|
Grazie.
Vorrei potervi vedere meglio, ma e' piuttosto buio. Sono felice di
essere qui, e sono anche felice che sia Howard Zinn a presentarmi a voi,
perche' pur non avendolo mai incontrato prima d'ora, penso che sia un
essere
umano veramente magico. Grazie, Howard.
Proprio in questo momento Howard mi chiede con quale criterio decido se
accettare o no di partecipare ad un evento o ad una
conferenza. La mia
risposta e' che in media accetto di partecipare una volta su cinquanta, e
che sono felice e orgogliosa di essere qui perche so che le persone che mi
hanno preceduta sono persone che ammiro e rispetto. Ringrazio quindi la
Fondazione Lannan per avermi invitata.
Ho tante cose da dire e spero di non dilungarmi troppo. Sono una
scrittrice,
ed ho preferito scrivere le cose che desidero dirvi, per due motivi.
Primo,
perche' sono certa che siate piu' interessati al mio modo di scrivere che
al
mio modo di parlare. Secondo, perche' le cose che desidero dire sono
complicate, pericolose in questi tempi pericolosi, e credo sia mio dovere
essere molto precisa circa quello che dico, su come lo dico e con quale
linguaggio. Mi auguro quindi che siate d'accordo se leggero'.
Il mio discorso oggi ha per titolo Settembre.
Gli scrittori pensano di cogliere le loro storie dal mondo. Sto
cominciando
a credere che sia la vanita' a farglielo pensare. Perche' e' esattamente
il
contrario. Sono le storie che scelgono gli scrittori. Le storie si
rivelano
a noi. La narrativa pubblica, quella privata, ci colonizzano. Ci
commissionano. Insistono nel volere essere raccontate. Narrativa e
saggistica sono solo tecniche diverse per raccontare una storia. Per
ragioni
a me non del tutto comprensibili, la narrativa danza fuori da me e la
saggistica viene strappata fuori dal mondo dolente e spezzato in cui mi
risveglio ogni mattina.
Il tema di molto di cio' che scrivo, sia di narrativa che di saggistica,
e'
la relazione tra potere e assenza di potere e il conflitto eterno e
circolare in cui essi sono impegnati. Il bravissimo scrittore John Berger
scrisse: "Mai piu' una singola storia sara' raccontata come se fosse
l'unica
storia". Non ci puo' mai essere una sola storia. Ci sono solo piu'
modi di
vedere. Cosi', quando racconto una storia, non la racconto come un
ideologo
che desidera contrapporre una ideologia assolutista ad un'altra, ma come
un
narratore che vuole condividere il suo modo di vedere. Sebbene possa
sembrare il contrario, io non descrivo nazioni e storie, io descrivo il
potere. Descrivo la paranoia e l'inesorabilita' del potere. La fisica del
potere. Io credo che l'accumularsi di potere vasto e incontrastato da
parte
di uno stato o di un paese, di una grande impresa o di una istituzione - o
perfino di un individuo, un coniuge, un amico, un compagno - non importa
di
quale ideologia, porta con se' eccessi come quelli che io qui riferisco.
*
Vivendo come vivo, come milioni di noi, all'ombra dell'olocausto nucleare
che i governi di India e Pakistan continuano a promettere alla loro
cittadinanza cui e' stato fatto il lavaggio del cervello, e nella
vicinanza
globale della Guerra Contro il Terrorismo (che il presidente Bush ha
denominato abbastanza biblicamente "Missione Senza Fine"), sono
costretta a
pensare insistentemente al rapporto tra Cittadini e Stato.
In India, quelli tra di noi che hanno espresso pareri sugli ordigni
nucleari, sulle grandi dighe, sulla globalizzazione delle grandi imprese e
sulla minaccia insorgente del fascismo indu' - pareri che sono in
disaccordo
con quelli del governo indiano - sono tacciati di
"antipatriottismo". Questa
accusa non mi riempie di indignazione, ma non la considero una valutazione
esatta di cio' che faccio o penso. Perche' un "antipatriota" e'
una persona
che e' contro la propria nazione e, di conseguenza, e' a favore di qualche
altra nazione. Ma non si e' necessariamente "antipatriottici" se
si diffida
profondamente di ogni forma di nazionalismo, se si e' "contro il
nazionalismo". Tutte le forme di nazionalismo furono causa del
maggior
numero dei genocidi del ventesimo secolo.
Le bandiere sono pezzi di stoffa colorata che i governi usano dapprima per
i
fasciare i cervelli della gente atrofizzandoli e poi come sudari per
seppellire i morti. Quando la gente che normalmente ragiona in modo
indipendente (e non includo qui i mezzi di comunicazione legati alle
corporations) inizia a radunarsi sotto bandiere, quando scrittori,
pittori,
musicisti, registi, mettono da parte le loro opinioni e pongono ciecamente
la loro arte al servizio della "Nazione", e' giunto il momento
per noi di
svegliarci e di preoccuparci.
In India l'abbiamo visto accadere subito dopo gli esperimenti nucleari del
1998 e durante la Guerra tra Kargil e Pakistan nel 1999. Negli Stati
Uniti
l'abbiamo visto durante la guerra del Golfo e lo vediamo ora con la
"Guerra
contro il Terrorismo". Quel turbinio di bandiere americane "Made
in China".
*
Di recente, chi ha criticato le azioni del governo degli Stati Uniti
(me
compresa) e' stato definito "antiamericano". Non ci vorra' molto
prima che
l'"Anti-Americanismo" venga considerato una ideologia. Il
termine
"antiamericano" viene normalmente usato dalla classe dirigente
americana per
screditare e definire (non voglio dire in modo falso, ma piuttosto
impreciso) chi li critica. Per chi venga marchiato anti-Americano c'e' la
possibilita' di venire giudicato prima ancora di essere ascoltato, e la
controversia si perdera' nel tumulto dell'orgoglio nazionale ferito.
Ma cosa significa il termine anti-americano? Significa che si e'
anti-jazz?
O che si e' contrari alla liberta' di linguaggio? Che non si prova piacere
leggendo Toni Morrison o John Updike? Che si e' contro le sequoie giganti?
Significa forse che non si nutre ammirazione per le centinaia di migliaia
di
cittadini americani che hanno marciato contro le armi nucleari, o le
migliaia di oppositori alla guerra che costrinsero il loro governo a
ritirarsi dal Vietnam? Significa forse che si odiano tutti gli americani?
Questa subdola fusione di cultura americana, musica, letteratura, bellezza
mozzafiato del paese, piaceri comuni della gente comune con la critica
alla
politica estera del governo degli Stati Uniti (di cui, purtroppo, grazie
alla "libera stampa" d'America, la maggior parte degli americani
e' molto
poco informata), e' una strategia deliberata ed estremamente efficace. Un
po' come un esercito in ritirata che si nasconde in una citta' densamente
popolata, sperando che la prospettiva di colpire obiettivi civili funga da
deterrente al fuoco nemico.
Ma ci sono molti americani che si sentirebbero umiliati di essere
associati
alle politiche del governo. Le critiche piu' colte, mordaci, incisive,
ironiche, mosse all'ipocrisia ed alle contraddizioni nella politica del
governo degli Stati Uniti vengono proprio da cittadini americani. Quando
il
resto del mondo desidera sapere cosa sta combinando il governo degli Stati
Uniti, noi ci rivolgiamo a Noam Chomsky, Edward Said, Howard Zinn, Ed
Herman, Amy Goodman, Michael Albert, Chalmers Johnson, William Blum e
Anthony Amove, perche' ci raccontino cosa sta realmente accadendo.
*
Allo stesso modo, in India, non centinaia, ma milioni di noi si
vergognerebbero e si sentirebbero offesi se fossero in qualche modo
associati alle politiche fasciste dell'attuale governo indiano che, oltre
a
perpetrare il terrorismo di stato nella valle del Kashmir (in nome della
battaglia contro il terrorismo) ha anche ignorato il recente progrom di
stato contro i Musulmani del Gujarat.
Sarebbe semplicemente assurdo pensare che chi critica il governo indiano
sia
anti-indiano, sebbene il governo stesso non esiti a pensarla cosi'. E'
pericoloso concedere al governo indiano o al governo americano o a
chiunque,
il diritto di definire cosa "India" o "America" siano
o dovrebbero essere.
Definire qualcuno anti-americano (o allo stesso modo anti-indiano o
anti-timbuctuano) non e' solo razzista, ma e' anche un fallimento
dell'immaginazione. Una incapacita' di vedere il mondo in termini diversi
da
quelli che la classe dirigente ha stabilito per voi. Se non sei un
"bushiano" sei un Talebano. Se non ci ami, ci odi. Se non sei
Buono, sei il
Male. Se non sei con noi, sei con i terroristi.
*
Lo scorso anno anch'io, come molti altri, ho commesso l'errore di
ironizzare
su questa retorica del dopo 11 settembre, considerandola pazza e
arrogante.
Ma mi sono resa conto che non e' per niente pazza. E' in realta' uno
scaltro
reclutamento per una malconcepita e pericolosa guerra.
Ogni giorno scopro con sorpresa quanti credono che opporsi alla guerra in
Afghanistan significhi appoggiare il terrorismo, parteggiare per i
talebani.
Ora che lo scopo principale della guerra - catturare Bin Laden (vivo o
morto) - sembra essere incappato nel "cattivo tempo", gli
obiettivi prefissi
sono stati spostati. Si sta sostenendo che il punto focale della guerra
era
rovesciare il regime dei talebani e liberare le donne afgane dai loro
burka,
e a noi si chiede di credere che i marines degli Stati Uniti sono
impegnati
in una missione femminista (se e' cosi', la loro prossima fermata sara'
presso l'alleata militare dell'America, l'Arabia Saudita?).
Mettiamola cosi': in India vi sono alcune riprovevoli pratiche sociali
contro gli "intoccabili", contro cristiani e musulmani, contro
le donne.
Pakistan e Bangladesh hanno perfino modi peggiori di trattare le minoranze
e
le donne. Dovrebbero essere bombardati? Si dovrebbero distruggere Delhi,
Islamabad e Dacca? E' possibile estirpare con le bombe il fanatismo
dall'India? Possiamo aprirci con le bombe una strada per il paradiso
femminista? E' cosi' che le donne hanno conquistato il diritto di voto
negli
Stati Uniti? O che la schiavitu' e' stata abolita? Si puo' riscattare il
genocidio dei milioni di nativi Americani sui cui cadaveri furono fondati
gli Stati Uniti bombardando Santa Fe?
*
Nessuno di noi ha bisogno di anniversari per ricordarci cio' che non
possiamo dimenticare. E' solo una coincidenza che io sia qui, sul suolo
americano, in settembre - questo mese di tremendi anniversari. Sopra a
tutto, nella memoria di tutti, in particolare qui in America, e' l'orrore
di
cio' che viene conosciuto come "Undici settembre". Quasi tremila
civili
persero le loro vite in quell'attentato terroristico letale. Il dolore e'
ancora profondo. La rabbia ancora acuta. Le lacrime non si sono ancora
asciugate. Ed una strana guerra mortale infuria intorno al mondo.
Tuttavia,
chiunque abbia perso una persona cara sa per certo, in segreto, nel piu'
profondo del suo intimo, che nessuna guerra, nessun atto di vendetta,
nessuna mina anti-uomo lasciata cadere sulle persone care di qualcun altro
o
sui figli di qualcun altro, potranno attenuare la sua pena o
restituirgli
la persona amata. La guerra non puo' vendicare i morti. La guerra e' solo
una brutale profanazione della loro memoria.
Alimentare ora un'altra guerra - questa volta contro l'Iraq - manipolando
con cinismo il dolore della gente, confezionandone le immagini per servizi
televisivi sponsorizzati da societa' che producono detersivi o scarpe
sportive, significa sminuire e svalutare il dolore, privarlo del suo
significato. Quello a cui assistiamo e' una volgare ostentazione del
"business" del dolore, del commercio del dolore, il saccheggio
perfino dei
sentimenti umani piu' intimi, a scopo politico. Che uno stato faccia
questo
alla sua gente, e' una cosa terribile, violenta.
Forse non e' argomento abbastanza intelligente di cui parlare da un
pubblico
palco, ma cio' di cui mi piacerebbe veramente parlare con voi e' la
Perdita.
La Perdita ed il Perdere. Dolore, fallimento, disperazione, insensibilita',
incertezza, paura, la morte dei sentimenti, la morte dei sogni.
L'assolutamente implacabile, infinita, scontata ingiustizia del mondo.
Cosa significa per gli individui la perdita? Cosa significa per intere
culture, intere popolazioni che hanno imparato a vivere in sua costante
compagnia?
Dato che stiamo parlando dell'11 settembre, forse e' giusto che
ricordiamo
cosa significa quella data, non solo per chi ha perso i suoi cari in
America
lo scorso anno, ma anche per coloro per cui, in altre parti del mondo,
quella data ha da lungo tempo un significato.
Questo scavare nella storia non vuole essere una accusa o una
provocazione.
Vuole solo che sia condiviso il dolore della storia. Diradare un poco le
nebbie. Dire ai cittadini d'America nel modo piu' gentile ed umano:
"benvenuti nel mondo".
*
Ventinove anni fa, in Cile, l'11 settembre 1973, il generale Pinochet
rovescio' il governo eletto democraticamente di Salvador Allende, con un
colpo di stato appoggiato dalla CIA. "Al Cile non dovrebbe essere
permesso
di diventare marxista solo perche' la sua gente e' irresponsabile"
disse
Henry Kissinger, premio Nobel per la pace e allora segretario di stato
degli
Stati Uniti.
Dopo il colpo di stato il presidente Allende fu trovato morto all'interno
del palazzo presidenziale. Se sia stato ucciso o se si sia suicidato non
lo
sapremo mai. Nel regime di terrore che segui', furono uccise migliaia di
persone. Molti, piu' semplicemente, "scomparirono". Squadre
armate
effettuarono esecuzioni pubbliche. In tutto il paese furono istituiti
campi
di concentramento e camere di tortura. I morti furono sepolti nei pozzi
delle miniere o in tombe anonime.
Per diciassette anni la gente del Cile visse nel terrore di udire bussare
alla porta in piena notte, nel terrore delle abitudinarie
"scomparse", di
improvvisi arresti e di torture. I cileni raccontano di come il musicista
Victor Jara ebbe ambedue le mani amputate nello stadio affollato di
Santiago. Prima di sparargli, i soldati di Pinochet gli buttarono la sua
chitarra e gli chiesero sarcasticamente di suonarla.
Nel 1999, in seguito all'arresto del generale Pinochet in Inghilterra,
migliaia di documenti segreti furono declassificati. Essi contengono la
prova inconfutabile del coinvolgimento della CIA nel colpo di stato ed
anche
che il governo degli Stati Uniti possedeva informazioni dettagliate sulla
situazione in Cile durante il regime del generale Pinochet.
Tuttavia, Kissinger garanti' il suo appoggio al generale. " Come voi
sapete,
negli Stati Uniti siamo solidali con quanto voi state tentando di
fare",
egli disse, "auguriamo bene al vostro governo".
Per quelli di noi che hanno vissuto in una democrazia, per quanto
imperfetta, sarebbe difficile immaginare cosa significa vivere in una
dittatura e soffrire la perdita assoluta di liberta'. Non si deve pensare
solo a tutti quelli che Pinochet ha ucciso, ma anche a tutte le vite che
ha
rubato a chi e' rimasto in vita.
Purtroppo il Cile non fu l'unico paese in Sud America a subire le
"attenzioni" del governo degli Stati Uniti. Guatemala, Costa
Rica, Ecuador,
Brasile, Peru', la Repubblica Dominicana, Bolivia, Nicaragua, Honduras,
Panama, Salvador, Messico e Colombia, sono stati tutti terreno di
operazioni
(sotto copertura, e ufficiali) della CIA. Centinaia di migliaia di
latinoamericani sono stati uccisi, torturati o sono semplicemente
scomparsi
sotto i regimi totalitari che furono favoriti nei loro paesi.
Se questo non fosse sufficientemente umiliante, le popolazioni del Sud
America dovettero subire anche l'umiliazione di essere marchiate come
incapaci di democrazia - come se colpi di stato e massacri fossero
in
qualche modo insiti nei loro geni.
Naturalmente la lista non comprende i paesi in Africa o Asia che hanno
subito interventi militari statunitensi - Vietnam, Corea, Indonesia, Laos
e
Cambogia.
Per quanti mesi di settembre, per decine di anni, milioni di asiatici sono
stati bombardati, bruciati e massacrati?
Quanti mesi di settembre sono passati dall'agosto del 1945, quando
centinaia
di migliaia di civili giapponesi soccombettero nelle esplosioni nucleari
di
Hiroshima e Nagasaki?
Per quanti mesi di settembre quelle migliaia di persone che ebbero la
sfortuna di sopravvivere a quelle esplosioni hanno dovuto subire
quell'inferno vivente che aveva investito loro, i loro figli non ancora
nati, i figli dei loro figli, la terra, il cielo, l'acqua, il vento, e
tutte
le creature che camminano, che strisciano e che volano?
Non lontano da qui, ad Albuquerque, c'e' il Museo Atomico Nazionale, dove
"Fat Man" e "Little Boy" ( affettuosi soprannomi dati
alle bombe che furono
sganciate su Hiroshima e Nagasaki) si possono acquistare come orecchini
ricordo. I giovani alla moda li indossano. Un massacro che pende da
ciascun
orecchio.
Ma sto andando fuori tema. E' di settembre che stiamo parlando, non
di
agosto.
*
L'11 settembre ebbe una risonanza tragica anche in Medio Oriente.
L'11 settembre 1922, ignorando l'oltraggio fatto agli arabi, il governo
britannico proclamo' un ordine in Palestina, conseguente alla
Dichiarazione
Balfour del 1917 che fu sancita dall'impero britannico, e concentro' il
suo
esercito fuori dai confini di Gaza. La Dichiarazione Balfour
prometteva ai
sionisti europei una patria per il popolo ebraico (a quei tempi, l'impero
su
cui il sole non tramontava mai era libero di togliere e dare patrie cosi'
come uno scolaretto arrogante distribuisce palline di vetro). Con quanta
incoscienza il potere imperiale ha vivisezionato antiche civilta'.
Palestina
e Kashmir sono i doni avvelenati e grondanti sangue dell'impero britannico
al mondo moderno. Ambedue sono linee difettose nei rabbiosi conflitti
internazionali di oggi.
Nel 1937 Winston Churchill disse dei palestinesi, "non sono d'accordo
che un
cane alla mangiatoia abbia alcun diritto sulla mangiatoia anche se vi e'
stato per lungo tempo. Non riconosco quel diritto. Non credo, per esempio,
che sia stato fatto un grande torto agli indiani d'America o agli
aborigeni
in Australia. Non reputo che quelle popolazioni abbiano subito un torto
con
il fatto che una razza piu' forte, una razza superiore, una razza piu'
saggia se vogliamo metterla in questo modo, sia arrivata ed abbia preso il
loro posto".
Cio' influenzo' la tendenza dello Stato di Israele nei confronti dei
palestinesi. Nel 1969, il primo ministro israeliano Golda Meir disse:
"i
palestinesi non esistono". Il suo successore, il primo ministro Levi
Eschol
disse:" Cosa sono i palestinesi? Quando io sono arrivato qui (in
Palestina),
c'erano 250.000 non-ebrei, per lo piu' arabi e beduini. Era un deserto,
piu'
che sottosviluppato. Il nulla". Il primo ministro Menachem Begin
denominava
i palestinesi "bestie a due gambe". Il primo ministro Yitzhak
Shamir li
denominava " cavallette" che si possono calpestare. Questo e' il
linguaggio
dei capi di stato, non sono le parole della gente comune.
Nel 1947, le Nazioni Unite ripartirono formalmente la Palestina e
assegnarono il 55% del territorio palestinese ai sionisti. Entro un anno
gli
stessi si erano impossessati del 76%. Il 14 maggio 1948 fu dichiarato lo
Stato di Israele. Pochi minuti dopo la dichiarazione, gli Stati Uniti
riconobbero Israele. La West Bank fu annessa alla Giordania. La striscia
di
Gaza fu posta sotto il controllo militare egiziano, e quella che fu la
Palestina cesso' di esistere se non nelle menti e nei cuori di centinaia
di
migliaia di palestinesi che divennero profughi. Nel 1967 Israele occupo'
la
West Bank e la striscia di Gaza. Negli anni che seguirono vi furono
insurrezioni, guerre, intifada.
Le vittime sono state decine di migliaia.
Sono stati firmati accordi e trattati. Cessazioni del fuoco sono state
dichiarate e violate. Ma lo spargimento di sangue non ha fine. La
Palestina
resta occupata illegalmente. La sua gente vive in condizioni disumane, in
un
virtuale Bantustan, dove e' soggetta a punizioni collettive, con 24 ore di
coprifuoco su 24, umiliata e brutalizzata quotidianamente. Non sa quando
verranno demolite le sue case, quando i suoi figli verranno uccisi, quando
i
suoi preziosi alberi verranno tagliati, quando le sue strade verranno
bloccate, quando avra' il permesso di andare al mercato a comperare cibo e
farmaci. E quando non lo avra'.
Vive senza una parvenza di dignita'. Senza molte speranze. Non ha alcun
controllo sulla sua terra, la sua sicurezza, i suoi movimenti, le sue
comunicazioni, le sue forniture d'acqua.
Cosi', quando vengono firmati gli accordi, e termini come
"autonomia" e
perfino "stato" vengono sbandierati, vale sempre la pena di
domandare. Che
genere di autonomia? Che genere di stato? Che tipo di diritti avranno i
suoi
cittadini? I giovani palestinesi che non riescono a controllare la loro
rabbia si trasformano in bombe umane e devastano le strade di
Israele e i
luoghi pubblici, facendosi saltare in aria, uccidendo gente comune,
iniettando terrore nella vita quotidiana, ed infine aumentando il sospetto
e
l'odio reciproco su ambedue i fronti. Ogni attentato suscita una spietata
rappresaglia e maggiori difficolta' per il popolo palestinese. L'attentato
suicida e' un'azione di disperazione individuale, non una tattica
rivoluzionaria. Se da un lato gli attacchi palestinesi seminano il terrore
tra i cittadini israeliani, dall'altro essi offrono la perfetta copertura
per le incursioni quotidiane del governo di Israele nel territorio
palestinese, il pretesto perfetto per un colonialismo fuori moda datato
XIX
secolo, mascherato da moderna "guerra" del XXI secolo.
Gli Stati Uniti sono e sono sempre stati gli alleati politici e militari
piu' fedeli di Israele. Il governo degli Stati Uniti ha bloccato, insieme
ad
Israele, quasi tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite che cercavano una
soluzione pacifica ed equa al conflitto. Ha appoggiato quasi ogni guerra
che
Israele ha combattuto. Quando Israele attacca la Palestina, sono americani
i
missili che radono al suolo le case palestinesi. Ed ogni anno Israele
riceve
parecchi miliardi di dollari dagli Stati Uniti - denaro dei cittadini che
pagano le tasse.
Quale insegnamento dobbiamo trarre da questo tragico conflitto? E'
veramente
impossibile per il popolo ebraico, che tanto crudelmente ha sofferto -
forse
piu' crudelmente di qualsiasi altro popolo nella storia - capire la
vulnerabilita' e lo struggimento di coloro che ha scacciato? Possibile che
l'estrema sofferenza generi sempre crudelta'? Quale speranza lascia tutto
questo alla razza umana? Cosa succedera' al popolo palestinese nel caso di
una vittoria? Se una nazione senza uno stato proclama uno stato, che razza
di stato sara'? Quali orrori si commetteranno sotto la sua bandiera?
Dobbiamo batterci per uno stato separato, o piuttosto per il diritto ad
una
vita di liberta' e dignita' per tutti, al di la' di etnia e religione?
La Palestina era un tempo baluardo secolare in Medio Oriente. Ma ora il
debole, antidemocratico, a detta di tutti corrotto, ma dichiaratamente non
fazioso OLP, sta perdendo terreno nei confronti di Hamas, che adotta una
ideologia apertamente faziosa e lotta in nome dell'Islam. Per citare le
parole del loro manifesto "noi saremo i suoi soldati e la legna per
il suo
fuoco, che brucera' i nemici". Al mondo viene chiesto di condannare
le bombe
umane. Ma si puo' ignorare il lungo cammino che hanno percorso prima di
arrivare a questo punto? Dall'11 settembre 1922 all'11 settembre
2002 -
ottanta anni e' un periodo ben lungo di guerra.
C'e' qualche consiglio che il mondo puo' dare al popolo della Palestina? O
devono accettare quello di Golda Meir e fare di tutto per non esistere?
*
In un'altra parte del Medio Oriente, l'11 settembre tocca una corda piu'
recente. L'11 settembre 1990 George W. Bush Sr., allora presidente degli
Stati Uniti, tenne un discorso all'assemblea del Congresso, annunciando
che
il suo governo aveva deciso di fare guerra all'Iraq. Il governo degli
Stati
Uniti dice che Saddam Hussein e' un criminale di guerra, un crudele
despota
militare che ha commesso genocidio verso il suo stesso popolo. Descrizione
sufficientemente accurata del soggetto. Nel 1988 Saddam Hussein rase al
suolo centinaia di villaggi nel nord dell'Iraq, uso' armi chimiche e
mitragliatrici per uccidere migliaia di kurdi. Oggi noi sappiamo che
quello
stesso anno il governo degli Stati Uniti gli dette sussidi per 500 milioni
di dollari per acquistare prodotti agricoli americani. L'anno successivo,
dopo che egli aveva completato con successo la sua campagna di genocidio,
il
governo degli Stati Uniti raddoppio' il sussidio a un miliardo. Gli forni'
inoltre batteri di antrace di "prima qualita'" ed elicotteri e
materiali a
doppio uso, che potevano essere usati per fabbricare armi chimiche e
biologiche.
Si scopre insomma che, mentre Saddam Hussein compiva le sue peggiori
atrocita', il governo degli Stati Uniti e quello britannico erano i suoi
piu' stretti alleati. Cosa e' cambiato allora? Nel 1990, Saddam Hussein
invase il Kuwait. Il suo peccato non fu tanto l'avere compiuto un atto di
guerra, quanto l'avere agito in maniera indipendente, senza ordini dal suo
padrone.
Questa manifestazione di indipendenza fu sufficiente per sovvertire
l'equazione del potere nel golfo. E si decise che Saddam Hussein doveva
essere eliminato, come un cagnolino che e' sopravvissuto all'affetto del
suo
padrone.
Il primo attacco alleato all'Iraq avvenne nel gennaio del 1991. Il mondo
guardo' l'inizio della guerra in prima serata, perche' fu ripresa in
televisione. (In quei giorni, in India, bisognava andare nell'atrio di un
albergo a 5 stelle, per potere vedere la CNN). In un mese di bombardamenti
devastanti furono uccise decine di migliaia di persone.
Cio' che molti non sanno e' che da allora la guerra non e' mai finita. La
furia iniziale si stempero' nell'attacco aereo piu' lungo che mai sia
stato
effettuato su un paese dopo la guerra in Vietnam. Negli ultimi dieci anni,
le forze armate americane e inglesi hanno lanciato migliaia di missili e
bombe sull'Iraq.
Nel decennio delle sanzioni economiche che segui' alla guerra, ai civili
iracheni sono stati negati cibo, medicine, attrezzature ospedaliere,
ambulanze, acqua potabile - tutto l'essenziale. A causa delle sanzioni ha
perso la vita circa mezzo milione di bambini. Di loro, Madeleine Albright,
allora ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite,
incredibilmente disse: "e' una scelta molto difficile, ma penso che
ne valga
la pena". "Equivalenza morale" fu il termine usato per
denunciare quelli di
noi che criticarono la guerra in Afghanistan. Madeleine Albright non puo'
essere accusata di equivalenza morale. Cio' che disse fu direttamente
algebra. Un decennio di bombardamenti non e' riuscito a rimuovere Saddam
Hussein, "la bestia di Baghdad".
Ora, dopo circa 12 anni, il presidente George Bush Jr. cade
nell'ingranaggio
della retorica ancora una volta. Propone una guerra incondizionata il cui
scopo e' niente meno che un cambiamento di regime. Il "New York Times"
dice
che l'amministrazione Bush sta seguendo "una strategia
meticolosamente
programmata per convincere il pubblico, il Congresso e gli alleati sulla
necessita' di affrontare la minaccia Saddam Hussein". Andrew H. Card
Jr, il
capo del personale della Casa Bianca, ha descritto come l'amministrazione
stava mettendo a punto i suoi piani di guerra per l'autunno e: "dal
punto di
vista del marketing", ha detto, "non si immettono nuovi prodotti
in agosto".
Questa volta l'espressione tranello di Washington per "nuovo
prodotto" non
e' la difficile situazione del popolo kuwaitiano, bensi' la dichiarazione
che l'Iraq possiede armi di distruzione di massa. "Dimenticate la
moralizzazione inetta delle 'lobbies' pacifiste", ha scritto Richard
Perle,
ex-consigliere del presidente Bush, "dobbiamo arrivare a lui prima
che lui
arrivi a noi". Gli ispettori agli armamenti hanno stilato rapporti
contrastanti sulle armi di distruzione di massa dell'Iraq, e molti di loro
hanno detto chiaramente che gli arsenali sono stati smantellati e che il
paese non e' in grado di costruirne di nuovi.
Tuttavia, non c'e' alcun dubbio sull'estensione e sulla gamma
dell'arsenale
americano di armi nucleari e chimiche. Accetterebbe volentieri il governo
americano la visita di ispettori agli armamenti? O il governo britannico?
O
Israele?
Se anche l'Iraq avesse armi nucleari, puo' questo giustificare un attacco
preventivo da parte degli Stati Uniti? Gli Stati Uniti possiedono il piu'
vasto arsenale di armi nucleari al mondo e sono al momento l'unico paese
al
mondo che ne abbia fatto uso su popolazioni civili. Se gli Stati Uniti
sono
giustificati nello sferrare un attacco preventivo sull'Iraq, allora
qualsiasi potenza nucleare sarebbe giustificata nel fare altrettanto su
qualunque altra potenza nucleare. L'India potrebbe attaccare il Pakistan,
o
viceversa.
E se il governo degli Stati Uniti sviluppa un'avversione per, diciamo, il
primo ministro indiano, si puo' "eliminarlo" con un attacco
preventivo? Di
recente gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo importante nel convincere
India
e Pakistan, sull'orlo della guerra, a rinunciarvi. E' cosi' difficile
seguire il proprio consiglio? Chi e' colpevole di moralizzazione inetta? O
di predicare la pace mentre fa la guerra? Gli Stati Uniti, che George Bush
ha definito "la piu' pacifica nazione della terra", sono stati
in guerra con
un paese o un altro ogni anno negli ultimi cinquant'anni.
*
Le guerre non sono mai combattute per motivi di altruismo.
Generalmente lo sono per egemonia, per ragioni economiche. E poi
naturalmente c'e' l'industria della guerra. Proteggere il proprio
controllo
sul mondo del petrolio e' fondamentale per la politica estera degli Stati
Uniti. Il recente intervento militare degli Stati Uniti nei Balcani e in
Asia Centrale hanno a che vedere con il petrolio. Hamid Karzai, il
presidente fantoccio dell'Afghanistan insediato dagli Stati Uniti, si dice
fosse in precedenza impiegato alla Unocal, la locale compagnia petrolifera
americana. Il pattugliamento paranoico del Medio Oriente da parte del
governo degli Stati Uniti e' dovuto al fatto che esso possiede i due terzi
di tutte le riserve petrolifere mondiali. Il petrolio fa ronzare
dolcemente
i motori d'America. Il petrolio fa girare il libero mercato.
Chiunque controlli il mondo del petrolio, controlla il mercato mondiale. E
come si controlla il petrolio?
Nessuno lo dice in modo piu' elegante del giornalista del "New York
Times",
Thomas Friedman. In un articolo intitolato "la Follia Paga"
dice, "gli Stati
Uniti devono mettere bene in chiaro con l'Iraq e con gli alleati che
l'America usera' la forza senza negoziazioni, esitazioni o approvazione da
parte delle Nazioni Unite". Il suo consiglio e' stato subito messo in
pratica. Con le guerre contro Iraq e Afghanistan e con le quasi quotidiane
umiliazioni che il governo degli Stati Uniti riversa sulle Nazioni
Unite.
Nel suo libro sulla globalizzazione, "The Lexus and the Olive Tree",
Friedman dice "la mano nascosta del mercato non potra' mai lavorare
senza il
pugno nascosto. McDonalds non puo' prosperare senza McDonnel Douglas... e
il
pugno nascosto che conserva il mondo affinche' le tecnologie di Silicon
Valley prosperino, e' chiamato esercito degli Stati Uniti, Aeronautica
Militare, Marina, e Corpi della Marina".
Forse tutto questo e' stato scritto in un momento di debolezza, ma e'
certamente la descrizione piu' succinta ed accurata del progetto di
globalizzazione corporativa che io abbia mai letto.
Dopo l'11 settembre 2001e la Guerra contro il Terrorismo, la mano ed il
pugno nascosti si sono scoperti - e noi abbiamo ora una chiara
visuale
dell'altra arma dell'America - il Libero Mercato - che opprime il mondo in
via di sviluppo, con un sorriso contratto e sinistro. La Missione Senza
Fine
e' la guerra perfetta per l'America, il perfetto veicolo per l'espansione
senza fine dell'imperialismo americano. In Urdu, profitto si dice Fayda.
Al
Qaida significa La Parola, La Parola di Dio, la Legge. Cosi', in India
alcuni di noi chiamano la guerra contro il terrorismo, Al Qaida contro Al
Fayda - La Parola contro il Profitto. (Nessun intenzionale gioco di
parole).
*
Per il momento sembra che Al Fayda conduca il gioco. Ma non si sa mai.
Negli ultimi dieci anni di sfrenata globalizzazione, le entrate totali del
mondo sono cresciute in media del 2,5% l'anno. Tuttavia il numero dei
poveri
del mondo e' cresciuto di 100 milioni. Dei cento massimi poteri economici,
51 sono corporazioni, non paesi. L'1% delle classi dirigenti del mondo
totalizza le stesse entrate del 57% delle classi inferiori e questa
disparita' sta crescendo. Ed ora, sotto la dilagante copertura della
guerra
contro il terrorismo, questo processo incalza.
I colletti bianchi hanno una fretta inedita. Mentre le bombe piovono sulle
nostre teste e i missili Cruise sfrecciano attraverso i cieli, mentre le
armi nucleari vengono ammassate per fare del mondo un luogo piu' sicuro,
si
firmano contratti, si registrano brevetti, si installano oleodotti, si
saccheggiano le risorse naturali, si privatizza l'acqua e si minano le
democrazie.
In un paese come l'India, il fine dell'"adattamento strutturale"
della
globalizzazione e' di attraversare velocemente la vita della gente.
Progetti
di "sviluppo", privatizzazioni massicce e "riforme"
del lavoro, stanno
spingendo la gente fuori dalla sua terra e dal suo lavoro, determinando
una
specie di barbara espropriazione che ha ben pochi esempi nella storia.
A livello mondiale, mentre il libero mercato protegge spudoratamente
i
mercati occidentali e spinge i paesi in via di sviluppo ad eliminare le
loro
regole commerciali, i poveri diventano piu' poveri ed i ricchi piu ricchi.
Il fermento civile ha cominciato a ribollire nel villaggio globale. In
paesi
come Argentina, Brasile, Messico, Bolivia e India, i movimenti di
resistenza
contro la globalizzazione stanno crescendo. Per arginarli, i governi
stanno
intensificando il loro controllo. Chi protesta e' marchiato come
"terrorista" e come tale viene trattato. Ma il fermento civile
non significa
solo marce e dimostrazioni e proteste contro la globalizzazione.
Sfortunatamente significa anche una disperata spirale verso il basso
di
crimine e caos e di tutti i tipi di disperazione e disillusione che, come
la
storia ci insegna (e da quello che vediamo svolgersi davanti ai nostri
occhi), diventa gradatamente terreno fertile per cose terribili -
nazionalismo culturale, bigottismo religioso, fascismo e, naturalmente,
terrorismo. Tutto questo marcia sotto braccio alla globalizzazione.
Vi e' una opinione che sta guadagnando credibilita' e cioe' che il libero
mercato abbatte le barriere nazionali, e che la destinazione finale della
globalizzazione e' un paradiso hippy dove il cuore e' l'unico passaporto e
tutti noi viviamo felicemente insieme, in una canzone di John Lennon
("Imagine there is no country..."). Ma questa e' una
menzogna. Cio' che il
libero mercato indebolisce non e' la sovranita' nazionale, bensi' la
democrazia.
Quando aumenta la disparita' tra ricchi e poveri, ecco dove entra in campo
il pugno nascosto. Le corporazioni multinazionali alla ricerca di
"affari
facili" che fruttano enormi profitti non possono portare a termine
quegli
affari ed amministrare quei progetti nei paesi in via di sviluppo senza
l'attiva connivenza della macchina dello stato - polizia, tribunali, a
volte
perfino l'esercito. Oggi, nei paesi piu' poveri, la globalizzazione
necessita di una confederazione internazionale di governi che siano leali,
corrotti, preferibilmente dittatoriali, per introdurre riforme impopolari
e
reprimere le ribellioni. Serve una stampa che finga di essere libera.
Servono tribunali che fingano di dispensare giustizia. Servono ordigni
nucleari, eserciti permanenti, leggi piu' severe sull'immigrazione e
attenti
ricognitori costieri che assicurino che saranno globalizzati solo denaro,
beni di consumo, brevetti e servizi - non libero movimento di popoli, non
rispetto per i diritti umani, non trattati internazionali sulle
discriminazioni razziali o sugli ordigni chimici e nucleari, o sulle
emissioni di gas nell'atmosfera, sui cambiamenti di clima, o sulla
giustizia. Come se perfino un gesto verso la responsabilita'
internazionale
potesse far naufragare l'intera impresa.
*
A quasi un anno di distanza da quando la guerra contro il terrorismo fu
ufficialmente sbandierata sulle rovine dell'Afghanistan, in un paese dopo
l'altro le liberta' vengono limitate in nome di una liberta' da
proteggere,
le liberta' civili vengono sospese in nome di una democrazia da
salvaguardare.
Qualsiasi tipo di dissenso viene definito "terrorismo".
Qualsiasi legge
viene approvata per occuparsi di questo. Sembra che Osama Bin Laden si sia
dissolto nell'aria. Il Mullah Omar pare sia riuscito a fuggire in
motocicletta. (avrebbero potuto farlo inseguire da Tin Tin). I Talebani
possono essere spariti ma il loro spirito ed il loro sistema di giustizia
sommaria sta affiorando nei posti piu' diversi. In India, in Pakistan, in
Nigeria, in America, in tutte le repubbliche centro-asiatiche rette da
ogni
sorta di tiranni, e naturalmente in Afghanistan sotto l'Alleanza del Nord
appoggiata dagli Stati Uniti.
*
Nel frattempo, giu' nel centro commerciale c'e' una svendita di mezza
stagione. Tutto e' scontato - oceani, fiumi, petrolio, corredi genetici,
calabroni, fiori, infanzie, industrie dell'alluminio, compagnie
telefoniche,
buonsenso, lande sconfinate, diritti civili, eco-sistemi, aria - tutti i
4,600 milioni di anni di evoluzione. Viene tutto incartato, sigillato,
etichettato, prezzato ed e' la', a disposizione sullo scaffale (non si
accettano rese). Riguardo alla giustizia - mi dicono che anch'essa e' in
offerta. Potete procurarvi la migliore che il denaro possa comprare.
Donald Rumsfeld ha detto che il suo incarico nella guerra al terrorismo
era
di convincere il mondo che gli americani devono potere continuare ad avere
il loro stile di vita. Quando il re impazzito pesta i piedi, tremano gli
schiavi nei loro alloggiamenti. Cosi', essendo io qui oggi, mi e'
difficile
dirlo, ma "lo stile di vita americano" e' semplicemente non
sostenibile.
Perche' non riconosce che c'e' un mondo oltre l'America.
*
Fortunatamente anche il potere ha una data di scadenza. Quando verra'
il
momento, e' probabile che questo potente impero, come altri in precedenza,
fallira' ed implodera'. Sembra che siano gia' comparse delle crepe
strutturali. Mentre la Guerra contro il Terrorismo continua a gettare la
sua
rete sempre piu' ampia, il cuore corporativo d'America sta dissanguandosi.
Con tutte le infinite, vuote chiacchiere sulla democrazia, oggi il mondo
e'
retto da tre delle istituzioni mondiali piu' reticenti. Il Fondo Monetario
Internazionale, la Banca Mondiale, e l'Organizzazione Mondiale del
Commercio, e tutte e tre sono, a loro volta, dominate dagli Stati Uniti.
Le
loro decisioni vengono prese in segreto. Le persone che le dirigono
vengono
scelte dietro porte chiuse. Non si sa nulla di loro, della loro politica,
delle cose in cui credono, delle loro intenzioni. Nessuno li ha eletti.
Nessuno li ha autorizzati a prendere decisioni per nostro conto.
Un mondo diretto da una manciata di banchieri avidi e amministratori
delegati che nessuno ha eletto, non puo' durare.
Il comunismo sovietico e' fallito, non perche' fosse intrinsecamente
cattivo, ma perche' era difettoso. Permetteva a troppo poca gente di
usurpare troppo potere. Il capitalismo di mercato del XXI secolo, lo stile
di vita americano falliranno per le stesse ragioni. Sono ambedue
costruzioni
edificate dall'intelligenza umana, distrutte dalla natura umana.
E' giunto il momento, disse il Tricheco di Alice. Forse le cose
peggioreranno e poi miglioreranno. Forse c'e' una piccola divinita' in
cielo
che si sta preparando per noi. Un altro mondo e' non solo possibile, lei
sta
venendo. Forse molti di noi non saranno qui ad accoglierla, ma in un
giorno
tranquillo, se ascoltera' con molta attenzione, potra' sentirla respirare.
Grazie.
Desidero solo dire che ero cosi' spaventata all'idea di venire in America,
perche', quando si leggono i giornali e quando si guarda quello che si
puo'
vedere in televisione, che e' "Fox News", sapete, in India,
questi mezzi di
comunicazione vi fanno credere che in America tutti sono cloni di George
Bush. Sono cosi' contenta di essere venuta, perche' vedere voi qui e non
ricevere pomodori in faccia riconferma la mia fede nell'umanita'.
[Il testo del discorso tenuto da Arundhati Roy presso il "Lensic
Performing Arts Center" di Santa Fe, Nuovo Messico, il 29 settembre
2002
nella traduzione da "Rossonotizienet" numero 21 dell'ottobre
2002,
l'utilissimo notiziario telematico diffuso dall'Associazione culturale
punto
rosso (per contatti: puntorosso@puntorosso.it).
Arundhati Roy e' una grande scrittrice indiana, impegnata contro il
riarmo, in difesa dell'ambiente e per i diritti dei popoli.]
torna
all'indice
|
|