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LA POLITICA FA SCHIFO - Riflessioni sulla diffusione dei luoghi comuni |
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Sarebbe facile aprire una polemica strumentale con chi dice “la politica fa schifo”: si potrebbe ricordare che questa è stata una delle parole d’ordine prefasciste, che continuava durante il ventennio con i cartelli nei bar “qui non si fa politica”, si potrebbe far osservare che questo lo dice anche certa stampa di destra, che non difende tanto “i suoi” quanto si sforza di mostrare che anche dall’altra parte ci sono i ladri, i mestatori, gli opportunisti, si potrebbe invitare alla cautela perché se poi non si riesce a fare (subito o presto) una politica diversa si lavora davvero per il re di Prussia, come si diceva un tempo. Ma appunto sarebbe una polemica strumentale, un tentativo non di aprire un dibattiti, ma di chiuderlo. E non è di questo che abbiamo bisogno: si sono diffusi a macchia d’olio alcuni “luoghi comuni” che, soprattutto a sinistra, determinano scoramento, abbandoni, e via dicendo. Tanto più che nessuno può negare che abbiano dalla loro alcuni dati di fatto assolutamente veri. Non si tratta quindi di posizioni “stupide” ma di “scorciatoie”, semplificazioni che tranquillizzano per la loro apparente immediata evidenza. Ne vediamo solo due e poi cerchiamo di capire perché appaiono così efficaci e sono così diffuse.
La politica fa schifo Non ci soffermiamo sulle ragioni per cui questa affermazioni appare convincente: sono molte. Ma non tutte buone. Qulle “italiane” non sono del tutto vero, visto che, se guardiamo il complesso dei paesi dell’Occidente, quelli a cui siamo più vicini per dinamiche socio-politiche, troviamo problemi sostanzialmente simili. Il che rende certi fenomeni (il peso dell’immagine, il diffondersi della corruzione) ancora più preoccupanti. Ma il nodo vero non è questo. Il fatto è che l’analisi è rivolta tutta verso il mondo politico, visto in qualche modo come separato e quindi come “colpevole”: fa schifo. Proviamo però a fare un’analisi diversa, e probabilmente più corretta. Questa politica si radica, non a caso nell’intero occidente, dentro una certa società che si sta trasformando. Com’è la società che esprime questo mondo politico? Per rispondere a questa domanda chiedo: l’aver usato immagini ringiovanite e con più capelli giova o no alla campagna di manifesti fatta da Berlusconi? O più in generale è più efficace procedere per slogan o spiegare punto per punto il proprio programma di trasformazione del paese? La risposta più sincera dovrebbe riconoscere che chi si mette a spiegare questioni “menose” perde subito “audience”. Questo riguarda la società e non la politica. Un politico, un vero politico, deve avere un programma efficace e coerente, ma deve anche realizzarlo e per questo deve vincere le elezioni. Se si ripromette solo di avere idee giuste sarà anche una brava persona ma non è un politico e non deve fare politica, perché condanna idee giuste a non essere mai realizzate. Il che è doppiamente colpevole. Non sto dicendo che a questi processi bisogna essere supinamente subalterni, ma che si tratta di fatti che hanno la loro radice non nel mondo politico, ma nella società stessa, per cui le terapie non possono essere né facili né solo o essenzialmente politiche. Puntare a cambiare la politica a partire dalla politica è probabilmente una totale illusione, ma suona facile e consente discorsi “verosimili”. Perché provate a pensare come si può operare per modificare “questa società”….
Sono tutti uguali Questa è una variante del discorso precedente: se la politica fa schifo, è ovvio che sono tutti uguali. Gioca qui però la questione del “ punto di vista”. Pensiamo alla situazione americana recente e poniamoci nell’animo di un elettore “ecologista”. La domanda è: uno dei due candidati farà una politica ecologista? Data l’ovvia risposta, il risultato è che sono uguali. Questo gioco si può ripetere all’infinito, sul modello per cui, se gli anarchici sono all’estrema sinistra, tutti gli altri sono necessariamente “destra”. Ma anche qui il procedimento non sembra il più corretto, perché una valutazione di due realtà dovrebbe essere fatta a partire da quello che le due realtà sono in sé, nel loro rapporto reciproco rispetto all’insieme dei problemi. Con un’analisi di questo tipo è ben difficile che Bush e Gore risultino uguali o anche solo “simili”.
Perché succede questo Le analisi proposte avevano una caratteristica, quella di prescindere da quello che l’osservatore ritiene importante, cercando di essere “oggettivi”, per quel tanto o poco che questo termine ancora significa. Invece, quello che è venuto affermandosi con forza come elemento caratterizzante questa fase capitalistica è l’affermazione senza riserve del soggetto: Io e solo Io. Ognuno è giudice del mondo. Voglio votare uno che mi assomigli, che dica le cose che IO ritengo giuste. Io la penso così e nessuno di coloro che giocano il gioco politico mi rappresenta, pertanto non li voto. Voto x, anche se non ha alcuna possibilità di successo, ma almeno affermo il mio diritto. La possibile ovvia obiezione: così vincono i peggio, non cambia. Il Soggetto non è interessato a vincere. E a ragione, DAL SUO PUNTO DI VISTA, perché siamo talmente garantiti e autocentrati che non ne abbiamo davvero bisogno. Nell’immediato a gente “come noi” le iniziative di Storace e le controriforme sanitarie non ci toccano affatto. Ma altri non sono nella stessa condizione. E soprattutto questo paese non ha affatto bisogno di iniziative che accentuano alcuni processi già in atto. Ma, di nuovo, bisogna porsi da un altro punto di vista, non il MIO ma quello del paese, delle prospettive e dei rischi che oggettivamente corre, nell’ambito della modificazione che coinvolge l’intero nord del mondo.
(Maurizio Migliori - dicembre 2000)
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