra sistema del diritto e sistema dell'etica, il laico mostra considerazione e rispetto per quest'ultimo ben maggiore di quello che dicono di tributargli i banditori ufficiali d'una morale.
Stefano Rodotà
Intervento pubblicato sulla rivista MICROMEGA 4/2000
(in attesa di autorizzazione)
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